Il ricordo

Addio a Osvaldo Bagnoli, il Mago della Bovisa che stregò l'Italia

Morto a 91 anni l'allenatore del Verona campione d'Italia 1985: figlio della Milano operaia, umile e schivo, vinse con gli scarti degli altri battendo Maradona e Platini
Marcello Pelizzari
17.07.2026 16:00

C'era una volta un ragazzo della Bovisa. Non un quartiere qualunque, all'epoca, ma il simbolo della Milano operaia fra ciminiere e tram che sferragliavano di continuo. Osvaldo Bagnoli veniva proprio da lì, da quel misto di sudore e pagnotta guadagnata. E no, la nostra non è retorica. Nato il 3 luglio del 1935, il Mago della Bovisa si è spento oggi all'età di 91 anni. Inutile dire che mancherà. 

Gianni Brera, abituato agli accostamenti e ai soprannomi, parlava di lui come di un filosofo. Di qui il battesimo alto, anzi altissimo: «Schopenhauer della Bovisa», con il quartiere sempre e comunque ad accompagnare il mister. Come un marchio di fabbrica. Appartato, schivo, spesso e volentieri zitto, Bagnoli aveva capito tutto. Del calcio e dei calciatori. Non era solito urlare. Gli bastavano pochi sguardi, convinti. Quando parlava, invece, era lapalissiano. Ma, proprio per questo, essenziale. Una frase su tutte: «Il terzino faccia il terzino». 

Prima di accomodarsi in panchina, Bagnoli era stato un centrocampista di sostanza. Partito, anima casciavit anche se in realtà lui era interista, dal Milan. Dove sfiorò uno scudetto. Poi Verona, Udinese, Catanzaro, Spal. Una carriera di tutto rispetto, con un secondo tempo passato a bordocampo e praticamente sempre in provincia, arrivando infine al grande palcoscenico (l'Inter). Una strada lunga, a tratti faticosa, senza bruciare le tappe ma compiendo un autentico miracolo a metà degli anni Ottanta: portare il Verona, l'Hellas, al titolo di campione d'Italia. Facendo fuori semidei come Maradona, Platini, Zico, Falcao e Rummenigge e puntando sul collettivo. Anzi, sugli scarti altrui: i gol di Nanu Galderisi, le geometrie di Di Gennaro, la corsa di Pierino Fanna, la difesa di Tricella e Garella. Non accadrà più, nella storia del calcio italiano, che una squadra di una città non capoluogo di regione conquisti lo scudetto.

Bagnoli, pensate, era talmente umile che quella parola, «scudetto», la pronunciò solo e soltanto a stagione conclusa, quasi non volesse offendere le big. Durante il trionfo, per contro, il tipico broncio lasciò spazio a un sorriso grande così. Ma l'Osvaldo, come detto, ci sapeva fare. Anche al Genoa, anni dopo, con un quarto posto (storico) e la magica notte europea di Anfield, con il Liverpool battuto nel suo antro. Infine l'Inter, apogeo e capolinea di una carriera vissuta all'ombra dei giganti eppure con una coerenza, oggi, invidiabile. Smise proprio dopo la parentesi nerazzurra, deluso dall'esonero. 

Lasciato il calcio, era tornato a vivere a Verona. Una città che lui non aveva dimenticato e che, a sua volta, non aveva dimenticato lui. «Sei il più grande di tutti» scrive oggi l'Hellas, ricordando quel broncio «dolce e concentrato» che, in quel 12 maggio del 1985, «si aprì nel sorriso più bello e vero che la nostra città abbia mai visto». Da oggi, Bagnoli diventa un monumento. Invisibile, ma presente nella memoria di chi c'era e di chi l'ha vissuto ma anche di chi, la favola del Verona, se l'è fatta raccontare da mamma e papà. In un'epoca di calciomercato sfrenato, con i presidenti (anche di provincia) disposti a svenarsi per comprare campionissimi, l'Osvaldo dimostrò che i campionati si vincono partendo dalle persone. Non dalle stelle. 

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