Arrivato al ballo dei grandi, il nostro basket si riscopre piccolo

Lunedì sera, nella splendida cornice della Pilatus Arena, la Bosnia Erzegovina le ha letteralmente suonate alla nazionale Svizzera di pallacanestro nelle qualificazioni ai Mondiali del 2027. Dentro e fuori dal campo, non c’è mai stata partita. Si era a Kriens, pareva di essere ancora a Mejdan, dove qualche giorno prima la nostra «Nati» si era già presa una ripassata mica male dai padroni di casa. Padroni anche a casa nostra. Dei circa 4.000 presenti, un buon 70% vestiva i colori blu e gialli della nazione balcanica, e cantava, incitava, tifava. Spettacolo nello spettacolo, lo spicchio adibito a curva dai bosniaci: corteo prima del match, e poi cori incessanti, coreografie, bandiere, inni, pure Vucko, lupacchiotto mascotte delle olimpiadi di Sarajevo. Orgoglio e tifo fusi insieme. Il popolo rossocrociato? Silente, quasi annichilito. Ci ha provato, lo speaker, a risvegliarlo: «Defense, defense», chiamava dal suo microfono. Gli ha risposto qualche sparuta voce di bambino, subito sovrastata dalla «sevdalinka» avversaria. Confronto impari, come quello andato in scena sul parquet.
«-55» è il computo della doppia sfida con i bosniaci. Sulla carta la squadra più abbordabile del gruppo. In due partite, non siamo andati oltre i 60 punti per match. Difficile, però, chiedere di più a un gruppo di ragazzi che ha sempre provato a mantenere la rotta in mezzo alla tempesta di stoppate, triple e giochi di fino altrui, senza il suo condottiero, l’allenatore Ilias Papatheodorou, bloccato dal suo club in Grecia, il Maroussi, impegnato per non retrocedere. Incomprensibile. Arrivati al ballo dei grandi, ci riscopriamo terribilmente piccoli. E vada per il campo, dove la differenza di valori era ben nota ancor prima di alzare la palla a due (o il «calcio d’inizio», secondo la newsletter della Federazione…), ma non poter disporre del coach ellenico, «deus ex machina» di questa squadra, è un affronto al gruppo, e uno smacco al potere politico ed economico di Swissbasket. Nello stesso girone, la Turchia porta in panchina Ergin Ataman, che è anche coach del Panathinaikos. Squadra da 25 milioni di budget, in lotta per tutto quello che conta in Europa, con il presidente più focoso e imprevedibile di tutto il mondo del basket. Altri mondi, altri rapporti di potere. La strada per la grandezza, o presunta tale, passa anche per strade diverse da quelle aperte da un «pick and roll». Passione e senso di attaccamento, di giocatori, addetti ai lavori e ultimi ma non ultimi tifosi, si costruiscono lavorando di concerto dentro e fuori dal campo. Senza questa sintonia, il destino è quello di procedere, oggi come ieri, con il passo del gambero. Portare alle nostre latitudini squadre come Bosnia, Turchia e Serbia è un gran bel risultato, ma anche un’implacabile unità di misura di quanta strada rimane da fare. Lungo la quale la vittoria più importante non è forse da cogliere sul rettangolo di gioco, ma al suo esterno. Fuori da Friburgo – ma anche lì non è che impazzi – la Nazionale rossocrociata della palla a spicchi sembra un ectoplasma sportivo, roba per pochi appassionati o conoscitori. Un peccato, dato il percorso di crescita sportivo comunque in atto nelle ultime stagioni.