L'approfondimento

Quando il futuro immaginato diventa un presente concreto

Il 2026 è un anno che ricorre in svariate opere letterarie e cinematografiche fantascientifiche nelle quali si possono ritrovare, con il loro immaginare i tempi a venire, numerose indicazioni riscontrabili nella realtà contemporanea
© Shutterstock
Michele Castiglioni
12.08.2026 06:00

Il futuro non è mai come ce lo siamo immaginato. O forse si?

Da qualche anno ormai, e in alcuni casi qualche decennio, viviamo nel futuro ipotizzato da opere letterarie e cinematografiche, le quali hanno, a loro tempo, delineato un avvenire che, pur rimanendo fantastico, ha provato a figurare una logica esplicitazione delle dinamiche visibili al momento del loro parto creativo. In questo panorama, il 2026 è un anno cruciale per un buon numero di opere che hanno definito l’immaginario «futuristico» raccogliendo l’apprezzamento degli appassionati di fantascienza più o meno «hard» (ovvero basata su effettive nozioni scientifiche utilizzate per dare una credibilità logica alla narrazione).

Le «Metropolis» di oggi

Nel 1927 Fritz Lang sconvolgeva gli acerbi spettatori di una giovane settima arte con una delle opere più immaginifiche e importanti nella storia del cinema, Metropolis, ambientandola nel 2026, in una città talmente futuristica da reggere ancora oggi il confronto critico dal punto di vista visivo. Non solo, il lungometraggio del regista tedesco rappresenta il punto d’origine estetico di molta della fantascienza «urbana» dei decenni a venire, da Blade Runner (nella cui origine c’è peraltro anche lo zampino delle prime tavole di The long tomorrow, frutto della matita di Moebius/Jean Giraud in combutta con Dan O’Bannon e nate per noia – pare – in una pausa di pre-produzione del mai realizzato Dune di Jodorowsky) al fondamentale Akira di Katsuhiro Ōtomo, fino allo «sprawl» cyberpunk di William Gibson che arriverà (finalmente) sugli schermi a gennaio del prossimo anno. E se si dà un’occhiata oggi a città come Shenzen in Cina o Singapore, la sensazione che il futuro sia qui, ora, si fa irresistibile.

Ma, soprattutto, Metropolis rimane attuale per le tematiche che impastano scienza, umanità, società e politica in un tentativo di proiettare nel futuro lo scontro di classe di allora. Uno scontro di classe che – pur in altri termini – si è davvero concretizzato ed acuito nel 2026: la disparità tra il cosiddetto «primo mondo» e l’«ultimo» (quale che sia) e l’enorme divario in costante allargamento tra il famoso «uno percento» della popolazione mondiale sempre più scevro da vincoli morali, etici, sociali e il restante 99 che «tira il carretto».

Marte e la sua conquista

Ancora, il 2026 torna anche negli anni Cinquanta del secolo scorso, grazie al geniale Ray Bradbury che lo poneva come vertice della linea temporale delle sue Cronache Marziane, in particolare nel racconto Cadrà la pioggia tenera. Un’opera che viene interpretata perlopiù come un’allegoria del brutale sterminio dei nativi da parte degli europei nella costruzione dell’America moderna (applicabile, a sua volta, a qualsiasi conquista a discapito di una popolazione radicata e culturalmente raffinata da parte di un’altra più agguerrita e ignorante). Uno scontro che mette impietosamente in piazza il peccato originale statunitense e che non è difficile leggere nella realtà odierna, nella quale il potere è gestito in modo personalizzato e cialtronesco da un manipolo di spregiudicati affaristi tutto fuorché dediti alle gioie della cultura.

E sempre Marte è protagonista anche di un’altra opera che fa cominciare la storia proprio nel 2026: il ciclo della Trilogia di Marte che Kim Stanley Robinson ha dato alle stampe nel corso degli anni Novanta del secolo scorso. In questo caso la narrazione nel complesso ha un sapore positivo, più utopico che distopico. Eppure, porta elementi che riconosciamo: Marte deve essere colonizzato e terraformato per trovare altro spazio vitale oltre al nostro pianeta. La conquista di Marte, la presenza umana lassù, nuovo spazio per espanderci: non vi ricorda dei discorsi veramente pronunciati da uno strano ultra-stra-miliardario dalla scarsa empatia e lo sguardo inquietante che finanzia la ricerca di vettori spaziali? Oltretutto, cosa va storto in tutto questo? Ovviamente la grettezza delle multinazionali che vogliono sfruttare anche il nuovo pianeta: altri echi di modernità.

Scimmie al potere

C’è poi l’inquietante coincidenza che lega il 2026 alla saga del Pianeta delle Scimmie, in particolare al secondo film della serie reboot, Apes Revolution, del 2014: dopo – udite, udite – nientemeno che una pandemia, la storia riprende… quest’anno e lo fa con uno scontro di civiltà, guerre e violenza in uno scenario di distruzione ambientale. Certo, la storia della recente pandemia di COVID-19 non ha nulla da spartire con la ricerca di un rimedio all’Alzheimer come nel lungometraggio, ma che da essa, in qualche modo, stia emergendo un nuovo modo di approcciare la realtà – dato perlopiù dallo sviluppo sfrenato della tecnologia, al contestuale sfruttamento scriteriato di risorse e all’indifferente e miope messa in crisi degli equilibri naturali – sembra quasi essere un’eco metaforica della nuova specie dominante che reclama il suo spazio. E porta a nuove guerre.

A proposito di deterioramento ambientale e conseguenze sociali, va poi citato anche La parabola del seminatore, romanzo Premio Nebula del 1993 scritto da Octavia Butler, che pone come primo motore della narrazione il prossimo collasso della società a causa dei cambiamenti climatici e della conseguente scarsità di risorse, ambientandolo tra il 2024 e il 2027. Anche in questo caso la previsione sul versante apocalittico non si è concretizzata – per nostra fortuna – ma il contesto descritto parla del nostro presente in modo preoccupantemente realistico. Altri segnali che il futuro immaginato per questo periodo storico non ci ha azzeccato del tutto, ma in qualcosa sicuramente sì. Dipende semplicemente dal punto di vista secondo cui lo si valuta.

Un fondo di verità

Più in generale, sembra che le ipotesi fantascientifiche rivolte al futuro – tra le quali quelle ambientate nel 2026 non fanno eccezione – al di là di qualche ingenuità dovuta a quando sono state scritte o a velleità narrative, in qualche modo si specchino sempre nella realtà effettiva dei periodi a cui si riferiscono. Certo, in molti casi fanno sorridere, soprattutto se si guardano le soluzioni descrittive dal lato squisitamente tecnologico in racconti che vantano una certa età, ma l’attualità degli aspetti sociali, psicologici e più in generale delle dinamiche umane è evidente, a testimonianza di quanto poco l’umanità è cambiata, in barba al cosiddetto «progresso». Al di là di ciò, rimane la sorprendente visionarietà di alcuni autori nell’immaginare un futuro plausibile all’evidenza dei fatti e l’ambigua consapevolezza che il futuro immaginato, per quanto esagerato nelle intenzioni, avrà sempre qualche riscontro nella realtà.