Il ricordo

Dawson e noi: addio al ragazzo che ha decifrato le nostre tempeste

James Van Der Beek, anzi Dawson, al pari di Brandon Walsh è stato un vero punto di riferimento emotivo per noi adolescenti degli anni Novanta
©GUS RUELAS
Marcello Pelizzari
11.02.2026 22:15

Su WhatsApp, non appena la notizia della morte di James Van Der Beek ha iniziato a diffondersi, nelle varie chat di gruppo, fra amici e colleghi, la reazione è stata univoca: «No». Anzi, «nooooooo». A conferma che, ad andarsene, non è stato soltanto un attore famoso. Basti pensare che, tutti, ma proprio tutti, dopo lo stupore e la negazione, con affetto, hanno scritto: «Dawson».

È come se, all’improvviso, fosse arrivato uno strappo – definitivo – con la nostra adolescenza o, meglio, con quella stagione della vita scandita da pomeriggi lenti e, venendo alla televisione, dal blu malinconico di un’insenatura di Capeside, cittadina immaginaria del Massachusetts in cui era ambientata la serie tv Dawson’s Creek. James Van Der Beek, anzi Dawson, al pari di Brandon Walsh è stato un vero punto di riferimento emotivo.

Si dirà: esagerato. Può darsi. Eppure, per noi adolescenti degli anni Novanta Dawson Leery era uno specchio. Attraverso il quale decifrare le nostre tempeste. Ci piaceva, Dawson, al netto di una pesantezza di fondo, quantomeno rispetto all’amico-nemico Pacey. Ci piaceva perché, beh, portava sul piccolo schermo i tormenti tipici dei sedicenni. Non era il tipico ragazzo americano da telefilm, bello e impossibile, non lo è stato, se è per questo, nemmeno quando ha interpretato il ruolo di un quarterback di football in Varsity Blues, film coming-of-age con guizzi interessanti: la provincia, il senso di inadeguatezza, la ribellione. Non era il tipico ragazzo americano da telefilm, dicevamo: era cervellotico, analitico fino alla nausea, romantico. E, nell’essere com’era, sembrava dirci che i suoi tormenti erano anche i nostri. E, ancora, che «stare male» per amore aveva un che di poetico. Anche quando assumeva i contorni del dramma esistenziale.

Dawson ci riporta ai primi cellulari, a un mondo che si affacciava a Internet senza (ancora) venirne inghiottito, a un’epoca dominata dalla televisione broadcast, da guardare tutti insieme, in famiglia, o come rito collettivo all’interno di una comunità. 

Il vero capolavoro di James Van Der Beek, per contro, si è consumato quando le luci di Capeside si sono spente. Quando, cioè, ha scelto di non lasciarsi schiacciare dal peso di essere, anche lontano dallo schermo, sempre e comunque Dawson, preferendo giocarci. Con un’intelligenza sopraffina, peraltro, riprendendo perfino i panni di se stesso nella sitcom Don’t Trust the B---- in Apartment 23, purtroppo durata troppo poco considerando il potenziale. James, in quelle puntate, demoliva il mito del ragazzo sensibile spiazzandoci con la sua ironia. Ma mostrandoci, al contempo, che è possibile invecchiare ridendo e sorridendo. Anche dei propri meme. Avete presente il pianto disperato sul molo della citata Capeside? Ecco. 

Può sembrare paradossale, ma in fondo non lo è: Dawson è rimasto Dawson, pur non rimanendo prigioniero di quel personaggio. Oggi che le note di I Don’t Want To Wait (per tutti, come insegnano i colleghi Michele Montanari e Massimo Solari, «anouonauei)» risuonano con tristezza nelle nostre teste e nei nostri cuori, a James – banalmente – diciamo grazie. Per aver dato voce alla nostra generazione. E per averci fatto accomodare su quel molo. Abbiamo pianto e abbiamo riso. Ed è stato molto bello.