Ecco l'ormone associato all'anoressia e al rischio di ricadute

Le persone che soffrono di anoressia nervosa presentano livelli insolitamente elevati di un ormone chiamato «Leap2» nel sangue durante la fase acuta del disturbo. Tale ormone potrebbe essere implicato nel contrastare lo stimolo dell'appetito.
Lo rivela una ricerca che sarà presentata da Virginie Tolle, neuroscienziata presso l'Istituto di Salute e Ricerca Medica francese al Forum 2026 della Federazione delle Società Europee di Neuroscienze secondo cui pazienti con i livelli più alti di LEAP2 hanno maggiori probabilità di ricadute dopo il trattamento.
Capacità di controllare gli impulsi
I livelli di questo ormone potrebbero essere collegati alla capacità di controllare gli impulsi, un fattore determinante nell'evitare il cibo nell'anoressia nervosa. Inoltre, l'ormone potrebbe essere collegato alla regolazione della glicemia e a un'anomala tolleranza alla malnutrizione, spiegando perché i pazienti riescono a limitare l'introito di cibo per mesi o anni.
Anoressia e mortalità
L'anoressia ha il più alto tasso di mortalità tra tutti i disturbi psichiatrici. Nonostante la sua gravità, non esiste un farmaco efficace per curare questo disturbo. La guarigione può richiedere molti mesi e i tassi di ricaduta rimangono elevati, fino al 40%. La malattia non è solo una condizione psichiatrica, ma anche un disturbo con cause metaboliche.
La ricerca
La ricerca ha coinvolto 30 donne con anoressia nervosa trattate con un programma di rialimentazione di quattro mesi presso un centro specializzato per i disturbi alimentari a Parigi. Le pazienti hanno fornito campioni di sangue prima e dopo il trattamento e di nuovo sei mesi dopo.
Oltre ad anomalie nel rilascio dell'ormone della fame grelina, è emerso che le pazienti presentavano livelli eccessivi di un altro ormone (superiori del 20% rispetto ai sani). Leap2, prodotto dal fegato e dall'intestino, agisce in contrasto con la grelina, sopprimendo di fatto i normali segnali di fame.
L'ormone in questione
Leap2 era particolarmente elevato nelle pazienti che hanno avuto una ricaduta sei mesi dopo la dimissione dall'ospedale. Se confermato in un numero maggiore di pazienti, il risultato suggerisce che misurare Leap2 con un prelievo potrebbe predire chi è ad alto rischio di ricaduta. Lo studio potrebbe portare in futuro allo sviluppo di una terapia farmacologica.