Terza Lega

Arzo, Di Vincenzi riparte «dal cuore e dalle mie certezze»

L'allenatore dei rossoneri fa il bilancio dopo le prime tre giornate – «In Terza cambiano le cose – Il rapporto con i giocatori? Rispetto al primo posto»
©Samuel Golay
Riccardo Vassalli
15.09.2026 06:00

«Dopo tre partite di campionato e una di Coppa ci siamo resi conto che il cambio di categoria si fa sentire». Giuseppe Di Vincenzi, allenatore dell’Arzo neopromosso in Terza Lega, traccia un primo bilancio dopo la sconfitta per 3-1 nel derby di venerdì sul campo del Ligornetto. La lezione di questo avvio è chiara: «Non possiamo permetterci errori che magari in Quarta potevamo permetterci di fare. Ora, se sbagli, vieni punito». Il salto, però, non cancella l’identità dei rossoneri: «La filosofia di voler sempre giocare la palla ed essere padroni del gioco la seguiamo anche in Terza Lega».

Due sconfitte e un pareggio hanno segnato l’inizio del campionato. All’Arzo, però, non sono mancati né il cuore né il coraggio di affrontare le difficoltà. E quando la partita si complica, Di Vincenzi sa che dalla panchina non possono arrivare tutte le risposte. «Se siamo sotto alla pausa, cerco di mantenere la calma e un atteggiamento positivo. Poi di solito lascio la parola al capitano Russbach e a Emanuel Piella. Lascio ai ragazzi il tempo e il modo di discutere per mettersi a posto, dato che sono loro a vivere il campo». Una questione anche di prospettiva: «Tante volte, da fuori, noi allenatori non percepiamo le cose come chi è dentro il rettangolo di gioco».

La promozione è nata dalle qualità tecniche e dalla forza di un gruppo unito anche fuori dallo spogliatoio. La nuova categoria porta però nuovi arrivi, concorrenza e scelte che possono toccare equilibri consolidati. Come si tiene insieme la riconoscenza per chi ha conquistato il salto e la necessità di scegliere? «È un aspetto che sto vivendo con la massima serenità. Tutti i ragazzi che hanno portato l’Arzo in Terza Lega sono importanti e lo sanno. Ma posso contare anche su ragazzi nuovi che si stanno mettendo in mostra e allora un allenatore deve fare delle scelte».

A volte, il rispetto passa da un messaggio la sera prima della partita. «Ai «veterani» mando magari un messaggino se il giorno dopo partiranno dalla panchina. Non sempre lo faccio e non con tutti, ma cerco di capire chi si aspettava di giocare. La vedo come una dimostrazione di rispetto, prima di tutto verso la persona». Il criterio resta uno: «Non esiste giusto o sbagliato. Tutte le scelte vengono fatte in funzione del bene della squadra in un determinato momento».

Dietro il mister c’è una passione che negli anni ha cambiato abitudini, senza perdere intensità. «Il calcio ha sempre fatto parte di me. Con gli anni seguo magari meno la Serie A, perché il tempo a disposizione non è più quello di una volta e voglio staccare. Ma mi documento: studio, leggo, cerco sempre di imparare nuove cose per essere preparato».

È al campo che Di Vincenzi ritrova ciò che cerca. «Avere ventisei ragazzi che si impegnano per applicare quanto chiedi è molto bello. Sono consapevole che ognuno ha la sua idea di calcio, ma ad Arzo si rispetta la mia. Quando non sarà più così, allora sarà il momento di lasciare». Allenare significa entrare in un mondo capace di tenere insieme emozioni, scherzi, serietà, disciplina e amicizia. «Ho bisogno di far parte di questo mix per cercare di migliorare chi alleno. E quando vedo i miglioramenti sono felice. Ecco cosa cerco dentro un campo da calcio».

Calcio e vita, nel suo racconto, finiscono per incontrarsi soprattutto su un punto: l’impegno. «Nella vita come nello sport non accetto lo scarso impegno. Io do tutto alla squadra e alla società e lo stesso mi aspetto dai giocatori». Quanto ai difetti, non si nasconde: «Ne ho molti», ride. «Sono un po’ sclerotico con i giocatori, ma non lo faccio mai con cattiveria, solo per spronarli a dare il massimo. Preferisco dire le cose in faccia, affrontare ogni discorso a quattr’occhi e amo la sincerità».

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