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Taxi Driver, una discesa nell'abisso umano lunga 50 anni

Uscito nel 1976 e vincitore della Palma d'Oro a Cannes, il film di Scorsese resta un'opera senza tempo: tra social, complottisti, giustizia privata, Trump e nuove guerre, tutto è cambiato per restare uguale
Michele Montanari
08.08.2026 09:00

«La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c'è scampo: sono nato per essere solo». Le tecnologie cambiano. I presidenti passano. Le guerre finiscono, oppure iniziano. Ma il vuoto esistenziale che solo l’essere umano può provare resta immutato. Universale, come alcuni film. Taxi Driver, da questo punto di vista, non è invecchiato di un giorno. Cinquant’anni fa il regista Martin Scorsese e lo sceneggiatore Paul Schrader hanno consegnato alla storia del cinema un’opera capace di parlare, ancora oggi, con una forza devastante. Il Travis Bickle interpretato dallo straordinario Robert De Niro è una maschera senza tempo, personificazione di solitudine e disagio antisociale. Era il 1976, gli Stati Uniti uscivano con le ossa rotte dalla logorante guerra in Vietnam, dovendo fare i conti con un’intera generazione massacrata. I giovani reduci abbandonati a loro stessi, dopo gli orrori di quel sanguinoso conflitto. C’è chi non è mai tornato dalle giungle asiatiche, molti hanno lasciato lì braccia e gambe. Travis è l’emblema di quella terribile storia, che il cinema non ha mai smesso di raccontare. Archiviato il Vietnam, il personaggio interpretato da De Niro, come molti suoi coetanei, torna a casa solamente per trovare un'altra guerra, questa volta interiore. È totalmente incapace di vivere all’interno di una società che, nel frattempo, non si è mai fermata, e anzi, si è fatta sempre più cosmopolita, globale quanto capillare e ghettizzante.

New York, come spesso accade nei film di Scorsese, è quindi protagonista assoluta. La City notturna, sporca e fumosa, fatta di luci al neon dei night club e degrado. La metropoli sommersa da rifiuti e criminali. «Vengono fuori gli animali più strani, la notte: puttane, sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori, ladri, scippatori. Un giorno o l'altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre». Una frase che sembra appartenere al nostro presente, con i politici più estremisti pronti a farsi portabandiera di una fantomatica pulizia sociale: oggi si parla di remigrazione. Nel 1976, alla Casa Bianca, c’era il repubblicano Gerald Ford. Gli USA arrivavano dallo scandalo Watergate che investì Richard Nixon e l’eco dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy rimbombava ancora forte. Anche oggi a Washington c’è un repubblicano. Quel Donald Trump che in campagna elettorale ha rischiato di prendersi una pallottola in testa. Lo stesso che ha sguinzagliato gli agenti dell’ICE per ripulire le strade di Minneapolis. Le tecnologie e i modelli di auto si evolvono, ma alcune cose sono eterno ritorno, perché l'essere umano non cambia mai. Oggi per gli americani non c’è il pantano vietnamita, ma quello iraniano. Ironia della sorte, l’attuale sindaco di New York, Zohran Madani, è un democratico di religione islamica. Nel periodo di lavorazione di Taxi Driver a guidare la Grande Mela era sempre un democratico, Abraham Beame, figlio di immigrati ebrei di origini polacche. Cinquant’anni dopo le tensioni tra i due gruppi religiosi sono più forti che mai. Gli spazi di aggregazione, nel corso dei decenni, si sono fatti meno immateriali, così come i canali di informazione. Per Travis il mondo intero è un appartamento spoglio, un taxi che viaggia solamente di notte, un cinema a luci rosse. Proprio lì porta Betsy (Cybill Shepherd), al primo appuntamento, facendola scappare a gambe levate («Io non m'intendo di film, se l'avessi saputo…», la sua giustificazione tremendamente naïf). Perché tra lui e l’universo femminile c’è una distanza abissale, come quegli incontri che oggi nascono solo su chat di testo in Internet. Non può esserci amore, ma desiderio effimero, pulsioni sessuali da saziare.

Il personaggio sapientemente tratteggiato da Scorsese e Schrader è il sociopatico che con l’arrivo del web probabilmente si sarebbe rifugiato in pericolose nicchie sui social media. Quelle che creano narrazioni alternative, perché la realtà è troppo semplice per non essere tutta un complotto. E allora, i media mentono e gli scienziati pure, solo per interessi personali. Travis sarebbe probabilmente un suprematista bianco o, magari, finirebbe indottrinato da qualche gruppo terroristico. Non per cattiveria o stupidità, ma per assenza di punti di riferimento. Per incapacità di accettare ciò che, banalmente, è condiviso dalla società. L'antieroe di Taxi Driver è il cittadino sconfitto, infatuato da quei politici che vedono nemici ovunque, meglio se poveri diavoli immigrati. È l’elettore deluso da proposte costose, irrealizzabili, moralmente inaccettabili. Proclami da campagna elettorale, destinati ad aizzare le folle. Il senatore Charles Palantine, nel film, promette di combattere «la disoccupazione, l'inflazione, la criminalità e la corruzione» qualora dovesse insediarsi alla Casa Bianca. Alzi la mano chi non ha mai sentito lo stesso elenco ripetuto come un mantra, a tutte le latitudini. E allora, nella discesa all’inferno scorsesiana, la giustizia privata appare l’unica via di uscita. Travis, fallito il tentativo di assassinare Palantine, trova finalmente il suo scopo: salvare la giovane prostituta Iris (Jodie Foster) da una vita di sfruttamento. Memorabile la scena improvvista da De Niro davanti allo specchio, in cui si allena ad estrarre rapidamente una pistola contro un nemico invisibile («Dici a me? Non ci sono che io qui»). Oggi, un potenziale «giustiziere della notte» guarderebbe tutorial sulle armi da fuoco in Internet, un far west digitale dove quasi tutto è permesso, come nelle strade della New York di Scorsese.

Il bagno di sangue finale, con la capigliatura mohawk di Travis a richiamare quella di alcuni soldati americani nelle operazioni in Vietnam, è storia del cinema. Il protagonista compie una strage e raggiunge il suo momento di gloria: egli esiste, non è più invisibile. Verrà celebrato dai (social) media come un eroe, suscitando pure l’interesse della tanto desiderata Betsy. Storie paurosamente simili a molti recenti fatti di cronaca, in cui la giustizia privata si sostituisce ai tribunali. La punizione è l’unica legge possibile. Il perdente diventa angelo della morte, dunque vincente per le masse assetate di sangue. La violenza è un atto dovuto, consacrazione del sé, perché, ora come allora, se il vuoto è all'interno dell'essere umano, lo è pure all'esterno, tutt'intorno. Non esistono istituzioni, autorità e diplomazia. E quando la civiltà fa scena muta, solo le armi hanno il diritto di parola.  

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