Spiagge libere in Italia 2026: ma dove sono davvero?

Come ogni estate chi va al mare in Italia, ticinesi in testa, parte con il mito della spiaggia libera. E in questo 2026 se ne sta parlando molto più che in passato, visto che sono appena uscite statistiche secondo cui metà delle coste italiane sarebbero fuori da vincoli e concessioni commerciali. Insomma, secondo i numeri chi va in un lido a pagamento lo farebbe per libera scelta, per avere chissà quali servizi. Ma la realtà è davvero questa?
Il caso della Liguria
Mettere insieme la Sardegna e la Liguria per calcolare una percentuale nazionale di spiagge libere ha lo stesso valore statistico di calcolare la ricchezza media tra un imprenditore di Monte Carlo e un pensionato calabrese. Ma è proprio dalla Liguria che bisogna partire, per la sua relativa vicinanza al Ticino e a Milano ma soprattutto perché è l'esempio più clamoroso di scollamento tra norma e realtà. La legge regionale ligure impone infatti ai Comuni di garantire almeno il 40% di arenile libero o libero-attrezzato. Sulla carta è una delle soglie più alte d'Italia ma in pratica questa soglia viene sistematicamente disattesa da quasi vent'anni, e nessuno ne paga le conseguenze. I numeri raccontano di una regione che sfiora il 70% di costa sabbiosa data in concessione a stabilimenti, campeggi, circoli nautici e complessi turistici. Il dato peggiore d'Italia, davanti a Emilia-Romagna e Campania, entrambe al 68%. In alcuni Comuni la situazione è ancora più estrema: Santa Margherita Ligure, meta tipica della Milano bene, si ferma al 10% di litorale realmente libero. E andando oltre le statistiche, quindi usando i nostri occhi, dobbiamo dire che queste zone presunte «libere» sono tenute davvero male e fanno passare la voglia. Santa Margherita, la «Santa» dei milanesi appunto, non è un’eccezione visto che Legambiente ha rilevato percentuali simili in buona parte della Liguria: è la regola non scritta di un pezzo di costa che vive di turismo esclusivo e ha organizzato l'intero sistema economico intorno all'ombrellone a pagamento, non intorno al mare come bene comune. La beffa, se vogliamo chiamarla così, è che la Regione stessa ha in più occasioni prorogato la deroga all'obbligo del 40%, l'ultima volta fino al 30 settembre 2027, permettendo ai Comuni di assegnare nuove concessioni anche senza aver mai raggiunto la soglia minima di legge. Lo scorso gennaio la Regione ha mandato ai Comuni l'ennesima circolare sul tema, definendolo «delicato e complesso», espressione che in burocratese ligure si traduce in «Non cambierà niente né adesso né in futuro». Se volete far arrabbiare un ligure, o meglio un concessionario di spiagge ligure, ditegli che in Costa Azzurra le spiagge libere sono l’80%, per legge ma anche nella realtà.
Quelli del Twiga
Se la Liguria è il caso limite, il tema dei canoni è lo scandalo trasversale che unisce tutte le regioni, nessuna esclusa. Lo Stato italiano incassa dalle circa 30.000 concessioni demaniali marittime poco più di 80 milioni di euro l'anno (non è un refuso, stiamo parlando di 2.666 euro di media a concessione) a fronte di un valore aggiunto diretto del settore stimato in 2 miliardi e di un indotto turistico complessivo che la Corte dei Conti e Nomisma hanno valutato attorno ai 15 miliardi. Il rapporto tra canone e fatturato di uno stabilimento medio si aggira, secondo le stime più diffuse, tra l'1,2 e l'1,3%.
Il caso più citato, ma solo per la notorietà dei suoi frequentatori, è quello del Twiga di Marina di Pietrasanta, lo stabilimento reso celebre da Flavio Briatore: fatturato dichiarato attorno ai 10 milioni di euro l'anno, canone demaniale versato allo Stato poco sopra i 17.000 euro. Lo stesso Briatore ha ammesso che un canone equo per la sua attività si aggirerebbe sui 100.000 euro. A Stromboli si pagano concessioni attorno ai 100 euro al mese. A Rimini 410 concessioni cittadine versano complessivamente al demanio 3,2 milioni di euro a fronte di centinaia di milioni di fatturato aggregato del comparto. Non è un problema di poche mele marce: è la struttura stessa del sistema, rimasta identica dal dopoguerra a oggi, salvo un adeguamento dei canoni minimi voluto dal governo Draghi, che li aveva portati da 360 a 2.500 euro. Briciole, dal punto di vista dello stato. Da quello del turista, svizzero o non svizzero, il motivo per cui la spiaggia libera in Italia rimane un mito anche nel 2026, se non in posti difficilmente raggiungibili.
La difesa dei balneari
Non inerpichiamoci nell’analisi delle direttive dell’Unione Europea, su tutte la Bolkenstein, che imporrebbe di assegnare le concessioni demaniali tramite gare pubbliche competitive. La Bolkenstein è maggiorenne, avendo compiuto vent'anni, ma le gare nella sostanza non sono ancora partite. Bisogna però tenere conto anche della linea difensiva dei concessionari, i cosiddetti «balneari», linciati via social network anche quest’anno. Balneari che rivendicano, non senza qualche ragione, di garantire un modello di sicurezza e ordine (sorveglianza, salvamento, servizi igienici, pulizia) che una spiaggia realmente libera, priva di qualsiasi presidio, secondo loro non offrirebbe. È un argomento che va preso sul serio, non liquidato perché a tutti noi fa piacere risparmiare sulla spiaggia: la storia recente di aree pubbliche prive di gestione e controllo, dal degrado di certe periferie urbane a episodi di disordine in luoghi simbolo del turismo italiano, dimostra che l'assenza di regole non equivale automaticamente a libertà.
Detto questo, resta un fatto difficilmente contestabile anche dai difensori del sistema attuale: un canone che vale l'1% del fatturato non è un tema da clickbait, ma un dato oggettivo di sottovalutazione di un bene demaniale.
Le spiagge libere italiane: dove sono
Venendo a ciò che davvero interessa al turista, cioè la realtà di oggi, bisogna dire che la geografia della spiaggia libera in Italia è piuttosto chiara e segue un asse quasi ribaltato rispetto al pregiudizio comune sul divario Nord-Sud. Sardegna e Sicilia restano le regioni più virtuose, con appena un quinto della costa occupata da concessioni: le dune di Piscinas, Cala Mariolu, Cala Goloritzé, la Riserva dello Zingaro, Calamosche vicino a Noto sono tratti di costa senza un ombrellone a pagamento in vista, spesso perché ricadono in aree protette che per legge non possono essere concesse. La Puglia, tra Salento e Gargano, mantiene ampie fasce libere, penalizzata semmai, se così si può dire, dal proprio successo turistico crescente, quasi fuori controllo come dimostrato dal traffico automobilistico assurdo. All'estremo opposto, oltre alla Liguria, figurano Emilia-Romagna e Campania, entrambe come prima detto in zona 68% di costa in concessione, seguite da Marche e Toscana. La Versilia, in questo senso, meriterebbe un capitolo a parte: da Forte dei Marmi a Lido di Camaiore le spiagge sono pressoché tutte private, e bisogna spingersi fino a Pietrasanta per trovare il primo tratto realmente libero di dimensioni significative. Tutto bello, dallo stradone largo a quel clima da Sapore di Mare (non a caso Jerry Calà-Luca Carraro e gli altri erano tutti in una spiaggia privata, già negli anni Sessanta), tutto molto caro.
Le spiagge italiane del cuore ticinese e svizzero
Chi arriva dal Ticino o dal resto della Svizzera, e ha imparato in patria a convivere con laghi limpidi e ben organizzati, dalla spiaggia urbana di Eaux-Vives ai lidi lariani e lucernesi, porta di solito in Italia gusti abbastanza precisi, spesso più orientati alla qualità dell'acqua e alla bellezza del paesaggio che al lusso da VIP. Stando alle recensioni di Google per le spiagge libere, la Sardegna domina nei gusti svizzeri anche se il primo posto per tutti è quello della Spiaggia dei Conigli di Lampedusa. Chi si piega alla vicinanza della Liguria ha una buona opinione di Boccadasse, il borgo di pescatori inglobato in Genova in cui viveva Gino Paoli da giovane, a cui si è aggiunta di recente Varigotti. Un’altra meta free adesso lo è un po’ meno: la celebre Baia del Silenzio di Sestri Levante, raggiungibile in treno diretto e da anni tra le mete predilette degli svizzeri per la bellezza discreta (pur essendo di fatto nel centro di Sestri) e l'acqua trasparente, è passata a un sistema di ingresso a numero chiuso e a pagamento proprio per arginare l'overtourism. E un caso analogo riguarda Camogli, altra tappa classica del weekend ligure per chi arriva dal Ticino. È l'ennesima dimostrazione che il tema delle spiagge libere in Italia non è più soltanto una questione di reddito o di classe sociale: è diventato, nei punti più fotografati e più raggiungibili in treno, un problema di capienza fisica, che si tampona proprio con lo strumento che i puristi della spiaggia libera vorrebbero abolire ovunque: il biglietto d'ingresso. La conclusione scomoda è che nel 2026 la spiaggia libera in Italia esiste e copre teoricamente circa metà della costa nazionale, ma è distribuita in modo abbondante e di qualità dove il turismo di massa è arrivato più tardi o dove la natura protetta ha fatto da scudo alle concessioni (Sardegna, Sicilia, parte della Puglia), mentre è quasi scomparsa dove il modello economico degli ultimi trent'anni si è costruito esattamente sulla sua negazione, come in Liguria, in Romagna e in Versilia. Dove bisogna pagare, sapendo in anticipo che due lettini e un ombrellone possono costare al giorno 15 euro come 300.
