Teatro

Esplorare il crimine tra mito e tragedia

Un fatto di cronaca nera avvenuto in Belgio vent’anni fa, è lo spunto da cui il regista Milo Rau è partito per "Medea's Children" andato in scena al LAC
Un momento di «Medea’s Children» in cui la regitazione si mescola con immagini proiettate sullo sfondo. © Michiel Devijver
Giorgio Thoeni
23.03.2026 06:00

Uno spettacolo di Milo Rau tra le proposte della stagione del LAC è un evento teatrale che non lascia indifferenti. L’interesse suscitato dai suoi lavori è strettamente legato ai criteri che guidano le sue scelte registiche, al metodo realizzativo, alla coerenza del suo sentire il teatro e il ruolo che deve avere nella società. Lo sa il pubblico che ha già visto i suoi spettacoli, che l’apprezza per la forza e l’attualità del suo lavoro riconoscendo in lui un regista tra i più dirompenti di una scena artistica contemporanea in grado di infrangere e superare ogni confine tra cinema, teatro, attivismo, realtà e finzione. Nel senso di un teatro che deve creare discussione e far prendere posizione. Un quadro operativo che il regista svizzero ha descritto nel maggio del 2018, anno del suo insediamento come direttore artistico del Teatro della cittadina belga di Gent, con un decalogo di regole note come il Manifesto di Gent simili allo spirito con cui Lars von Triers aveva creato con Thomas Vinterberg il suo Dogma 95 per la cinematografia. Rau intendeva così dare una cornice ai criteri guida del suo teatro in una prospettiva contemporanea con una dichiarazione d’intenti secondo cui, come recita l’articolo 1: «Non si tratta più soltanto di rappresentare il mondo. Si tratta di cambiarlo. L’obiettivo non è quello di rappresentare il reale, ma di rendere reale la rappresentazione stessa».

Fra le caratteristiche del lavoro registico di Rau c’è la stretta connessione e intreccio con la tragedia classica con un approccio sociologico, un processo in cui riconoscere nella grande madre culturale classica il seme teatrale per una narrazione dove il dispositivo drammaturgico si collega perfettamente con fatti reali e viene realizzato davanti al pubblico. È stato così per i primi due capitoli dedicati da Rau alla tragedia greca (Orestes in Mosul e Antigone in the Amazon), è così anche per Medea’s Children, spettacolo che ha debuttato alla Biennale Teatro di Venezia 2024 e che nel fine settimana è stato proposto sul palco del LAC.

La vicenda di Medea che uccide i tre figli per negare la discendenza al traditore Giasone, Milo Rau lo collega a un terribile fatto di cronaca nera avvenutoin Belgio (2007) quando una madre sgozzava sistematicamente, uno dopo l’altro, i cinque figli dai 3 ai 14 anni. La donna, disperata e depressa, si «vendicava» così di una situazione matrimoniale ambigua e oppressiva. Un atto estremo da cui Rau parte per costruire una sorta di ritorno alle radici del teatro stesso con una flessione sulla violenza, la sua rappresentazione, la sua lettura da parte di vittime innocenti: quell’infanzia negata dall’orrore di un cruento gesto estremo che pone delle domande sull’ingiustizia e sulla stessa natura della tragedia.

Foto di Michiel Devijver.
Foto di Michiel Devijver.

Lo spettacolo inizia con la creazione del casting davanti al pubblico: un unico attore professionista Peter Seynaeve e cinque ragazzini protagonisti (dagli 8 ai 14 anni). Un sesto è dovuto rimanere in Belgio per impegni scolastici. Ognuno dei ragazzini interpreta più parti sul palco. Sullo sfondo uno schermo dove al racconto si somma l’immagine filmata, una ricorrenza nelle opere di Rau che alterna la ricostruzione di alcune fasi del mito a riprese in diretta di azioni che, per la parte decisiva, si svolge all’interno di uno ridotto abitativo scenografico. È il momento più crudo dello spettacolo: un pugno nello stomaco. L’infanticidio viene filmato con un piano sequenza di primissimi piani indugiando sui fiotti di san Michiel Devijvergue che sprizzano dalle giugulari recise dal coltello con le urla spasmodiche e i respiri affannosi lunghi e insistiti delle vittime. Al termine i cadaveri vengono allineati sul palco. È l’epilogo che interrompe il dialogo con il mito reso magistralmente dalla drammaturgia di Katatje De Geest e che ci consegna la bravura degli interpreti. Dai giovanissimi Bernice Van Walleghem, Aiko Benaouisse, Ella Brennan, Helena van de Casteele, Juliette Debackere e Elias Maes all’esemplare naturalezza di Peter Seynaeve.