Ambrì Piotta, un amore che supera il San Gottardo

L’hockey ticinese dell’HC Ambrì Piotta raccoglie una parte consistente del proprio seguito oltre San Gottardo e continua ad attirare pubblico da diverse regioni della Svizzera. Non si tratta di presenze occasionali legate a singole partite. Negli anni si è consolidata una rete di sostenitori non italofoni che segue con continuità la squadra, organizza trasferte e, in alcuni casi, ha dato vita a fan club e associazioni. Tra i tifosi ricorre l’espressione «sana follia». La si vede quando, per una partita casalinga, gruppi organizzati attraversano il Paese e risalgono la valle. Ma la si riconosce soprattutto nella continuità di un rapporto che non dipende soltanto dai risultati e coinvolge anche la dimensione linguistica. I cori si cantano in italiano, vengono ascoltati, ripetuti e imparati anche da chi, nella vita quotidiana, usa altre lingue.
Tra la Svizzera interna e la Romandia l’Ambrì ha costruito nel tempo un seguito fedele che va oltre la semplice presenza sugli spalti. Per alcuni, questo legame ha assunto una forma associativa. Per altri resta una scelta personale o familiare, cresciuta stagione dopo stagione. Si arriva per l’hockey e si resta per un ambiente che, poco alla volta, rende familiare anche l’italiano.
Soltanto un anno fa, in Svizzera romanda, è nato il Fanclub HCAP Lavaux, che oggi raccoglie circa un centinaio di iscritti. Il presidente, Paolo Delmuè, ricorda: «All’assemblea costitutiva eravamo in sei. In pochi mesi siamo cresciuti molto. Ognuno ha una rete di amici appassionati di hockey. Alla base c’è la passione, poi si creano amicizia e sostegno». Il gruppo si è consolidato in pochi mesi: «Vogliamo creare una comunità viva e rendere tutti partecipi», spiega. L’obiettivo è organizzare momenti condivisi in Romandia e almeno una trasferta collettiva in Ticino ogni stagione. Non tutti gli iscritti sono tifosi esclusivi: «Abbiamo anche membri che tifano altre squadre e hanno simpatia per l’Ambrì».
Ma il fenomeno non si esaurisce nella rete dei club. Tra chi segue la formazione leventinese da quasi quarant’anni, dalla Svizzera romanda, c’è Patrice. «È la seconda squadra che amo molto», afferma. Alla domanda se capisca i cori in italiano risponde senza esitazioni: «No». Poi spiega: «L’Ambrì ha una storia lunga, anche incostante, fatta di alti e bassi. L’ambiente è fenomenale. Sono persone integre che trasmettono gioia». Dalla stessa regione arriva anche Blaise, nato a La Chaux-de-Fonds. Fa risalire il suo attaccamento ai biancoblù a un derby alla Valascia di circa quindici anni fa: «Sono entrato e ho vissuto un momento di hockey e la festa che ha seguito come non li avevo mai visti. Sono uscito e mi sono detto: qui succede qualcosa». Il ricordo più nitido, però, è quello dell’accoglienza: «Alla buvette parlavo francese. Quando hanno capito che eravamo romandi venuti a vedere la partita, hanno pagato tre birre per me e i miei amici». Da allora Blaise e suo figlio acquistano l’abbonamento annuale. «Quando arrivo in Leventina mi sento a casa. Le persone ti vengono incontro e parlano. Dopo la partita puoi restare, bere, mangiare. Non è così ovunque». La sua regola è una sola: «Bisogna sostenere un club soprattutto quando non va».
Se in Romandia questo legame ha assunto una forma associativa riconoscibile soprattutto di recente, nella Svizzera tedesca ha radici più profonde. Il sostegno si è sedimentato nel tempo nei fan club, ma anche grazie ad associazioni di donatori e persino alla rivista in lingua tedesca Gazzetta dell’Ambrì.
In Uri, il cantone più vicino al Ticino, il tifo si tramanda in famiglia. Il Club Donatori HCAP Uri, fondato nel 2001, riunisce oggi circa 400 membri, il doppio rispetto a cinque anni fa. Michi Ghisler fa risalire il suo legame con la formazione leventinese al 1996: «L’ho vissuto da bambino. Mio padre la seguiva da decenni». Sottolinea come questa esperienza passi dai genitori ai figli: «Se vuoi che una passione resti viva, devi permettere ai più piccoli di viverla». L’associazione organizza eventi sociali, incontri con i giocatori e un family day. «L’obiettivo è rafforzare il radicamento del tifo nella Svizzera tedesca attraverso iniziative condivise». Ghisler osserva che nel canton Uri la squadra è percepita come «una realtà di montagna» e viene associata all’idea di «una piccola società che si misura con avversari economicamente e strutturalmente più forti».
Sempre nella Svizzera centrale, l’esperienza di Buochs mostra la continuità di questo tifo nel tempo. L’associazione, fondata nel 1993, supera oggi i 140 membri e per trent’anni è stata presieduta da Ruedi Wechsler. «L’atmosfera ti prende subito», dice. Il gruppo ha sostenuto la società anche attraverso iniziative locali, oltre al versamento della quota annuale. Wechsler ha fondato la gazzetta in lingua tedesca dedicata alla squadra, diffusa a centinaia di abbonati: «Mi interessa raccontare non solo giocatori e allenatori, ma anche chi lavora dietro le quinte». Inoltre, grazie al suo sostegno all’Ambrì, «ho imparato e perfezionato il mio italiano, seppur con i suoi limiti, soprattutto grazie alle partite».
Accanto ai gruppi storici, negli ultimi anni ne sono nati altri più piccoli, che stanno ancora prendendo forma. A Obvaldo il club è nato tre anni fa e lavora soprattutto sulla continuità delle trasferte e sulla coesione del gruppo. Pierre-Alain Gimmel racconta: «Vengo dalle montagne e quando scendevamo giù trovavamo gente simile a noi». In curva canta anche senza comprendere ogni parola: «Quando parte un coro mi unisco anch’io». E sottolinea una differenza rispetto ad altre piazze: «A Zurigo, quando la squadra va sotto, senti che si spegne tutto. Ad Ambrì si continua a sostenerla anche quando il risultato è nettamente sfavorevole».
Nell’Ostschweiz il fan club supera i cento soci. Il gruppo, fondato da Michael Brunner, rivendica un tifo «organizzato e familiare, lontano da comportamenti violenti» e promuove trasferte e momenti conviviali. Con il passare dei mesi, racconta Brunner, anche la lingua diventa più naturale: «Alla fine della stagione mi accorgo di esprimermi con maggiore sicurezza rispetto all’inizio».
A Lucerna il legame con la squadra leventinese ha una storia lunga e riconoscibile. Il fan club, fondato nel 1982, può contare su circa 400 soci. Il presidente Philipp Scharli ricorda la prima partita alla Valascia all’età di sette anni: «Da lì è iniziata una storia d’amore». Oggi il gruppo organizza un pullman per quasi ogni gara casalinga, anche se riempirlo è diventato più complesso. «Le persone vogliono più flessibilità che in passato», osserva.
Quello che emerge dai racconti dei tifosi oltre San Gottardo trova conferma anche nei dati interni della società. Matteo Parisi, responsabile Comunicazione e Media dell’HC Ambrì Piotta, parla di un fenomeno «molto concreto», pur riconoscendo che attorno alla squadra c’è anche una dimensione simbolica che conta. Secondo le stime interne, circa il 40 per cento della tifoseria complessiva è non italofona, con una presenza particolarmente forte nella Svizzera centrale. «I tifosi si riconoscono nei nostri valori: autenticità, resilienza, senso di appartenenza. L’Ambrì va controcorrente e proprio per questo diventa un punto di riferimento per molti». La società mantiene una comunicazione bilingue costante e un dialogo diretto con le associazioni oltre San Gottardo. Anche la rivista dei club di Uri e Lucerna è sostenuta con contenuti e accessi dedicati, lasciando però piena autonomia editoriale. «Non vediamo contrapposizione tra identità ticinese e pubblico non italofono. La nostra identità è un punto di forza, la raccontiamo con orgoglio ma in modo inclusivo».
Il caso dell’Ambrì non è automaticamente replicabile. Per l’HC Lugano, per esempio, il tifo fuori cantone non si è tradotto in una rete stabile di sezioni. Luca Righetti conferma che fuori cantone il tifo è legato soprattutto a «studenti o persone partite dal Ticino per lavorare oltre San Gottardo» e che «non esistono club organizzati oltre San Gottardo». Un seguito non ticinese esiste, soprattutto per effetto del Grande Lugano degli anni 80 e 90, ma non si è mai consolidato in una struttura associativa.
Eppure quel pubblico c’è ed è riconoscibile. Luca Geisseler, 42 anni, vive a Zurigo ma tifa Lugano dagli anni Novanta. Il suo legame nasce durante le vacanze in Ticino. Oggi ha l’abbonamento insieme al padre e ai fratelli, e quasi ogni partita diventa un’occasione per ritrovarsi. «Zurigo è il luogo dove vivo e lavoro, ma Lugano è il posto dove mi sento a casa». Alla Cornèr Arena, racconta, ritrova sempre gli stessi volti, «siamo una comunità».
