Perché in Ticino e in Svizzera si fuma ancora così tanto?

Hai una sigaretta? Fino agli anni Novanta sentirsi rivolgere questa domanda era normale, anche quando non si aveva alcuna sigaretta in mano. Oggi no. Eppure nonostante decenni di campagne terrorizzanti, divieti, prezzi insostenibili e pacchetti con le foto dei polmoni neri, l'Europa rimane il continente più fumatore del mondo. E i giovani fumano più dei vecchi in quasi tutti i Paesi, Svizzera compresa con il Ticino a trainare gli altri cantoni. Perché?
Film e numeri
La realtà del 2026 è che il fumo è scomparso dai film e dalla televisione, dai locali, oltre che da gran parte anche delle nostre strade e dei locali. Molti di noi addirittura non conoscono nemmeno un fumatore e non hanno memoria di quell’odore di sigaretta che dopo un minuto passato in un qualsiasi bar impregnava i vestiti per giorni. Qualcosa quindi non torna. Perché in Europa fuma ancora circa il 24% della popolazione adulta, con punte che sfiorano o superano il 35% in Paesi come Bulgaria, Grecia e Croazia. E in Svizzera la percentuale di consumatori di prodotti a base di nicotina supera il 22%. Inoltre, dettaglio che dovrebbe far riflettere chiunque creda nella linearità del progresso, la fascia d'età con la più alta concentrazione di fumatori non è quella dei sessantenni cresciuti nell'era delle Marlboro senza filtro, ma quella dei giovani adulti tra i 25 e i 39 anni, che fuma con una percentuale del 32%.
Nel mondo
L'Organizzazione mondiale della Sanità stima che nel mondo esistano circa 1,3 miliardi di fumatori, poco più di un sesto della popolazione planetaria. La buona notizia è che per la prima volta nella storia il numero assoluto di fumatori maschi è in calo. La cattiva è che il calo è lentissimo, e che nel 2025 il mondo non è riuscito a raggiungere l'obiettivo di riduzione del 30% che si era prefissato nel 2010 con una scadenza appunto di 15 anni. Se attualmente la regione con la più alta percentuale di popolazione che usa tabacco è quella del Sud-Est asiatico con il 26,5% l'Europa non si discosta molto, attestandosi al citato 24. Il paradosso europeo è chiaro: nonostante decenni di politiche antifumo più stringenti di quasi ogni altra regione del mondo, il Vecchio Continente è sulla via di diventare il più fumatore del pianeta per via del calo più rapido nelle altre aree. L'ultima indagine Eurobarometro evidenzia che il tasso di fumatori nell'UE è rimasto relativamente invariato tra il 2020 e il 2023, con un calo di appena l'1%. Un punto percentuale in tre anni. Alla velocità attuale l'obiettivo della Commissione europea, la cosiddetta «tobacco free generation» con la quota di fumatori sotto il 5% entro il 2040, appare più un esercizio di ottimismo istituzionale, con i media-ufficio stampa a rimorchio, che una previsione realistica. È addirittura più probabile la totale elettrificazione del parco auto, per citare un altro obbiettivo che si è scontrato con la realtà.
Chi sono i fumatori?
L'OMS ha avvertito che l'Europa rischia di diventare la prima regione al mondo per consumo di tabacco, per tre ragioni. La prima è la presenza di Paesi dell'Est e dei Balcani, dove il fumo è ancora radicato nella cultura sociale. I fumatori più accaniti si trovano infatti nell'Europa orientale, con il 37% in Bulgaria, il 36% in Grecia, il 35% in Croazia e il 34% in Romania. In questi Paesi i prezzi delle sigarette sono bassi, le politiche antifumo meno rigide, e soprattutto il fumo mantiene una connotazione sociale positiva, o perlomeno neutrale, che in altri Paesi, dalla Svizzera all’Italia, dalla Francia alla Germania, ha perso da decenni. La seconda ragione riguarda le donne. I tassi femminili di consumo di tabacco nella regione europea sono più del doppio della media globale e si stanno riducendo molto più lentamente rispetto a tutte le altre zone del pianeta perché in buona parte del mondo le donne fumano pochissimo per ragioni culturali, religiose ed economiche. In Europa la liberazione femminile degli anni Sessanta e Settanta ha portato con sé anche la normalizzazione del fumo femminile, e quel peso demografico pesa ancora oggi sulle statistiche continentali. La terza ragione è più recente: i nuovi prodotti. Sigarette elettroniche, il tabacco riscaldato, le bustine di nicotina hanno riaperto le porte del mercato a giovani che il fumo tradizionale stava perdendo. I gusti fruttati, il design accattivante, la percezione di minor danno rispetto alla sigaretta classica hanno fatto il resto.
La Svizzera
Se l’Europa quanto a tasso di fumatori sta ancora male bisogna dire che la Svizzera non sta benissimo. Circa il 23% della popolazione dai 15 anni in su consuma prodotti a base di nicotina (quindi non solo sigarette), secondo l'Indagine Salute e Lifestyle 2025. Certo la percentuale di fumatori è diminuita dal 1992, anno che citiamo non a caso, perché dopo anni di costante diminuzione, arrivando in zona 30%, nel 1992 iniziò in Svizzera un boom che avrebbe portato nel 1997 i fumatori al 33%, prima che il dato riprendesse a calare. Un aspetto interessante del caso svizzero riguarda poi le differenze regionali interne. In sintesi, in Ticino fuma più gente rispetto alla Svizzera francese e tedesca. Il dato più aggiornato disponibile è quello dell'Indagine sulla Salute in Svizzera (ISS) 2022, pubblicata dall'UST nel 2024. Nella Svizzera italiana fuma il 25,8% della popolazione, contro ad esempio il 22,5% della Svizzera tedesca, con le donne ticinesi a trainare le statistiche: 24,3% contro il 19,9 delle svizzere tedesche.
La questione giovani
Nella Svizzera in generale nella fascia di età compresa tra i 20 e i 24 anni, la percentuale di persone che consumano prodotti a base di nicotina è pari al 27%. Quasi uno su tre tra i ventenni. E tra le ragazze di 15-19 anni, le sigarette elettroniche sono già più diffuse che tra i coetanei maschi: le ragazze tra 15 e 19 anni utilizzano sigarette elettroniche nel 12,2% dei casi, almeno una volta al mese, contro il 6,6% dei coetanei maschi. Questo è il dato che più contraddice la narrativa dominante secondo cui le campagne antifumo starebbero funzionando: la percentuale più elevata di fumatori si registra nella fascia di età tra i 25 e i 39 anni (32%), seguita da quella tra i 44 e i 54 (28%) e quella tra i 15 e i 24 (22%). In altre parole, i giovani adulti di oggi fumano più degli anziani. Questo non significa che le campagne abbiano fallito in assoluto ma senz’altro significa che il fumo non è un'abitudine in via di scomparsa naturale con il passaggio generazionale, come a volte si sente dire. Ogni generazione produce la sua quota di nuovi fumatori e quindi il problema non è convincere i fumatori di 60 anni a smettere, perché molti lo fanno, o vengono costretti a farlo dalla malattia. Il problema è rompere il meccanismo di reclutamento che ogni anno porta decine di migliaia di ragazzi ad accendere la prima sigaretta: non vedranno fumare al cinema, ma certi modelli culturali vanno oltre la correttezza politica e sanitaria. Da ricordare che il 54% dei fumatori correnti e passati ha iniziato a fumare regolarmente prima dei 19 anni e che il 14% lo ha fatto prima dei 15. La dipendenza si stabilisce in adolescenza, quando il cervello è ancora in formazione e particolarmente vulnerabile agli effetti della nicotina. Chi non ha fumato entro i 25 anni ha probabilità molto basse di diventare fumatore: tutta la battaglia si gioca in quella finestra e per una volta la metafora bellica si può usare visto che ogni anno in Europa per cause legate al fumo muoiono almeno 700.000 persone.
Fumo di classe
I dati europei tracciano un profilo sociologico del fumatore contemporaneo molto preciso, al punto che si può dire che il fumo oggi sia in molti casi un indicatore di classe sociale. In Europa i disoccupati sono infatti i più propensi a fumare (40%), seguiti dai lavoratori manuali (37%) e dai dirigenti (20%). La percentuale di fumatori è più alta tra le persone che hanno difficoltà a pagare le bollette (38%) rispetto a chi non ha mai avuto questi problemi (21%). Il fumo è quindi anche una patologia sociale: il suo legame con povertà e precarietà è evidente e le campagne informative che si rivolgono agli individui come agenti razionali capaci di fare scelte consapevoli ignorano questo contesto. Chi è sotto pressione economica e psicologica non fuma «nonostante sappia che fa male», fuma in parte proprio perché fa male, perché la nicotina è uno dei pochi strumenti di gestione dello stress accessibili a basso costo. Ultimo ma non ultimo discorso: ovunque le persone con formazione superiore o universitaria fumano meno, mentre le persone con background migratorio fumano più spesso. Fumo come segno di identità, di attaccamento alla cultura di origine? Il dibattito è aperto, ma certo è che nascondere un problema, almeno dal punto di vista mediatico, non cancella il problema. Soprattutto quando le presunte vittime non lo percepiscono come tale. Sono più le persone che hanno imparato a fumare dal compagno di classe che quelle ispirate da Humphrey Bogart.
