Formazione

Quanta libertà c’è nelle università?

Un coordinatore di Students for Liberty racconta le peripezie che si incontrano quando si vuole parlare di argomenti scomodi - Com'è la situazione in Ticino?
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Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
18.07.2026 23:00

Quanta libertà di espressione — e di ricerca — c’è nelle università di oggi? E in Svizzera, a che punto siamo? Facciamo una piccola indagine. Innanzitutto, incontreremo Emanuele Martinelli, coordinatore per la Svizzera e l’Italia dell’organizzazione Students For Liberty e uno degli organizzatori di «Università senza censure», una campagna che, dal 6 al 15 maggio, ha fatto tappa in sette università in tutta la Svizzera (Friburgo, Zurigo e Lugano) e in Italia (Milano, Pavia, Bologna e Roma).

Nel nome di Hayek

«Siamo un’organizzazione internazionale», spiega Martinelli, «fondata sui valori del liberalismo classico, con influenze culturali che spaziano da Friedrich von Hayek a Ludwig von Mises e Milton Friedman — in generale, la Scuola Austriaca di Economia. Operiamo interamente su base volontaria per ideare e organizzare eventi, campagne e conferenze in molti paesi del mondo. Alcune delle azioni di Students For Liberty hanno persino contribuito a frenare determinate derive autoritarie da parte di alcuni governi. Ad esempio, le proteste a Tbilisi che hanno portato a un’abrogazione — purtroppo temporanea — della legge sul controllo degli ‘agenti stranieri’ in Georgia, oppure l’azione coordinata di lobbying che ha contribuito a rallentare il “Chat Control 2.0” dell’UE, che, purtroppo, è stato approvato pochi giorni fa nella sua versione 1.0 — incentrata sulla scansione volontaria e limitata ai contenuti non crittografati. Abbiamo evitato, per ora, la scansione obbligatoria e centralizzata di tutti i contenuti».

Alcuni timori

E che dire dell’iniziativa “Università senza censura”? “Il suo obiettivo era sensibilizzare — soprattutto il corpo studentesco — sulla libertà di espressione e di insegnamento nelle università. In ciascuna delle sette tappe abbiamo organizzato conferenze a tema, invitato personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, distribuito materiale informativo e raccolto le opinioni degli studenti tramite un sondaggio anonimo. Attualmente stiamo analizzando i risultati. Questo sondaggio fa parte di uno studio più ampio che stiamo conducendo in collaborazione con la Foundation for Individual Rights and Expression (FIRE) di Filadelfia. La FIRE è nota negli Stati Uniti per la sua classifica dei campus con i livelli più elevati di libertà e per le sue proposte su come aumentare la libertà di espressione e la libertà accademica. «Vorremmo poter fare la stessa cosa per l’Europa».

Il liberalismo puro sembra incontrare un’opposizione crescente in questo mondo polarizzato che brama il controllo: avete avuto difficoltà a organizzare i vostri eventi? «Lavoriamo spesso attraverso le associazioni studentesche locali, e ciò che abbiamo generalmente osservato è una certa esitazione a collaborare, unita al timore di ritorsioni contro le loro future attività o, in alcuni casi, persino contro di loro personalmente. In Svizzera la situazione è migliore rispetto all’Italia, ma abbiamo comunque incontrato ostacoli burocratici. Basta che un evento venga classificato come controverso per dover affrontare procedure lunghe ed eccessivamente complesse, troppo onerose da gestire per un gruppo di studenti volontari. A volte abbiamo dovuto spostare la conferenza in una sede privata, il che ha inciso sui costi e sulla pubblicità che avevamo già generato. Altre volte, ci siamo dovuti accontentare di uno stand per distribuire volantini».

Tra burocrazia e prevenzione

Censura? «Non possiamo saperlo con certezza. Va detto che, in certi casi, il clima di tensione all’interno delle istituzioni deriva dalla necessità di mantenere l’ordine e il rispetto. Ad esempio, l’Università di Zurigo ha dovuto rafforzare leggermente le misure di sicurezza in seguito all’occupazione del campus principale da parte di gruppi di sinistra che protestavano contro la guerra a Gaza. È intervenuta persino la polizia cantonale. Si è trattato di episodi problematici che hanno portato, di conseguenza, a un inasprimento delle misure di sicurezza anche per eventi come il nostro. D’altra parte, questa necessità è comprensibile, dato che la qualità del dibattito pubblico si è notevolmente deteriorata. Tuttavia, il sistema burocratico dovrebbe essere gestito in modo tale da evitare che crei ostacoli al libero scambio di idee, che dovrebbe rimanere la missione primaria delle università».

Lato Italia

Tutto sommato, com’è la situazione in Svizzera? «Vivo qui da molti anni e trovo che l’atmosfera sia più stimolante che in altre parti d’Europa. Anche altri studenti italiani me lo hanno confermato. Naturalmente, quasi ovunque si percepisce un maggiore nervosismo – quasi una paura – da parte delle stesse università quando si tratta di mettere sul tavolo determinati argomenti e discuterne in modo critico. Forse perché i social media hanno la capacità di amplificare e distorcere tali discussioni e di rendere soffocante la pressione esercitata da una parte dell’opinione pubblica: questo a volte porta a utilizzare la burocrazia come scudo contro la vera e autentica libertà di espressione. C’è la scusa del mantenimento dell’ordine. Ma come organizzazione, lo vediamo con maggiore chiarezza proprio in Italia».

Incasellare per devitalizzare

Cosa è successo nella penisola vicina? «A Roma avevamo invitato Ruggero Freddi, che era stato licenziato dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza — dove insegnava — dopo che era emerso che in passato aveva lavorato come attore pornografico negli Stati Uniti. Volevamo organizzare un dialogo tra lui e il rettore dell’università — proprio la stessa persona che lo aveva licenziato — ma lei si è rifiutata. Alla fine, abbiamo dovuto spostare l’evento in una sede privata. A Milano, volevamo facilitare un dialogo tra Giuseppe Cruciani — una figura controversa, sì, ma che non usa mezzi termini — e quei quattro studenti sospesi per un anno dall’Università Bocconi per aver espresso alcuni commenti — sessisti e transfobici, e in ogni caso altamente discutibili — che circolavano in una chat di gruppo estranea all’ambiente universitario. Ci sono state alcune proteste, ma tutto si è svolto senza intoppi. A Pavia, invece, non siamo riusciti a organizzare l’evento perché lo statuto dell’università non consente lo svolgimento di eventi «a tema politico», a meno che non siano organizzati da associazioni riconosciute come sezioni giovanili di partiti politici esistenti. A parte il fatto che, in base al proprio statuto, Students for Liberty non collabora con i partiti politici, il risultato è che il dibattito politico rimane confinato entro i parametri delle entità politiche esistenti e delle idee già accettate dall’elettorato. In queste condizioni, ad esempio, è praticamente impossibile discutere in un evento di un modello privato per il sistema sanitario italiano, poiché nessun partito politico ha alcun incentivo a discutere tali idee. Tutto ciò va a discapito dell’originalità e dello sviluppo di modi di pensare nuovi o alternativi. Ci chiediamo se il ruolo delle università debba essere quello di riaffermare le posizioni dei partiti politici o di fungere da laboratorio per soluzioni innovative».

Gabriele Balbi, rettore ad interim dell’USI

In tempi come gli attuali - così pieni di fatti e motivi polarizzanti - non è facile gestire le legittime richieste di quegli studenti che vogliono impegnarsi nel dibattito culturale e politico anche fuori dalle aule ma comunque facendo riferimento all’ambiente universitario, organizzando eventi e dibattiti di vario tipo. «Per gestire queste richieste - spiega Gabriele Balbi, rettore ad interim dell’Università della Svizzera italiana - uno dei canali principali che abbiamo è la Corporazione studentesca, che raccoglie le associazioni degli studenti e le domande per eventi o manifestazioni. Dapprima verifichiamo con loro che il confronto possa avvenire nel totale rispetto di tutte le persone coinvolte. Conditio sine qua non. Poi, controlliamo se abbiamo spazi adeguati per soddisfare la richiesta senza ripercussioni su sicurezza, lezioni ed esami. Allo stesso tempo, facciamo riferimento al nostro codice etico che ci serve come bussola per tutelare la libertà di espressione e di pluralismo all’interno dell’ateneo. A mia memoria, non si è mai verificato il caso di una iniziativa respinta esclusivamente a causa delle idee o dei contenuti che intendeva promuovere».

Negli ultimi tre anni, tuttavia, anche per via dei conflitti in Medio Oriente, in Ticino qualche tensione c’è stata. «All’USI nessun incidente. Sul campus si sono svolte manifestazioni esterne, perlopiù pacifiche. Ci siamo limitati a tenere la situazione sotto osservazione. Questo anche all’interno: l’Università è dotata di una unità di crisi in caso di occupazioni. Che però, appunto, non ci sono state, nemmeno nel momento di maggiore intensità della guerra a Gaza. Questo perché siamo un campus veramente pluralista nel DNA, con oltre quattromila studenti da cento Paesi. Tutti hanno origini, percorsi esistenziali e sensibilità molto diverse tra loro, ma è questo che favorisce paradossalmente una convivenza serena. Non abbiamo nemmeno una facoltà di Scienze politiche o di Storia o simili, dove potrebbero forse nascere posizioni più polarizzate».

Ma riguardo ai contenuti dell’insegnamento? «All’USI vige libertà nella responsabilità riguardo la definizione dei contenuti dei corsi e delle attività di ricerca dei docenti. Abbiamo un Comitato etico, certamente, che dà il via libera ad attività di ricerca sensibili che prevedono per esempio interviste ai minori, ricerche di taglio medico, con dati personali o casi simili. La base di tutto è l’equilibrio tra la correttezza scientifica, il rispetto delle persone, la capacità di dare voce alle varie istanze e ai vari aspetti di una questione».

Franco Gervasoni, direttore della SUPSI

Non di rado il controllo sulla libertà di espressione e di insegnamento negli atenei può annidarsi più a monte rispetto alla semplice sorveglianza sulle iniziative degli studenti. Negli USA il meccanismo è più visibile che in Europa: le procedure di accreditamento degli atenei, per esempio, nascondono talvolta richieste di standard che sono surrettizie «imposizioni» di linee politiche e geopolitiche. Lo si è ben visto nel secondo mandato di Donald Trump, dove le minacce di defunding sono state uno strumento per imporre, o per escludere, certi temi. In diversi campus USA si sono registrate tensioni di ogni tipo, tra arresti di studenti e censure. Non che andasse meglio con le presidenze «dem», da Barack Obama a Joe Biden, impegnate a imporre in modo soft, a suon di fondi pubblici, uno sterilizzante «politicamente corretto».

«In Svizzera - spiega Franco Gervasoni, direttore generale della SUPSI e membro del Comitato di Swissuniversities - abbiamo un sistema che mi sembra molto equilibrato. Se penso alla SUPSI e alle altre scuole universitarie, è chiaro che lavoriamo anche su questioni di sviluppo industriale e su temi sociali ed economici che possono comportare determinate problematicità. Nel rispetto della libertà accademica di formazione e ricerca dobbiamo in ogni caso prestare attenzione alle questioni etiche correlate mantenendo apertura al confronto anche in campi di approfondimento potenzialmente divisivi e polarizzanti. È anche una questione di competenze sviluppate nel tempo all’interno delle differenti scuole universitarie. Ad esempio, in SUPSI abbiamo competenze qualificate e riconosciute nell’ambito delle energie rinnovabili, in particolare del fotovoltaico; sul nucleare, sono altre istituzioni ad avere una tradizione e una specializzazione maggiori. Sono temi su cui si discute attualmente parecchio nel dibattito pubblico. Il nostro compito è studiarli e approfondirli, senza farci condizionare da attori o interessi esterni e portando un contributo scientifico attivo allo sviluppo delle riflessioni e delle soluzioni più adeguate per il futuro della nostra società. Un ulteriore esempio interessante è stato anche il recente comunicato del Consiglio dei politecnici che ha annunciato l’intensificazione della collaborazione con Armasuisse, lasciando esplicitamente piena libertà di giudizio ai professori se aderire o meno a progetti nel settore della tecnologia della difesa. In generale quindi, riguardo la libertà di insegnamento e di ricerca in Svizzera, io vivo in un sistema ancora sano, senza condizionamenti particolari».

Luciana Vaccaro, presidente Swissuniversities

Del tasso di libertà nei nostri atenei si occupa anche Swissuniversities, l’organizzazione mantello delle scuole universitarie svizzere. «La libertà accademica - dice la presidente Luciana Vaccaro - è essenziale per l’insegnamento, la ricerca e l’innovazione nelle scuole universitarie, ed è strettamente legata alla libertà di espressione. L’UNESCO l’ha definita nel 1997 come il diritto di insegnare, svolgere attività di ricerca, pubblicare e diffondere conoscenze, di esprimere liberamente opinioni accademiche, senza censura istituzionale né interferenze, nel rispetto degli standard professionali. Negli ultimi anni, di fronte a crescenti contestazioni di questi principi, Swissuniversities ha ribadito più volte tali valori».

Ricorda qualche contestazione problematica? «Non raccogliamo statistiche sulle singole situazioni che si verificano nelle scuole universitarie, perché sono gestite direttamente da loro in autonomia. Posso dirle che nel 2024 abbiamo pubblicato raccomandazioni generali sul dibattito relativo al conflitto in Medio Oriente nelle scuole universitarie. Quest’anno, a seguito di un intervento della polizia presso l’Università di Belgrado, ci siamo espressi a favore del rispetto dell’autonomia istituzionale delle scuole universitarie in Serbia».

Salendo a monte, in quale misura la libertà accademica è legata al finanziamento pubblico o privato? «Per essere realmente garantita, essa deve poggiare su un finanziamento stabile, diversificato e trasparente. Quello pubblico svolge un ruolo essenziale, consente di condurre ricerche indipendenti in ambiti che non rispondono immediatamente agli interessi del mercato. Il finanziamento privato può favorire la collaborazione con la società e l’economia. Ma deve essere disciplinato in modo da preservare l’indipendenza dei ricercatori e la libertà di scelta dei temi. A tal proposito, le Accademie svizzere delle scienze, in collaborazione con noi e altri partner, hanno pubblicato il Codice dell’integrità scientifica».

La libertà della ricerca è maggiormente minacciata nelle scienze umane? «In effetti, alcune discipline possono essere più esposte di altre alle controversie sociali o ai tentativi di ingerenza. Stiamo osservando con preoccupazione il progressivo arretramento della libertà accademica in numerosi Paesi e in discipline molto diverse tra loro, dalle scienze umane e sociali alle scienze naturali e tecniche, compresi Paesi che per lungo tempo sono stati considerati modelli di riferimento, come gli Stati Uniti».

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