Roberto Kovac: «Con il basket ho chiuso, ma lo sport resta la mia vita»

Roberto Kovac è ormai un ex giocatore di basket. Il 36.enne momò, vincitore di quattro campionati e cinque coppe svizzere, ha scelto il Corriere del Ticino per ufficializzare il suo addio alla pallacanestro. La sua vita proseguirà a Mendrisio, come titolare della palestra Quality Fitness.
Robi, è davvero finita?
«Quello che avevo da dare, l’ho dato. Non è stata una decisione pianificata, ma sento che è il momento giusto, anche pensando alla situazione del basket svizzero e ticinese. Tutti sanno che i miei rapporti con la SAM Massagno non sono buoni, mentre il Lugano è in difficoltà. I Tigers mi hanno chiesto se volessi dare una mano, ma io non amo fare le cose a metà: o le faccio bene, oppure lascio perdere».
Magari tra un paio di mesi ti rivedremo in campo in LNB con il Vacallo, dove tutto è iniziato...
«La mia ultima partita è stata a fine marzo. Da allora non ho più fatto un palleggio. Lo ripeto: se non ho la possibilità di fare una cosa in modo professionale, preferisco non farla. Oggi il basket non mi manca. Ho altre cose per la testa, tra progetti e opportunità».
Neanche due tiri al campetto?
«Due settimane fa ero in vacanza in Croazia e gli amici mi hanno chiesto di andare a giocare con loro. Ho declinato».
Sembra quasi un rigetto.
«Non so, non credo. Sono contentissimo della mia carriera, ma la transizione, per quanto netta, è stata naturale. Ho sempre vissuto per il basket. Ne ero ossessionato. Tutto ciò che facevo, era finalizzato alla pallacanestro: quello che mangiavo, quanto dormivo, la pianificazione delle vacanze. Ogni decisione riguardante la mia vita era dettata da una palla a spicchi. Ora che questo sport non è più la mia priorità, passare ad altro è stato facile».

L’ultima stagione, trascorsa a Varese nella Serie C Lombardia, ha accelerato questo processo?
«È stato un anno complicato, perché non era possibile fare le cose come piacciono a me. Ho trovato un contesto quasi amatoriale, molti compagni ricevevano soltanto un rimborso spese. Pretendere il massimo da me stesso in una realtà del genere è stato frustrante».
Un anno fa, di questi tempi, i contatti con il Lugano erano concreti. Come andarono le cose?
«Ricordo un lungo tira e molla. All’inizio sembrava esserci una possibilità, poi non più. Mi sono allenato, ma non se n’è fatto niente. Mi dispiace, perché l’orizzonte del nuovo palazzetto mi stuzzicava e perché in quella società ci tengono davvero. Ma non ci sono più abbastanza mezzi finanziari».
Friburgo è l’unico club in Svizzera dove hai trovato le condizioni ideali?
«Anche a Ginevra guadagnavo bene, ma le strutture – penso in particolare agli orari della palestra scolastica – non erano all’altezza. La prima volta che sono approdato all’Olympic – nel 2011, in arrivo da Vacallo – ho scoperto un altro mondo. Se ne avevo voglia, potevo andare a tirare alle 2 di notte. Spero che a Lugano, con il palazzetto, cambi qualcosa».
Una squadra unica in Ticino è il solo scenario sostenibile?
«Idealmente sì. È difficile avere due squadre competitive a pochi chilometri di distanza. D’altra parte, però, mi pare che i rapporti tra chi gestisce questi club non siano idilliaci».
Hai rimpianti?
«No, quelli mai. Con i se e con i ma, tutti farebbero alcune cose diversamente, ma io sono contento del mio percorso. E sono fiero di essere sempre rimasto me stesso, nel bene e nel male. Conosco il mio carattere, so che posso essere fastidioso e anche un po’ s....zo. Ma sono autentico e non mi cambierei per niente. Ho dato tutto me stesso per questo sport».
Hai anche vissuto tre esperienze all’estero: tutte positive?
«Due su tre sono state condizionate dalla pandemia: nel 2020, quando ero in Islanda, è arrivato il coronavirus. Nel 2021 sono andato in Francia, ma la situazione post-COVID era complicata. Peccato, perché mi trovavo benissimo».
Prima, nel 2019, c’era stata la Croazia, il tuo Paese d’origine...
«Giocare nel Cibona Zagabria è stato bello e illuminante. Mi ha aperto gli occhi su cosa sia davvero il basket di alto livello. Ho affrontato squadre di Eurolega ed ex giocatori di NBA, in un contesto altamente professionale. Purtroppo, dopo quell’esperienza ho fatto parecchia fatica a relazionarmi e a convivere con i limiti del basket svizzero».

Con la Nazionale hai anche affrontato la «tua» Croazia.
«La realizzazione di un sogno. Abbiamo giocato a Opatija, a 20 minuti da casa mia. Sugli spalti c’erano parenti e amici. Ero nervoso. Volevo spaccare, ma non è stato facile concentrarmi. Tra i ricordi più belli c’è anche la vittoria contro la Serbia, con il canestro allo scadere di Dusan Mladjan. Posso solo immaginare cosa abbia provato lui, che è di origini serbe».
In un quintetto ideale di ex compagni, chi metteresti?
«Impossibile scegliere. Uno dei giocatori che ho ammirato di più è stato Rickey Gibson alla SAV. Ma in regia potrei preferirgli Jonathan Kazadi, con il quale sono cresciuto. A Friburgo era l’unico che si allenava quanto me, a ogni ora del giorno e della notte. Poi, in ordine sparso, cito Marko Mladjan, Edwin Draughan, Arnaud Cotture, Nathan Jurkovitz... La cosa certa è che questa squadra la farei allenare a Rodrigo Pastore. Nessuno ha saputo insegnarmi il basket come fece lui a Vacallo, quando avevo tra i 16 e i 20 anni. Per trovare qualcosa di simile ho dovuto attendere fino ai 31 anni, quando in Nazionale è arrivato Ilias Papatheodorou. Un altro genio. Con lui sono tornato a imparare qualcosa. È proprio quello che un coach deve fare: insegnare basket».
Hai nostalgia di quel Vacallo?
«Beh, è stata un’avventura irripetibile. Squadra e tifosi erano fantastici. Presi singolarmente, non eravamo i più forti. Ma Pastore ci ha trasformati in una macchina perfetta».
La SAV si allenava nel centro fitness di cui presto diventerai titolare: il cerchio si chiude.
«Questa palestra la conosco da vent’anni. C’è la mia maglia appesa alle pareti. Ci sono entrato la prima volta nel 2006, con la SAV. C’era già Paolo Medolago, che è da poco in pensione e che ha accettato di cedermi l’attività. Un timing perfetto. Ho trovato un modo per continuare a vivere di sport».
È anche merito degli studi che hai portato avanti negli anni.
«Mi sono appena arrivati i risultati dell’ultimo esame: sono ufficialmente laureato in Sport, sanità e ricerca. Ho iniziato a frequentare l’università nel 2013 a Friburgo. È stato un percorso lungo e impegnativo, ma ne è valsa la pena. Ho anche svolto la formazione di mental coach e come preparatore fisico ho collaborato con Volley Lugano e Riva Basket. Tra un annetto finirò la formazione come allenatore di basket presso Swiss Olympic».
Quindi un giorno ti rivedremo sul parquet, ma a bordo campo?
«Allenare mi piacerebbe, sì, ma solo nella maniera giusta, in un contesto professionale. Una cosa amatoriale non farebbe per me. Ormai lo avete capito: io sono fatto così».
