Lele, dagli abissi dell’oceano alla luce dell’amore

Sotto la tesa del cappello della Nuova Drammaturgia procede la stagione della Fondazione Claudia Lombardi per il Teatro dedicata a nuovi progetti di giovani attori e autori che si affacciano al mondo dello spettacolo contemporaneo. Già il titolo della rassegna ospitata nell’accogliente spazio di Càsoro con il suo piccolo palcoscenico invita a una prima riflessione: Sognare da svegli accosta infatti la dimensione creativa proposta sulla scena alla necessità di non abbandonare mai la realtà affrontandola con uno sguardo attento e critico anche se interpretata in una dimensione teatrale. Una rilettura che ci restituisce quasi sempre un nuovo presente. Le storie che Càsoro accoglie sono spesso narrazioni che riflettono i dubbi, le incertezze, i problemi e la realtà anche gioiosa e scanzonata delle giovani generazioni. Sono una palestra di espressioni creative realizzate con un linguaggio diretto. Al contrario di un campo letterario sospeso, raffinato e ricco di abbellimenti, è un invito esplicito a riproporre la quotidianità tenendo conto delle sue continue e a volte repentine trasformazioni. Pagine che possono anche essere crude e che mettono il pubblico a confronto con temi sensibili. Come quello proposto dalla Compagnia Colombo/Pace che Mercoledì scorso ha debuttato con Lele - Strategie di adattamento per immersioni prolungate, un viaggio nella depressione di un giovane che fatica a trovare il suo spazio in una società che corre troppo veloce.
Una creazione collettiva, dalla scrittura alla regia, che racconta la malattia mentale di Lele, un giovane ricercatore di biologia marina. Appassionato al mondo dei cetacei e attirato dal mistero degli abissi marini, metafora del suo “male oscuro”, Lele (Alessandro Colombo) tenta di avvicinarsi a una normale dinamica sociale e all’amore con una ragazza (Giulia Consolo). Per la cura ricorre a Dafne (Letizia Buchini), una sorta di fascinosa escort che in realtà si scopre essere la personalizzazione di un potente farmaco antidepressivo consumato a dosi omeopatiche. L’idea drammaturgica (di Marica Pace) decisamente originale, permette alla pièce di affrontare sotto forma di dialogo leggero con venature umoristiche ma non disimpegnato, un tema che è sinonimo di un disagio diffuso.

La compagnia proveniente da quell’interessante bacino formativo dell’Accademia Nico Pepe di Udine, confrontata con il debutto dell’allestimento davanti a un pubblico vero, ha messo in campo una bravura fuori dal comune con uno spettacolo coinvolgente, ben scritto e recitato. Un aspetto testimoniato anche dal tradizionale incontro conclusivo con gli attori moderato da Ylenia Santo, direttrice della Fondazione.
La rassegna prosegue il 15 aprile prossimo con il Teatro La Fuffa che propone Il cantico dei burattini, una rivisitazione della fiaba di Pinocchio per descrivere il disagio di quei “burattini” che faticano a intravedere un futuro possibile. La stagione si conclude il 6 maggio con Il nostro grido di Ariele Celeste Soresina, un atto teatrale che mette a fuoco la violenza sottile e quotidiana che colpisce soprattutto le donne e che riguarda tutti.