Il ricordo

Addio a Franco Baresi, il «Piscinin» simbolo del Milan

Dal debutto con Liedholm alle due Serie B, dalla Coppa dei Campioni 1989 alla finale mondiale del 1994: la storia del numero 6 rossonero, capitano per 15 stagioni e bandiera di una fedeltà record
Alberto Cerruti
31.07.2026 09:00

Evidentemente era scritto nel destino. Perché Franco Baresi, numero 6 nel Milan e numero 6 nella Nazionale, ci ha lasciato a 66 anni compiuti l’8 maggio scorso. Troppo veloce alla fine della sua vita, come all’inizio della sua carriera di campionissimo. Con una certezza che resisterà nel tempo, al di là di tutti i suoi record, per chi lo ha visto giocare e per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo di persona. La certezza che Franchino, come all’anagrafe, «Piscinin» cioè piccolino in dialetto milanese, come lo aveva soprannominato il massaggiatore Mariconti, o capitano, non sarà mai dimenticato da nessuno, perché è stato unico in campo e fuori.

È importante riassumere nei numeri tutto quello che ha vinto con la maglia rossonera: 6 scudetti, 4 Supercoppe italiane, 3 coppe dei Campioni/Champions, 2 Supercoppe europee e 2 coppe intercontinentali, con il secondo posto nel »Pallone d’oro» nel 1989 dietro Van Basten, senza dimenticare che con quella azzurra è salito sui tre gradini del podio ai mondiali, primo nel 1982, terzo nel 1990, secondo nel 1994. E’ ancora più importante, però, sottolineare come ha vinto, grazie alle qualità con cui si è fatto voler bene da tutti, dal giorno in cui debuttò in serie A, il 23 aprile 1978 a Verona ad appena 17 anni: la modestia, la classe, la determinazione, la fedeltà. Ricordare, per credere, quanto disse dopo la sua prima partita in cui fu giudicato migliore in campo da «La Gazzetta dello Sport«. «Ringrazio per i complimenti, ma il posto è di Turone, da domani torno a giocare nella «Primavera».

In realtà, dopo la primavera meteorologica, Liedholm rinunciò a Turone e promosse subito Baresi dicendo testualmente: «Lui jà titolare, futuro Franz Beckenbauer». E così il «Piscinin» diventò «Franz», incominciando la sua straordinaria carriera nel Milan, con il primo scudetto della stella nel 1979, seguito da due retrocessioni in serie B nel 1980 e 1982. Il momento più basso della sua carriera, ma paradossalmente quello più importante a livello privato e sportivo. Proprio durante una trasferta ad Arezzo, infatti, conobbe Maura, la dolcissima moglie rimastagli vicino fino all’ultimo respiro, mamma dei due figli Edoardo e Giannandrea. Mentre molti suoi compagni chiesero il trasferimento in serie A, lui decise di rimanere al Milan in B rifiutando le proposte della Juventus, dell’Inter e della Sampdoria. Così, ad appena 22 anni, ereditò la fascia da Maldera passato alla Roma. E dal 1982 diventò capitano per 15 delle sue 20 stagioni rossonere, un record di fedeltà appunto, perché è stato l’unico nella storia del Milan ad accettare due retrocessioni, con la magra consolazione del successo nella Mitropa Cup, riservata ai vincitori in serie B.

In quei viaggi scomodissimi per raggiungere i campi sconosciuti a Szombathely, Osjek e Ostrava, sembrava un sogno vincere coppe ben più importanti. E invece, grazie all’arrivo di Berlusconi, dopo lo scudetto nel 1988, ecco la prima coppa dei Campioni nel 1989 contro la Steaua e la prima coppa intercontinentale a Tokyo, grazie al gol del suo amico Evani, il punto più alto della sua carriera.

Poche parole fuori, urla in campo e soprattutto un esempio per i compagni, Baresi è stato un trascinatore con la sua classe e la sua grinta, incapace di arrendersi anche quando la sfortuna e gli infortuni sembravano metterlo kappaò. Capitano al suo terzo mondiale nel 1994, con Sacchi c.t., dopo aver vinto il primo come riserva di Scirea e avere giocato da titolare il secondo con Vicini c.t., nessuno credeva che potesse giocare la finale perché era stato sostituito e poi operato al menisco al termine della seconda gara contro la Norvegia. Invece persino Sacchi si stupì e si convinse del suo incredibile recupero, schierandolo tra la sorpresa generale nella partita contro il Brasile in cui Baresi fu il migliore in campo, giocando la gara più bella della carriera. Finì male, con i rigori sbagliati da lui, dal suo grande amico Massaro e da Baggio e così negli occhi di tutti sono rimaste le lacrime di Baresi, consolato invano da Gigi Riva, altro esempio di fedeltà come lui. Ha fatto benissimo, quindi, Berlusconi a ritirare la sua maglia numero 6, dopo la sua ultima partita, numero 531 nel Milan, l’1 giugno 1997 all’età di 37 anni.

Una novità storica per l’Italia, giusto omaggio a un uomo, oltre che a un campione, non a caso rimasto nell’organico della società, malgrado i vari passaggi di proprietà, con il ruolo di vice-presidente onorario. Ambasciatore elegante, amato e applaudito in tutto il mondo e per questo subito rimpianto un anno fa, quando saltò la prima trasferta estiva del Milan in Australia, per colpa di quel maledetto nodulo ai polmoni. Apparso l’ultima volta a San Siro, insieme con Bergomi, il 6 febbraio scorso all’apertura dei Giochi Olimpici invernali, da allora Baresi ha sperato invano di tornare anche a Milanello, con l’inseparabile Massaro. Sempre pronto a dispensare ottimismo nei messaggi, come dieci giorni fa dopo la domanda «come va, capitano?», con la sua risposta: »Su e giù, ma avanti bisogna andare». Stavolta, però, è andato avanti per sempre, alzando il braccio come faceva in campo, non per mettere in fuorigioco gli avversari, ma tutti quelli che gli hanno voluto bene. E allora ciao, capitano. Non ti dimenticheremo mai.