Andrea Petitpierre, una vita a bordo campo

Andrea Petitpierre si considerava un uomo fortunato, «perché da grande ho fatto ciò che desideravo fare da piccolo». Coach dei Lugano Tigers a più riprese, il tecnico italo-svizzero si è spento oggi, a 77 anni appena compiuti. «Perdo un amico con cui ho condiviso un ventennio sportivo», scrive su Facebook Alessandro Cedraschi, presidente del club bianconero: «Insieme a noi piange tutto il mondo del basket svizzero e insubrico».
Derek Stockalper, il suo capitano, lo chiamava «Doctor P». «P» come Petitpierre, «P» come Passione. Andrea adorava la vita a bordo campo. Sempre in piedi, al limite dell’area tecnica, piegato in avanti, con le mani appoggiate alle ginocchia. Quasi a voler entrare fisicamente nel match, lui che aveva il pallino della difesa. «Da ragazzo sono stato un pessimo giocatore, ma ero già un allenatore in campo», ci aveva raccontato nel 2015, pochi giorni dopo aver vinto la sua prima Coppa Svizzera. Penultimo trofeo messo in bacheca dai Tigers, che pochi mesi dopo vinsero la Supercoppa con coach Jaumin. Sulla panchina dell’Elvetico, Petitpierre ci è finito più volte. Dal 2005 al 2008, con un primo titolo conquistato nel 2006. Dal 2013 al 2015, con l’epica finale playoff del 2014 vinta a gara-7 contro l’Olympic. E di nuovo nel 2018-19, a 69 anni, in aiuto dell’amico Cedro e di un club che iniziava a contare ogni centesimo: «Non torno per soldi, ho un grosso debito di riconoscenza nei confronti di Cedraschi, che a Lugano mi ha permesso di vivere emozioni fortissime», disse. Negli ultimi tre anni, Petitpierre si era nuovamente messo a disposizione dei bianconeri, come vice di un altro amico, Valter Montini, come lui arrivato dal basket femminile. «Si dice che gli allenatori sono spesso da soli, ma io non lo sono mai stato davvero, perché al mio fianco ho avuto Andrea Petitpierre», scrive Montini sui social. «Che si trattasse di studiare un sistema difensivo o di gestire lo spogliatoio, lui era lì: lucido, mai banale. È stato un assistente brillante, un allenatore di spessore e, soprattutto, un uomo di una fedeltà rara».
Imprenditore mancato
Andrea Petitpierre era nato il 26 giugno 1949, in una famiglia di imprenditori svizzeri trasferitisi in Italia. L’azienda, avviata dal nonno, venne sviluppata dal padre e dallo zio negli anni ’80 e ’90. Si occupava di carpenteria metallica, con sedi a Brescia, Milano, Bari, Barcellona. «Io, però, non ho mai avuto la stoffa dell’imprenditore», ci raccontava. Per amore paterno, lavorò con lui 7-8 anni, senza abbandonare il basket. «Dopo una giornata in ditta, alle 20 ero in palestra ad allenare la serie A femminile». Alla morte del padre, lasciò l’azienda. «Rinunciai a una vita più agiata, ma che non mi apparteneva». Quella di Petitpierre era anche una famiglia di tennisti (sua grande passione e attività quotidiana) e sciatori. Poi il basket fece irruzione: «Trasferendoci da Brescia a Milano – amava raccontare – andammo a vivere di fianco al magazzino del vicepresidente della Federazione italiana di pallacanestro, Emilio Tricerri, che ci trascinò nel suo mondo». Il giovane Andrea andò a studiare dai gesuiti, dove lo sport era materia obbligatoria e il basket la disciplina trainante. Trovò Mario Borella, l’allenatore di tutti gli allenatori milanesi. «Mi trasmise una passione che io, a mia volta, attaccai al mio babbo». Tant’è vero che la famiglia divenne proprietaria di una società di pallacanestro, il Team Milano, arrivata alle soglie della A, sia coi maschi, sia con le femmine.
La grande rivincita
Quando Petitpierre giocava negli juniores, lo stesso Borella gli affidò la guida degli allievi. «Questa cosa di allenare – ripeteva spesso – io ce l’avevo dentro. Ho visto all’opera, tra Milano, Varese e Cantù, gli allenatori veri. Il mestiere lo impari rubandolo a quelli bravi». Il basket femminile ha caratterizzato buona parte di una carriera lunga 50 anni: «L’Italia – diceva – è maschilista, anche nello sport: se finisci ad allenare nel basket femminile, quello maschile non ti chiama più, dimenticandosi che lavorare con le donne è dieci volte più complesso e delicato». Nella Serie A1 femminile ha guidato Busto Arsizio, Sesto San Giovanni, Priolo e Alcamo. Poi, nel 2005, ecco la chiamata del Lugano. Iniziò come vice di Milutin Nikolic e responsabile della U20, poi, dopo qualche sconfitta, subentrò come head coach. Oltre ai due titoli nazionali (2006 e 2014), nel 2015 vinse l’agognata Coppa, fin lì sfuggitagli in modo doloroso. Quella fu forse la gioia più grande, nonché una rivincita. «Chi sosteneva che non sapevo vincere le partite secche aveva tutte le ragioni – ci confidò –, ma in queste sfide l’influenza degli allenatori è meno evidente che in campionato. Le gare secche dipendono da mille fattori che spesso sfuggono ai coach. Ma se le perdi sempre, la gente può pensare che non sei bravo». «Doctor P», invece, è stato bravo. E molto amato.
