Quel carteggio dipinto di Bianconi e Beretta

Un Ticino estraneo a molti di noi, eppure così prossimo. La prestigiosa e tipograficamente deliziosa pubblicazione presso le Edizioni del Cantonetto di Lugano del fitto carteggio tra Piero Bianconi ed Emilio Maria Beretta ci restituisce la realtà di un Paese in trasformazione, al contempo famigliare e irriconoscibile. Grazie al lavoro certosino ed erudito delle curatrici Sabina Geiser Foglia, Giulia Fanfani e Cecilia Gibellini (fondamentale il loro sorvegliato e mai ridondante apparato di note esplicative) e all’introduzione di Renato Martinoni, tra i nostri critici il migliore conoscitore dell’opera bianconiana, l’epistolario ci svela attraverso i pensieri, le emozioni e le ubbie dei due intellettuali un vivido spaccato della realtà culturale del «nostro» Novecento. La lunga storia dell’amicizia tra il pittore Emilio Maria Beretta e lo scrittore Piero Bianconi, ambedue locarnesi di origine vallerana, «montanara» come amano sottolineare, si distende su un quarantennio, tra l’estate del 1939 e il maggio del 1974. È un tempo lento, benché ruvido per gli accadimenti storici, quello che scorre sullo sfondo di questo ininterrotto sodalizio, dove non tutto viene bruciato alla velocità dei ritmi frenetici di oggi. Un legame prevalentemente epistolare tra un letterato stanziale, a Minusio, e un pittore «dalle mobili tende», occupato in una sorta di pendolarismo stagionale a muoversi tra Ginevra (Troinex), Gordevio, Parigi, Roma e infine Camaiore in Toscana. Si vedono poco, eccezion fatta per il periodo della guerra, obbligatoriamente prigionieri dei confini ticinesi, impegnati a riscoprire e vivisezionare il loro territorio con l’ardente curiosità che li contraddistingue. Si scrivono molto in compenso, senza eclissi né tentennamenti, con poche incomprensioni e qualche malumore che non intaccano minimamente il bene, «concentrato come la conserva di pomodoro», che li unisce. Un’amicizia declinata in 369 lettere conservate nel fondo Bianconi presso l’Archivio di Stato del Cantone Ticino a Bellinzona. Forte lo sbilanciamento in favore delle missive bianconiane: 303 quelle dello scrittore di Minusio (per lo piú dattiloscritte), 66 quelle di Beretta (rigorosamente manoscritte e spesso ornate con disegni in penna). La sproporzione non è dovuta necessariamente al fatto che Bianconi scrivesse di più, quanto semmai alla considerazione che quest’ultimo, che si autodefinisce «sparpagliato come polvere al vento» e con la «stolta abitudine di non conservare le lettere», era molto meno minuzioso e sistematico nel tenere ordine nella sua corrispondenza. Il momento più intenso e regolare dello scambio epistolare è negli anni Cinquanta-Sessanta, specchio fedele della loro produttività, che in quel lasso di tempo raggiunge l’apice. Sono anni di alacre attività per Bianconi, impegnato su vari fronti: dall’insegnamento liceale alla scrittura e alla traduzione (con relativi scambi epistolari con i direttori editoriali di grandi case editrici italiane), dall’elzivirismo (nel 1953 dirigerà anche, per un anno circa, la rivista «Svizzera Italiana»), alla pubblicazione di opere divulgative di storia dell’arte. Per Beretta, a Parigi dal 1954 al 1964, è il momento invece di aprire il suo linguaggio pittorico – percorso, dice, lungo e complicato – alla modernità, al rigore formale; la capitale francese lo stimola, frequenta Balthus, Picasso, Chagall, Giacometti, ricuce i contatti con il pittore futurista Gino Severini, di cui era già stato allievo negli anni Trenta durante un soggiorno di studio. Nella Ville Lumière respira la cultura artistica, dice di lavorare bene, incamera impressioni osservazioni riflessioni, visitando con la consueta passione esposizioni, mostre, gallerie. Musica, pittura e teatro sono in estrema sintesi il nutrimento dello stile pittorico, già prevalentemente decorativo, del Beretta «parigino». Di questo e di molto altro si parla nelle lettere. Ne sono state scelte 195 per questa pubblicazione, 140 di Bianconi, 55 di Beretta, seguendo il filo dell’interesse dei temi trattati, della qualità della scrittura e, ovviamente, della testimonianza, intensa e consistente, del rapporto tra i due corrispondenti. Un migliaio le note esplicative alle missive, che cercano di circostanziare gli avvenimenti descritti, di chiarire le allusioni contenute nei testi, di spiegare e rendere più visibile il contesto. Il doppio ritratto che emerge da questo epistolario colpisce per le convergenze non meno che per le divergenze. Indiscussi l’affetto e la stima reciproci, la consonanza sostanziale di idee e di inclinazioni – esplicitati nelle reiterate richieste di giudizio su quanto detto, fatto, scritto, dipinto –, ma colpisce in egual misura la diversità dei due caratteri, l’umbratile barriera che separa due modi di affrontare la vita quasi opposti. Più severo e dallo sguardo inquieto lo scrittore, che non manca di mostrare il suo scetticismo (in vetta alle sue caratteristiche), il lato pessimista della sua visione delle cose, immerso e quasi inghiottito da quello che chiama «il vuoto, fisico e morale, la solitudine amara», braccato dal trascorrere del tempo, che con gli anni si fa sempre più incalzante. Dal placido viso del pittore si affacciano invece due occhi buoni, contemplativi; ha un’indole positiva il Beretta, quasi gaudente, «mani in tasca e cervello in ebollizione», è impossibile secondo l’amico fargli rilevare i lati negativi della vita. Con gli anni, lo si vede bene seguendo la cronologia dell’epistolario, Beretta sostituisce sempre più volentieri la parola scritta con il disegno in penna. Nei momenti più disparati coglie il desiderio di stare in compagnia dell’amico lontano, Piero, e lo fa nell’unico modo che gli si confà: carta e penna. Se si trova in un bistrot qualsiasi inforca una penna e disegna sulla tovaglietta ciò che lo circonda, ma succede altresì che nel corso di una notte insonne Beretta si trasferisca in cucina «per stare un po’» con l’amico, e che disegni, con fine accuratezza, il bicchiere di vino che si concede o un piatto di frutta posato sulla tavola. D’altronde è questa la pittura di Beretta che Bianconi predilige, una pittura che definisce contemplativa, figurativa, semplice e ricavata dal reale della vita quotidiana. Parole e disegni da gustare.
