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Il Dr. Cox torna in Scrubs: «Questa volta non dovrà salvare qualcuno, ma lasciarsi salvare»

John McGinley, incontrato al COMICON di Napoli, racconta il ritorno della serie cult e il ribaltamento di Perry Cox: il medico che per anni ha nascosto fragilità dietro sarcasmo e rabbia si ritroverà improvvisamente dall'altra parte del letto, costretto a chiedere aiuto e a mostrare una vulnerabilità mai vista prima
PH Comicon - Visionarea, Courtesy
Mattia Sacchi
04.06.2026 19:10

«Pivello, cosa vorresti dire? Che vuoi essere come me? Ma non vedi che nemmeno io voglio essere come me?»

Una delle frasi più ricordate del Dr. Perry Cox racconta probabilmente meglio di qualsiasi diagnosi il personaggio che ha reso John C. McGinley uno dei volti più iconici della televisione. Dietro le sfuriate interminabili, i soprannomi improbabili e il sarcasmo usato come scudo, Scrubs non ha mai raccontato soltanto un ospedale. Ha raccontato persone imperfette che cercano di prendersi cura degli altri mentre faticano a fare lo stesso con sé stesse.

Lo abbiamo incontrato al COMICON di Napoli, dove l'attore è tornato a parlare del revival della serie che lo ha reso celebre. E, ascoltandolo, emerge quasi una sensazione curiosa: dopo oltre vent'anni sembra che McGinley e Perry Cox si siano avvicinati ancora di più.

Perché nel nuovo Scrubs il meccanismo che aveva accompagnato il personaggio per anni viene completamente ribaltato. Per la prima volta non sarà il medico a salvare gli altri: sarà lui ad avere bisogno di essere salvato.

«Penso che Perry Cox e John McGinley si incontrino nel dolore, ma in modi diversi», racconta l'attore al Corriere del Ticino. «Io cerco di esplorarlo, di scavare dentro quello che provo, mentre Cox ne viene consumato. Lui è un uomo che continua a portarsi addosso molte ferite: è impulsivo, è arrabbiato, ha paura della vulnerabilità. Ma è proprio lì che diventa interessante. Ed è anche il punto verso cui la macchina da presa finisce naturalmente per andare».

Nella nuova stagione quella vulnerabilità viene spinta ancora più in profondità. Il Dr. Cox si ammala e si ritrova in una posizione completamente diversa da quella a cui ha sempre costretto gli altri: quella di chi deve chiedere aiuto. Più ancora della malattia, però, McGinley sembra affezionarsi al rapporto con J.D., il personaggio interpretato da Zach Braff. «Per gran parte della storia Cox cerca di proteggerlo. Continua a dirgli: "voglio proteggerti da questo". Per me quella è una frase enorme. Non dici a molte persone una cosa del genere. Lo dici ai tuoi figli, alla tua famiglia, alle persone che ami davvero».

Un passaggio che l'attore collega direttamente alla propria esperienza personale. «Anni fa stavo parlando con mia moglie e le dissi che pensavo che il mio compito principale all'interno della famiglia fosse provvedere a tutti. Lei mi rispose una cosa che mi è rimasta dentro: mi disse che il suo lavoro più importante era proteggere i nostri figli. Credo di aver trasferito inconsciamente quella sensazione su Cox. È come se lui dicesse a J.D.: questa è la mia discesa, questa è la mia battaglia, non voglio trascinarti dentro».

In fondo è proprio questo che Scrubs ha sempre fatto: usare la medicina per parlare di altro. Forse anche per questo, spiega McGinley, il legame tra gli attori è rimasto così forte negli anni. Il set, racconta, funzionava in modo molto diverso da una sitcom tradizionale: una sola telecamera, quasi un approccio cinematografico, giornate che spesso arrivavano a sedici ore di lavoro. «Passavamo più tempo insieme che con le nostre famiglie. Era fondamentale che andassimo d'accordo, altrimenti sarebbe stato un disastro. Bill Lawrence ci riunì fin dal primo giorno e ci disse che sul set avremmo applicato una specie di "no asshole policy". Non significava essere deboli, significava semplicemente portare gentilezza sul posto di lavoro».

E aggiunge: «Bill voleva che il set fosse un posto sicuro. Un posto in cui sentirsi liberi di ridere, piangere, rischiare qualcosa davanti alla telecamera. Non tutti i set sono così: alcuni sono pieni di tensioni, rivalità, persone che cercano di ottenere qualcosa da te. Noi invece avevamo un ambiente in cui la gentilezza generava altra gentilezza. È stato un regalo enorme».

Un'atmosfera che, racconta, è tornata quasi spontaneamente anche oggi. Durante l'incontro il discorso si sposta anche sull'intelligenza artificiale e su quanto potrebbe cambiare il modo di raccontare storie. McGinley evita posizioni estreme, non immagina uno scontro tra tecnologia e creatività umana, ma pensa che prima o poi si arriverà a una convivenza. Resta però convinto che esista qualcosa che le macchine facciano ancora fatica a riprodurre: l'esperienza vissuta.

Per spiegarlo cita Oliver Stone, regista con cui ha lavorato più volte e che lo ha diretto in Platoon. «Oliver Stone ha scritto Platoon perché ha combattuto davvero in Vietnam. L'intelligenza artificiale può raccogliere informazioni, mettere insieme dati, avvicinarsi a qualcosa, ma non ha vissuto quell'esperienza. Quando qualcuno passa anni a combattere con una storia, a soffrirci dentro, a metterci qualcosa di sé, quella verità la senti».

Ed è forse lo stesso motivo per cui Perry Cox continua a funzionare dopo tutti questi anni. Non perché sia perfetto. Ma perché non lo è mai stato. Dietro l'arroganza, il sarcasmo e quella continua ostinazione a tenere tutti a distanza, è sempre esistito qualcuno che aveva paura di mostrarsi fragile.

E alla fine, quasi senza accorgersene, McGinley torna proprio lì, al centro di tutto: alle persone. «Quando due persone riescono davvero a trovarsi è un miracolo. E se riescono a restare insieme è un doppio miracolo. Alla fine, prima o poi, restano solo due persone che devono affrontare insieme quello che arriva».

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