A San Diego si può sognare anche senza una pallina da baseball

Passeggiare lungo Pacific Beach, mentre impazza la Coppa del mondo, può essere tanto inebriante quanto didascalico. Sull’infinita lingua di sabbia che corre verso la baia di San Diego volano palloni ovali e non si contano le magliette o i cappellini dei Padres. Per tacere delle tavole da surf. A ben guardare, sono in maggioranza pure i giocatori di beachvolley e cornhole. In maggioranza rispetto a un ideale e a immagini a noi più vicine: il Super Tele con i suoi effetti, due porte improvvisate e un’Italia-Marocco che arriva ai 10: «Ma vieni! Jair! È il ritorno della Grande Inter!».
Insomma, soppesare il valore e l’impatto del Mondiale americano sugli americani rimane esercizio complicatissimo. Per questo motivo siamo andati da Billy Garton, ieri difensore del Manchester United, oggi apprezzato allenatore del San Diego Surf Soccer Club. Un’accademia che forma migliaia di ragazzi e ragazze.
L’educazione prima di tutto
«Creiamo la futura generazione di giocatori della nazionale». Attiva dal 1977, l’organizzazione membro dell’Elite Clubs National League si presenta così. Con una visione. Garton si occupa di bambini tra i 7 e i 12 anni, in qualità di direttore e specialista della cosiddetta zona 1. «E vi assicuro che a San Diego vi sono parecchi giovani che sognano di diventare calciatori professionisti. Sempre di più». E a proposito di candide fantasie. Garton, classe 1965, è nato e cresciuto a meno di un chilometro di distanza da Old Trafford: il «Teatro dei sogni», appunto. E il Manchester United, inevitabilmente, ne ha plasmato immaginario e ambizioni. Sino all’esordio in prima squadra, nella stagione 1984-85, con l’iconica maglia griffata Sharp. Sino alla sindrome da stanchezza cronica che, a soli 25 anni, lo ha costretto a un amaro ritiro dal massimo campionato inglese.
L’acerba chiusura di carriera, tuttavia, ha aperto all’ex difensore le porte delle scienze dell’educazione. La vera chiave, tiene a sottolineare, per essere un insegnante giusto ancor prima che un buon allenatore. «A San Diego, dicevo, ci sono molti sognatori. E sognare va benissimo, purché non si trasformi in una pretesa o in un’aspettativa irrealistica. Spesso sono i genitori, non i ragazzi, a preparare i figli al fallimento, dando per scontato che diventeranno professionisti. Aprono profili Instagram per i figli, pubblicano i video dei loro gol in qualche torneo locale, pensando che questo li aiuterà ad arrivare ad alti livelli. In questo modo si rischia solo di creare una forte delusione nel ragazzo. È un errore instillare nei ragazzi la certezza che diventeranno professionisti; è un atteggiamento un po’ arrogante e fuorviante, tipico della cultura sportiva americana. Soprattutto se non si conosce lo sport». Garton, va da sé, parla con cognizione di causa. «Se ripenso a tutto ciò che è dovuto succedere affinché venissi prima accettato allo United, poi superassi i vari livelli del settore giovanile e infine arrivassi a calcare il campo di Old Trafford, beh, servono tantissimi fattori. Oltre al talento cristallino, alle capacità e all’impegno, occorre anche un pizzico di fortuna, trovarsi nel posto giusto al momento giusto e incontrare un allenatore a cui piaci e che ti dia un’opportunità».
«Ragazzi maggiormente esposti alle star»
Eventi come il Mondiale, per contro, possono rappresentare la miccia. O alimentare un fuoco che già divampa nel corpo in trasformazione di un fanciullo. «Vivo a San Diego da 25 anni e ho visto molti Mondiali e altri tornei internazionali a cui ha partecipato la nazionale statunitense» premette Garton. Per poi spiegare: «Ho l’impressione che questa volta la gente sia molto più consapevole dell’evento, più disposta a farsi coinvolgere e a farne parte. Per quanto riguarda i bambini che alleno e incrocio al campo, ravviso innanzitutto un forte interesse verso la nazionale e i suoi giocatori. I ragazzi riconoscono i nomi e i ruoli molto più che in passato. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano un giocatore di alto profilo come Pulisic, che gioca in Europa, ha aiutato molto a far crescere la popolarità del movimento. Ora i giovani hanno dei veri idoli in cui rispecchiarsi, non solo giocatori della MLS. Allo stesso tempo, la MLS - complice l’arrivo di Messi - sta permettendo al calcio di essere sempre più popolare tra i giovani americani. Qui, chi gioca a pallone, ha sempre due squadre del cuore: il San Diego FC e un club europeo». Senza dimenticare la cultura calcistica e il trasporto della folta comunità messicana.
Garton parla di una «generazione diversa» perché «molto più esposta sia alle stelle mondiali, sia ai giocatori della propria nazionale. Ci sono tanti fattori che si uniscono per rendere il calcio più interessante e stimolante. La copertura televisiva di oggi e i social media giocano un ruolo enorme. E poi i ragazzi sentono che la loro squadra può fare strada. Va da sé, e lo affermo sorridendo, senza vincere il Mondiale».
«Il più praticato tra i giovani»
A scuotere il soccer, invero, ci aveva già pensato USA ‘94. «Io - osserva Garton - mi sono trasferito a San Diego nel 2001. E, sì, quel Mondiale è emerso a più riprese degli addetti ai lavori con i quali mi sono confrontato. Tuttavia, non ho mai avuto la sensazione che avesse fatto presa come, invece, sta accadendo ora. Oggi il calcio sta dimostrando di essere uno sport globale e gli Stati Uniti, che forse erano un po’ indietro rispetto agli altri nel recepirlo, dispongono ormai di una generazione di ragazzi che ne è letteralmente pervasa. Non credo che nel 1994 ci fosse un numero di persone così ampio pronto ad abbracciare questo sport e a continuare a seguirlo una volta terminato l’evento. La vita, all’epoca, tornò presto alla normalità e il calcio scivolò nuovamente al terzo o quarto posto tra gli sport nazionali».
Garton si sofferma sul quadro attuale. «Che per quantità di persone coinvolte e numero di praticanti presenta numeri molto differenti: basti pensare che a livello giovanile il calcio è lo sport più praticato in assoluto negli Stati Uniti. Nel ‘94 non era così, allora era il baseball ad andare per la maggiore tra i bambini. Inoltre, l’attuale generazione di genitori è cresciuta a sua volta con il calcio, quindi lo sostiene. E penso che continuerà così, generazione dopo generazione. La crescita del movimento è organica».
L’abbraccio dell’intero Paese
Billy Garton è dunque fiducioso: «Negli Stati Uniti, ovviamente, ci si continuerà ad appassionare ad altri sport. Ma se in passato ho notato che chi seguiva baseball, basket, football e hockey non era molto incline a interessarsi al calcio, questa volta avverto un clima diverso. Finora è stato incredibile, sembra che l’intero Paese sia davvero disposto ad abbracciare il pallone, informandosi e sostenendo la nazionale. Ripeto: c’è grande entusiasmo, si organizzano feste per vedere le partite a casa e nei locali, e chi può fa di tutto per andare allo stadio. Certo, un velo di preoccupazione per ciò che accadrà non appena si spegneranno i riflettori permane. Inutile negarlo. Ma scordarsi del più grande evento sportivo nella storia sarà più difficile». E allora, mentre decolliamo verso Vancouver, per continuare a sognare con la Svizzera, ripensiamo a Pacific Beach e alla sua inesauribile varietà. Una cartolina. Uno scorcio mozzafiato. Forse non l’intero panorama.
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