Ucciso a Palermo il detective che combatteva la Mano Nera

«Un grave e misterioso delitto fu compiuto venerdì sera a Palermo. Erano le 21 circa, quando tre colpi di rivoltella, seguiti a breve distanza da un quarto, misero in allarme i pochi cittadini che di là si trovavano a passare». Con queste parole iniziava un articolo pubblicato dalla «Gazzetta Ticinese» il 15 marzo del 1909, un lunedì. E poi, ancora: «Recatosi sul posto il giudice istruttore ed operatasi una perquisizione sul cadavere, gli si rinvennero nel portafoglio delle carte da visita col nome “Giuseppe Petrosino, luogotenente di polizia, città di New York U.S.A.”. Non c’era più alcun dubbio: si trattava del celebre Petrosino di New York, il terrore degli affiliati alla Mano Nera». Ossia la mafia italo-americana, che Giuseppe «Joe» Petrosino combatté dopo essere emigrato a New York nel 1873 con la famiglia, lui che era nato a Padula, in provincia di Salerno, il 30 agosto del 1860. Nell’ottobre del 1883 si arruolò nella polizia newyorkese, di cui fu il primo agente di madrelingua italiana della storia. «Fu promosso rapidamente prima a sergente, poi riconosciuto quale il più abile poliziotto della metropoli americana, ebbe i galloni di luogotenente. Cominciò allora per il Petrosino un periodo di attività eccezionale. Avendo ai suoi ordini uno stuolo di abili poliziotti di origine italiana, più specialmente meridionale, strinse l’elemento italiano fra le spire di una sorveglianza implacabile», scrisse ancora «Gazzetta Ticinese». Quando venne ucciso, era in missione in Sicilia per indagare sui legami tra la mafia locale e la Mano Nera.
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