Il caso letterario

Un 23.enne, la Storia e un bestseller mondiale

Da oggi disponibile, nella versione italiana edita da Guanda, il romanzo del giovane scrittore zurighese di origini ungheresi Nelio Biedermann, autentica rivelazione globale - Si sprecano i paragoni con il passato, ma l’opera si rispecchia pienamente nella contemporaneità
©KEYSTONE/Gaetan Bally
Paolo Galli
08.09.2026 06:00

Il vecchio Béla, «da quando aveva perso quasi del tutto la vista ed era diventato più un intralcio che un aiuto per la vita del castello, raccontava sempre una storia che voleva essere un insegnamento morale e un invito alla compassione. Parlava di un cieco rimasto orfano che era stato accolto in casa da una delle sue sorelle. Ma poiché non era in grado di aiutare alla fattoria, veniva trattato come un mendicante». Il cieco venne quindi condotto su una strada di campagna, un giorno di pieno e rigido inverno, e abbandonato. «Lo trovarono cadavere soltanto in primavera, quando la neve si sciolse e un fitto stormo di corvi volteggiava in tondo sopra la pianura, precipitando a terra come una nuvola nera di pioggia, risalendo e riscendendo senza sosta». Quando Béla raccontava questa storia, «Eva si vergognava di essere una persona. Avrebbe preferito essere un cane, un ragno, una sedia, un albero, volendo persino un corvo - ma mai più una persona».

Nato e cresciuto a Thalwil

In questo passaggio, in parte parafrasato, c’è tutta l’essenza del libro bestseller - negli Stati Uniti, ma anche altrove, ci arriveremo - I Lázár, del ventitreenne zurighese Nelio Biedermann, finalmente in uscita oggi anche in lingua italiana per Guanda. Lo abbiamo letto in anteprima. Ma se l’abbiamo fatto è proprio perché da mesi, ovunque, se ne parla come del nuovo I Buddenbrook, e c’è chi - oltre a Thomas Mann - cita anche Gabriel Garcia Marquez e persino Marcel Proust (e si capisce perché, leggendo I Lázár). Di lui abbiamo letto più volte, nel corso dell’estate. Al punto da chiederci da dove arrivasse tutta quella fama, così improvvisa e dirompente. Un tale fenomeno va capito, anche perché parliamo di un giovane scrittore svizzero, nato e cresciuto a Thalwil, studente di Germanistica e Scienze cinematografiche all’Università di Zurigo. Verrebbe da dire: un ragazzotto svizzero come tanti, con lo stesso taglio di capelli di molti, i baffi, i vestiti tendenzialmente larghi e casuali, un’allure tra il timido e il ricercato. Un ragazzo che, da mesi ormai - per lui parla il profilo Instagram -, gira il mondo per presentare il suo libro, non il primo, ma sicuramente il più significativo, almeno per ora. Ha iniziato la sua tournée dopo la Fiera del Libro di Francoforte dello scorso anno. È in quell’occasione che tutti, perlomeno nell’ambiente letterario, hanno scoperto (e comprato) Biedermann. I diritti esteri sono stati subito venduti in oltre venti Paesi. E oggi l’opera è in fase di traduzione o già pubblicata in più di 25 lingue in tutto il mondo. No, non stiamo parlando di un ragazzotto come tutti gli altri.

Il Novecento dell’Ungheria

L’impressione, leggendo I Lázár, è di essere travolti in qualche modo dalla storia, dalla Storia anzi, con la S maiuscola. Lo stesso avviene ai protagonisti, i Lázár per l’appunto, e al loro Paese, l’Ungheria, travolti dal tempo e dalla vita. In una recente intervista a Le Temps, lo stesso Biedermann ha spiegato: «Il Paese (l’Ungheria, da cui discende la sua famiglia, per parte paterna, ndr) era al centro di un impero ormai scomparso. Ho percepito questa nostalgia nella famiglia dei miei nonni. Non si sono mai ripresi dalla firma del Trattato di Trianon nel 1920 tra i vincitori della Prima guerra mondiale e l’Ungheria. Il Paese dovette cedere due terzi del suo territorio. Questo trattato alimentò un trauma collettivo. La vita dà e toglie tutto; il tempo scorre inesorabile. Quest’idea è profondamente radicata nella cultura ungherese. Volevo che il lettore la vivesse, la sentisse. È il tema centrale del libro. Più che i Lázár, il protagonista è il tempo, che spazza via ogni cosa sul suo cammino». Da lettori, questa forza ha in effetti una doppia accezione. Perché se da un lato l’esercizio della lettura è facilitato dal ritmo incessante della narrazione - e della Storia stessa -, dall’altro rischia persino di risultare confuso di fronte all’enormità del contesto. Il Novecento ungherese è stato tanto travagliato da meritare molto più di rapide istantanee. È il dubbio che ci ha lasciato I Lázár. D’altronde, proprio Biedermann, nella stessa intervista a Le Temps, ha confessato: «Mi piacciono i romanzi in cui il narratore non sa tutto». Da lì, per paradosso, anche l’aspetto più interessante del romanzo, il suo côté fiabesco, ricco di elementi fantastici, quando non addirittura di piccole forzature al limite del grottesco. «Mito e memoria si scontrano», sottolineava anche la recensione del New York Times, il 12 aprile scorso. Già, il New York Times gli ha anche dedicato un lungo articolo dal titolo «Un romanzo vecchio stile ha reso famoso un giovanissimo scrittore».

La dicotomia

La dicotomia tra la giovane età e la scrittura considerata, in qualche modo, «old fashioned», o classica, è stata subito messa in evidenza anche dalla stampa tedesca. Tra i primi a scrivere di lui e a puntare proprio su questo aspetto, non a caso citato dallo stesso NYT, era stato, su Die Zeit, il critico letterario Adam Soboczynski. Già nell’agosto del 2025 aveva dedicato a Biedermann un lungo ritratto, dal titolo «Il nuovo mago». Nella sua riflessione, Soboczynski partiva dall’interesse suscitato dai diritti del romanzo, un romanzo in lingua tedesca. «Questo è un evento così raro, per una pubblicazione in lingua tedesca, che si inizia a leggere, un po’ con curiosità, un po’ con sospetto, e si considera assolutamente improbabile tenere tra le mani l’opera di un autore così giovane. Lázár non cattura l’umore della sua generazione, come sarebbe appropriato per la sua età, non è un romanzo volgare e selvaggio su un giovane cittadino volgare e selvaggio per mostrare agli anziani com’è la vita reale e autentica oggi. No, questo è qualcos’altro, questo è un libro megalomane nel miglior senso del termine, un ricco romanzo familiare su diverse generazioni di una famiglia aristocratica ungherese, formato nelle opere di Thomas Mann e Joseph Roth eppure completamente contemporaneo e indipendente». L’articolo si conclude, dopo sprazzi di una chiacchierata con Biedermann, con un accenno ai suoi precedenti lavori. «Quando questo ventiduenne parla dei suoi primissimi testi, che considera opere giovanili e immature, sembra che sia passato un tempo incredibilmente lungo». Lo stesso avviene al termine della lettura di I Lázár. Sono solo trecento pagine, o poco più, ma l’impressione è di essersi appena confrontati a una materia mastodontica, eppure trattata in forma agile, e questo grazie all’abilità dello scrittore zurighese di dare ritmo alla propria scrittura.

Il presente

Tornando all’età di Nelio Biedermann, sicuramente ha avuto un ruolo nel successo di vendite, prima in Germania poi anche nei Paesi anglofoni. E oggi, chissà, potrebbe averlo anche rispetto all’edizione in lingua italiana. Ha un ruolo anche pensando a quel che verrà, alle opere future di Biedermann, alla sua crescita - a questo punto - dal potenziale raro. In attesa di scoprirlo, resta sul comodino un libro che, nonostante una certa immaturità, rappresenta una tappa comunque degna di nota - e di essere raccontata - della storia della letteratura svizzera; tappa che peraltro si inserisce perfettamente nella narrazione dell’epoca che stiamo vivendo. Il successo di I Lázár non è dovuto solo alla giovane età del suo autore, ma è anche strettamente connesso alla contemporaneità delle tensioni rappresentate dal suo messaggio. L’instabilità del Novecento ungherese si riflette, insomma, nell’instabilità di questi anni di guerre, minacce ibride e rivoluzioni tecnologiche, in cui - proprio come Eva nel passaggio citato - è pure piuttosto facile vergognarsi «di essere una persona».