Andrea Manzo rompe il silenzio

L'ex allenatore del Lugano a ruota libera: le critiche di Renzetti, l'esonero, il rapporto con i giocatori, il lavoro sul campo
Andrea Manzo abbracciato da Angelo Renzetti
Red. Online
29.12.2016 17:15

L'appuntamento è fissato per l'ora di pranzo in un ristorante di Cima, Porlezza. Un pasto informale, fra sorrisi dolci e amari. Poi una lunga intervista: Andrea Manzo ha tanta, tantissima voglia di parlare. Vuole difendere il suo operato e la sua professionalità. «Sulla panchina del Lugano ho sempre dato il massimo» dice. Gli occhi sono lucidi, vuoi per l'emozione dei ricordi o per la rabbia dell'esonero. Poco lontano, al tavolo a fianco, un avventore lo riconosce e si alza per stringergli la mano. «Sei il migliore» esclama al mister. Una testimonianza fedele dell'effetto Manzo, che ha avvolto Cornaredo in questa prima parte di stagione. E il futuro, come sarà? Glielo abbiamo chiesto, assieme a molte altre cose.

Partiamo dalla domanda più ovvia: come sta? Ha digerito la decisione del presidente?

«Sicuramente non sto bene: il campo già mi manca e so che mi mancherà tantissimo. Detto ciò, col passare dei giorni me ne sto facendo una ragione pur con tutti i punti di domanda del caso».

Riavvolgendo il nastro, cosa le ha fatto più male?

«Il fatto di non essere riuscito a portare in porto una barca con degli ottimi marinai. È un grosso rammarico. O meglio: non ci sono riuscito a 360 gradi, perché in fondo la classifica mi dava ragione. Mi spingo oltre: da qui a giugno, ne sono certo, avrei centrato l'obiettivo. Meritavo di restare al timone, ne ero convinto e lo sono tuttora. C'erano tutti i presupposti per rialzare la testa, considerando che il Lugano stava crescendo. E questo nonostante le varie difficoltà incontrate. La squadra stava maturando sotto l'aspetto calcistico, ma anche a livello di motivazioni e letture tattiche individuali».

Non è paradossale che le difficoltà citate arrivassero dall'interno e non dall'esterno? Alla fine, è stato Angelo Renzetti ad appiccare l'incendio e non i media o i tifosi.

«Questo aspetto non l'ho ancora messo a fuoco. Una delle risposte, probabilmente, si nasconde fra le pieghe della nostra lunga striscia senza vittorie. Questo periodo lungo e stressante ha generato delle insicurezze a livello dirigenziale. D'altro canto io non ho il metro di giudizio di Renzetti. Io ho una linea, lui un'altra: per certi versi abbiamo corso in parallelo senza esserci mai incontrati».

Da fuori, era netta la sensazione che lei non piacesse al presidente. Era davvero così?

«Io credo che il presidente mi abbia voluto bene e me ne voglia ancora, lo ha dimostrato proponendomi di restare nell'orbita Lugano e questo vuol dire che tutto sommato ha stima di me. Da quello che ho visto, però, la stima non è bastata per dargli certezze in vista del girone di ritorno».

Fra le varie critiche, una è stata piuttosto pesante: Manzo manca di autorevolezza. A freddo cosa risponde?

«Io penso che Manzo sia stato autorevole, checché se ne dica. Basta vedere la squadra come si muoveva in campo. L'autorevolezza l'ho sempre avuta: riuscivo a trasmettere le mie idee ai giocatori. Forse Renzetti intendeva autorità, ma quella non è nel mio DNA. Io sono per il dialogo, non sono un sergente di ferro. Quando le cose vengono spiegate, è più facile poi metterle in pratica. Se vengono imposte invece è un po' più difficoltoso. Sono per l'armonia delle varie componenti e non me ne si può fare una colpa: preferisco i sorrisi ai musi lunghi o alle tensioni».