L'intervista

Fegato grasso: i progressi della ricerca aprono nuove possibilità di trattamento

Ne abbiamo parlato con il dottor Antonio Galante, direttore della Fondazione Epatocentro Ticino, in occasione della Giornata mondiale dedicata a questa patologia
© Fondazione Epatocentro Ticino
Marcello Pelizzari
10.06.2026 18:08

Sono diventati il simbolo della corsa al dimagrimento facile, ma potrebbero rivelarsi un'arma preziosa contro una malattia che, dati alla mano, colpisce un adulto su tre. I farmaci agonisti del GLP-1 sono al centro delle nuove evidenze sul fegato grasso emerse al Congresso EASL 2026. Nella Giornata mondiale dedicata a questa patologia spesso silenziosa, ne abbiamo parlato con il dottor Antonio Galante, direttore della Fondazione Epatocentro Ticino, tra promesse della ricerca, rischi dell'uso improprio e un importante studio ticinese sulla predisposizione genetica.

Al Congresso EASL 2026 sono emerse conferme sull’efficacia di alcuni farmaci nati per il diabete e la perdita di peso, come gli agonisti del GLP-1, anche nel trattamento del fegato grasso. Quanto sono concreti questi risultati e in che modo potrebbero cambiare la cura della steatosi epatica nei prossimi anni?
«La MASLD, comunemente nota come "malattia del fegato grasso", è una patologia che, se non riconosciuta e trattata adeguatamente, può evolvere verso forme più gravi di danno epatico. Tra le novità presentate al Congresso EASL 2026 vi sono ulteriori conferme sul ruolo di nuovi trattamenti, tra cui gli agonisti del recettore GLP-1 e altre molecole della stessa area terapeutica. Si tratta di farmaci sviluppati inizialmente per il diabete e successivamente impiegati anche nell'obesità, che stanno dimostrando risultati promettenti anche nel trattamento del fegato grasso. Le evidenze più recenti suggeriscono che il loro beneficio potrebbe andare oltre la semplice riduzione del grasso nel fegato, contribuendo anche a limitare l'evoluzione verso le forme più avanzate della malattia. L’obiettivo, infatti, non è la cura della steatosi in sé, ma prevenire l’evoluzione in fibrosi, cirrosi, ed evidentemente le complicanze che ne conseguono. È però importante sottolineare che serviranno ancora ulteriori studi e dati di lungo periodo prima di considerarli una terapia consolidata per tutti i pazienti con MASLD, e andranno comunque presi in considerazione solo di fronte ad un’insufficiente risposta alle modifiche dello stile di vita, che restano il caposaldo del trattamento iniziale del fegato grasso. Oggi restano quindi farmaci da utilizzare nelle indicazioni previste e all'interno di un percorso clinico ben definito».

Negli ultimi anni, farmaci come l’Ozempic sono diventati popolari soprattutto come «scorciatoia» per dimagrire, con un uso spesso improprio e non controllato. Alla luce delle nuove evidenze sul loro ruolo terapeutico nel fegato grasso, come si può promuovere un utilizzo corretto e consapevole di questi farmaci, distinguendo l’impiego medico fondato da quello legato esclusivamente all’estetica? Che messaggio darebbe a chi li usa senza una reale indicazione clinica?
«Questi farmaci rappresentano una risorsa importante quando utilizzati nelle corrette indicazioni cliniche e sotto controllo medico. Non devono però essere considerati una soluzione rapida per perdere peso né un possibile approccio semplificato a problemi complessi. La loro prescrizione deve sempre derivare da una valutazione del medico, che consideri il quadro complessivo del paziente, dal diabete all'obesità fino alle eventuali complicanze metaboliche. Come ogni terapia, anche questi farmaci hanno indicazioni precise, benefici e possibili effetti collaterali che richiedono un appropriato inquadramento clinico, ogni altro utilizzo va assolutamente evitato».

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento importante: se in passato le principali patologie del fegato erano quelle virali, oggi prevalgono sempre più le malattie legate ai disturbi metabolici e agli stili di vita

Il fegato grasso interessa una quota molto ampia della popolazione (25-30%). Come si spiega una diffusione così elevata e quali sono oggi i principali fattori di rischio nella vita quotidiana?
«Il fegato grasso è oggi una delle malattie epatiche più diffuse nei Paesi occidentali e interessa circa un adulto su tre. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento importante: se in passato le principali patologie del fegato erano quelle virali, oggi prevalgono sempre più le malattie legate ai disturbi metabolici e agli stili di vita. Alimentazione ricca di calorie, zuccheri e cibi raffinati, sedentarietà, sovrappeso e obesità rappresentano i principali fattori di rischio. A questi si aggiunge il consumo di alcol, che può aggravare ulteriormente il danno epatico. Un dato particolarmente preoccupante è che, dopo la pandemia di Covid-19, si è osservato un aumento delle malattie del fegato correlate all'alcol. Sempre più spesso osserviamo infatti forme miste, in cui fattori metabolici e consumo di alcol agiscono insieme aumentando il rischio di progressione della malattia. Il fegato grasso, che può quindi conseguire a una alimentazione non equilibrata associata a uno stile di vita sedentario, a un consumo eccessivo di alcol o una combinazione di tutti questi fattori, non è solo una malattia del fegato, ma una manifestazione di una disfunzione metabolica sistemica associata a un aumento del rischio cardiovascolare e tumorale. Per questo è fondamentale investire nella prevenzione e nella sensibilizzazione della popolazione, promuovendo stili di vita sani».

La Fondazione Epatocentro Ticino ha presentato al Congresso uno studio su oltre 500 persone che evidenzia il ruolo della predisposizione genetica. Quali sono stati i risultati più significativi e perché rappresentano un dato importante a livello internazionale?
«La Fondazione Epatocentro Ticino ha presentato al Congresso EASL 2026 i risultati di uno studio condotto su oltre 500 persone afferenti al centro e sottoposte a screening per il fegato grasso. I risultati, presentati dalla dr.ssa Beatrice Barda, medico accreditato presso l'Epatocentro e ricercatrice della Fondazione, evidenziano il ruolo della predisposizione genetica nel rischio di sviluppare la malattia e nella sua evoluzione. I risultati mostrano che il 64% dei partecipanti presentava almeno una delle principali varianti genetiche associate al fegato grasso e che alcune di queste erano correlate a forme più severe della malattia e alla presenza di fibrosi. Si tratta di un dato importante perché conferma il contributo della genetica nello spiegare perché persone con caratteristiche cliniche e stili di vita apparentemente simili possano avere un'evoluzione diversa della malattia. Allo stesso tempo, lo studio contribuisce ad ampliare le conoscenze sui fattori che influenzano il rischio di progressione della malattia».

La steatosi epatica spesso non dà sintomi fino agli stadi più avanzati. In che modo la conoscenza del proprio profilo genetico può aiutare a individuare precocemente le persone a maggior rischio e a intervenire prima che il danno al fegato diventi significativo?
«Ci troviamo a tutti gli effetti in una nuova era della medicina, e questo coinvolge ovviamente anche l’epatologia. Grazie all’approccio della medicina delle 4P – predittiva, preventiva, personalizzata e partecipativa – possiamo identificare chi è a rischio, intervenire precocemente e guidare il paziente verso strategie terapeutiche su misura. La ricerca sulla genetica ci aiuta a capire meglio perché, a parità di fattori di rischio e stili di vita, alcune persone sviluppano forme più avanzate di fegato grasso rispetto ad altre. La valutazione del rischio non si basa però su un singolo elemento, bensì su un inquadramento complessivo che comprende la storia clinica del paziente, gli esami di laboratorio, gli accertamenti strumentali e, quando ritenuto opportuno dallo specialista, anche le informazioni genetiche. È proprio l'integrazione di questi diversi aspetti che permette una valutazione più completa e personalizzata. In futuro questo approccio potrà aiutare a riconoscere con maggiore precisione le persone che hanno più probabilità di sviluppare forme avanzate della malattia, consentendo di programmare controlli più mirati e di intervenire precocemente con strategie preventive e terapeutiche personalizzate».