Lo studio

Marmolada, uno studio svela le cause del crollo: il ghiacciaio era in «equilibrio critico»

La ricerca pubblicata su Geophysical Research Letters ricostruisce cosa portò al disastro del 3 luglio 2022, che causò undici vittime: calore in profondità, acqua di fusione e una rete di fratture interne
Red. Online
02.07.2026 18:36

A quattro anni dalla tragedia, la scienza mette a fuoco le cause del disastro. Il distacco del seracco della Marmolada, avvenuto il 3 luglio 2022 e costato la vita a undici persone, fu il risultato di più fattori che agirono insieme: il calore filtrato in profondità nella massa glaciale, l'acqua generata dalla fusione del ghiaccio e un fitto reticolo di crepe che ne aveva minato la solidità. A delineare questo quadro è uno studio pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters, firmato da Alberto Bellin dell'Università di Trento e da Carlo Baroni dell'Università di Pisa. I due ricercatori hanno esaminato le condizioni che, nei giorni precedenti, resero il ghiacciaio via via più esposto al collasso.

Una struttura compromessa dall'interno

Al centro dell'analisi c'è la fragilità interna del ghiacciaio. Secondo gli autori, la diffusione di sistemi di fratture nelle aree vicine alle superfici di rottura aveva progressivamente abbassato la resistenza del ghiaccio, creando le premesse per l'instabilità. Un assetto tanto complesso quanto pericoloso: nel momento del cedimento, il ghiacciaio si trovava in una condizione che i ricercatori definiscono di «equilibrio critico», con la massa ormai indebolita da un processo di deterioramento in corso da tempo.

L'azione combinata di calore e acqua

Determinante fu anche l'aumento della temperatura all'interno del ghiaccio, che sommandosi alle fratture ne ridusse ulteriormente la tenuta meccanica. A pesare, spiega lo studio, fu inoltre l'acqua di fusione accumulatasi durante una fase di caldo eccezionale: la pressione che questa esercitava alla base del ghiacciaio contribuì ad amplificarne la vulnerabilità, fino al distacco finale.

Un quadro che conferma le prime analisi

Le nuove conclusioni si inseriscono nel solco di quanto già emerso a meno di un anno dalla tragedia. Nel 2023, infatti, un team internazionale coordinato da Aldino Bondesan dell'Università di Padova aveva firmato il primo studio dedicato ai meccanismi del collasso, indicando nelle temperature anomale di fine primavera e inizio estate il fattore scatenante. In quel lavoro, basato sull'analisi di immagini satellitari e aeree scattate prima e dopo l'evento, si ricordava come al momento del distacco fossero stati toccati in quota 10,7 gradi e come dal ghiacciaio si fossero staccate circa 64.000 tonnellate di acqua, ghiaccio e detriti, con un'energia paragonabile a un sisma di magnitudo 0,6. Già allora i ricercatori individuavano nella fitta rete di crepacci e nella pressione esercitata dall'eccesso di acqua di fusione le cause principali del cedimento, oggi ulteriormente approfondite dallo studio dell'Università di Trento e di Pisa .