«Ai miei figli posso raccontare di avere battuto Van der Poel»

C'è un’immagine che sintetizza alla perfezione l’essenza della Parigi-Roubaix: è quella di Sonny Colbrelli coperto di fango nel velodromo francese che si abbandona nell’erba tra lacrime e grida liberatorie dopo avere vinto l’edizione del 2021. Alla sua primissima partecipazione, e a distanza di 22 anni, il corridore bresciano ha riportato l’Italia sul gradino più alto del podio della corsa più spietata del ciclismo, centrando una vittoria che definirà un’intera carriera.
A causa della pandemia, quell’anno la corsa è stata spostata dalla tradizionale finestra di aprile a inizio ottobre, consegnando il gruppo a un clima autunnale che legittima in pieno il soprannome di «Inferno del Nord». La pioggia rende infatti i settori in pavé ancora più insidiosi e la terra bagnata finisce per sporcare i colori delle squadre e il biancoazzurro della maglia di campione d’Europa che indossa Colbrelli. «È un’immagine che porto sempre con me» racconta oggi il «Cobra» al Corriere del Ticino. «Non capita tutti i giorni di vincere una corsa del genere, specialmente in quelle condizioni meteorologiche e con così tante variabili in gioco». E soprattutto, aggiungiamo, battendo in volata un certo Mathieu Van der Poel. Con una straordinaria progressione sul «Carrefour de l’Arbre», uno dei più temuti settori di pavé del percorso, Colbrelli prende infatti la testa della corsa in compagnia dell’olandese e del belga Florian Veermersch. I tre arrivano insieme a giocarsi il successo nel velodromo, dove l’italiano completa il suo capolavoro beffando entrambi allo sprint. «Quando vedo le imprese incredibili che Mathieu sta compiendo in questi anni mi dico che potrò raccontare ai miei figli che, almeno una volta, io l'ho battuto in volata. E per di più a Roubaix». Il paese che da lì a pochissimi anni sarebbe diventato il giardino di casa di Van der Poel, capace di imporsi per ben tre volte.
Il successo catapulta Colbrelli in una nuova dimensione. Fino ad allora le vittorie non erano mancate, alcune anche di un certo rilievo. Ma la Roubaix è un’altra cosa. «Da sola mi ha ripagato di un’intera vita da professionista. Gli appassionati si ricordano con piacere anche il mio titolo europeo, vinto battagliando con Remco Evenepoel, ma la Roubaix è la Roubaix. L’ho sempre guardata in televisione fin da piccolo: vedevo vincere i grandi campioni e mi chiedevo cosa si provasse ad alzare al cielo quell’enorme pietra che ti consegnano come trofeo. Beh, ora lo so».
II ritiro forzato
Il destino ha però cinicamente deciso che l’acuto più bello di Sonny fosse anche l’ultimo della sua carriera. Solo qualche mese dopo, il 21 marzo del 2022, un arresto cardiaco lo colpisce pochi metri dopo avere tagliato il traguardo della prima tappa del Giro di Catalogna. Grazie al pronto intervento dei soccorritori viene rianimato, ma il defibrillatore che gli viene impiantato sotto cute mette la parola fine, a 31 anni, sulla sua avventura da professionista. «Ero arrivato a un livello davvero alto, mettendoci tanto impegno e sudore, e dover smettere in modo così drastico è stato duro da digerire. All’inizio non riuscivo neanche a seguire le gare in televisione. Mi chiedevo in continuazione perché fosse successo proprio a me».
La sua vita oggi
La vita però va avanti e, come dice lui stesso, «non c'è solo la bicicletta». Oggi Sonny, che non ha mai nascosto di aver richiesto sostegno psicologico, ha fatto pace col destino. «Col passare del tempo, mi rendo conto di essere stato, in fondo, anche molto fortunato, perché poteva andare decisamente peggio». Chiusa a fine 2025 l’esperienza da direttore sportivo con la Bahrain, («magari in futuro ci riproverò»), l’italiano si è reinventato e ha aperto un negozio di biciclette in cui si occupa di meccanica e noleggio, organizzando tour guidati insieme a due ex colleghi. Il tutto nelle sue zone, a Salò, dove Colbrelli è sempre voluto rimanere. «Questo nonostante per un periodo avessi anche pensato di trasferirmi in Ticino. Ho sempre apprezzato le vostre bellissime strade. A Lugano ho anche vinto il Gran Premio nel 2016. Lo ricordo bene perché faceva freddissimo».
La corsa di domenica
Le corse oggi Colbrelli se le gode dunque dal divano «e vi assicuro che si fa decisamente meno fatica». Soprattutto pensando a domenica, quando l’Inferno del Nord aprirà i suoi cancelli per la 123. volta. Il tema sul tavolo è uno solo: l’appuntamento con la storia di Tadej Pogacar. Dopo aver finalmente conquistato la Milano-Sanremo, allo sloveno manca solo il pavé francese per chiudere il cerchio con l’unica Monumento ancora assente dal suo palmarès. «Se devo fare un nome dico Van der Poel. L’ho visto molto bene domenica scorsa al Fiandre, e la Roubaix è ancor di più nelle sue corde. Però Pogacar è un fuoriclasse assoluto e non bisogna mai escluderlo dai possibili vincitori. In ogni caso, è complicato fare pronostici, perché cadute e forature sono sempre dietro l’angolo». Lo sa bene lo stesso «Pogi». Lo scorso anno il suo primo tentativo si è infranto in una scivolata a una quarantina di chilometri dal termine, quando era in testa insieme al rivale olandese. Quest’anno ci riproverà, magari provando a scrollarselo di dosso prima ancora di entrare nel velodromo. «Ma anche qualora arrivassero in volata tutto è aperto: certo, sulla carta Mathieu è più veloce, ma dopo 270 chilometri di fatica la storia cambia. Anche nell’anno della mia vittoria i pronostici erano tutti per lui e sappiamo invece come è andata a finire»
Eddy Merckx, Rik Van Looy e Roger De Vlaeminck. è questa la lista di nomi capaci di completare la collezione delle cinque Monumento, a cui Pogacar mira ad aggiungersi. Ma un successo domenica, spalancherebbe le porte al tentativo di un’impresa mai riuscita a nessuno: conquistarle tutte in un unico anno. Mancherebbero solo Liegi e Lombardia, due corse in cui lo sloveno non sembra avere rivali. «A qualcuno questo suo dominio potrebbe risultare noioso» conclude Colbrelli, «ma io mi emoziono sempre a vederlo correre, anche quando stacca tutti a 100 chilometri dall’arrivo. Ha una fame agonistica assolutamente invidiabile e, per me, è un bene per il ciclismo».