Ancelotti e il Brasile, ora niente più scuse: quattro anni per ricostruire

L'avventura del Brasile negli Stati Uniti si è chiusa domenica pomeriggio a East Rutherford, in New Jersey, con la sconfitta contro la Norvegia e l'eliminazione agli ottavi di finale. Un risultato che riporta la nazionale verdeoro alla sua campagna più deludente dal 1990, quando uscì proprio nella stessa fase del torneo. Di fronte, però, c'era l'Argentina di Maradona, con tutto il (dovuto) rispetto per un fenomeno assoluto come Haaland.
A guidarla c'era Carlo Ancelotti, arrivato in corsa, alla fine di un ciclo che l'allenatore stesso non ha faticato a definire caotico. «È certo al 100% che non sono un genio» aveva dichiarato l'italiano alla Folha de Sao Paulo, uno dei quotidiani più prestigiosi del Paese, pochi giorni prima del kappaò. «Ma è altrettanto certo al 100% che non sono stupido». Per vincere un Mondiale in uno scenario così sfavorevole, d'altro canto, sarebbe servito un miracolo. O una botta di «fattore C».
Un ciclo nato nel disordine
Il percorso verso il 2026 è stato tutto fuorché lineare. Per dire: in pochi anni, sulla panchina della Seleção si sono alternati Ramon Menezes e Fernando Diniz, ad interim, nonché Dorival Júnior. Fino all'arrivo di Ancelotti appunto, poco più di un anno fa. Una girandola di allenatori e quasi nessuna continuità, che ha lasciato al tecnico italiano un margine minimo per costruire.
Sullo sfondo, anche il caos ai vertici della Federcalcio brasiliana (CBF). L'ingaggio di Ancelotti era stato a lungo inseguito dall'allora presidente Ednaldo Rodrigues, poi rimosso dall'incarico per decisione della giustizia di Rio de Janeiro, che aveva rilevato irregolarità nell'accordo che ne aveva permesso l'elezione. Al suo posto è subentrato Samir Xaud, che ha confermato l'intesa con l'allenatore.
Più risorse dei predecessori
Con la nuova gestione, Ancelotti ha potuto contare su una struttura che i suoi predecessori non avevano avuto. Durante l'era Rodrigues erano frequenti le lamentele sugli scarsi investimenti nella nazionale, con tagli persino su voci come l'acqua in bottiglia e i sacchetti di ghiaccio. «Sono sempre stato un grande critico della disorganizzazione e della mancanza di una direzione precisa» ha ammesso ad esempio il terzino Danilo, riconoscendo però i progressi recenti. «Oggi c'è pianificazione, i giocatori non devono più affrontare situazioni che non dovrebbero riguardarli».
Per spiegare la sua visione a lungo termine, come scrive sempre la Folha de Sao Paulo, il difensore aveva usato la metafora del bambù cinese: si pianta il seme, lo si annaffia per quattro o cinque anni solo per far crescere le radici, e poi, all'improvviso, la pianta si slancia di diversi metri. La crescita, però, non è arrivata in tempo per il 2026: i test si sono dovuti fare in corsa, durante la competizione stessa.
Il rinnovamento è già cominciato
Per questo Mondiale Ancelotti si è affidato a volti noti, come Casemiro, a 34 anni in evidente difficoltà a reggere il ritmo, e Neymar, coetaneo arrivato acciaccato al suo ultimo giro di giostra, la cui reale condizione fisica sarebbe emersa solo più tardi: una convocazione che è parsa più una concessione alle pressioni esterne che una scelta tecnica.
Ora la svolta è avviata. La maglia numero 10 passerà a Vinicius Junior e la squadra cambierà volto, con l'inserimento di giovani: il diciannovenne Rayan, che si è preso il posto dell'infortunato Raphinha, ma anche Estêvão ed Endrick, entrambi 19 anni, e Rodrygo, 25. Nomi che, ha spiegato l'allenatore, rientrano nei suoi piani.
Con più tempo davanti e una conoscenza più profonda del calcio brasiliano, Ancelotti punta a evitare gli errori commessi nella composizione della rosa per questi Mondiali. Fra le scelte più discusse, l'assenza di un terzino destro di ruolo tra i 26 convocati e l'inserimento a sorpresa dell'attaccante Igor Thiago: critiche in parte smorzate solo dall'aura vincente del tecnico.
Fino a oggi, l'italiano aveva buone attenuanti per non essere riuscito a improvvisare qualcosa di solido. Da adesso, con il posto assicurato fino al 2030 e lo stipendio più alto tra tutti i ct del pianeta, quelle scuse non le ha più.
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