Mondiali

Ardon Jashari: «Un anno difficile al Milan, ma sono pronto per un gran Mondiale con la Nati»

Il centrocampista rossocrociato alla vigilia dell'esordio con il Qatar: «Siamo un gruppo unito e consapevole delle proprie qualità, non siamo qui in gita ma per lasciare il segno»
Foto JEAN-CHRISTOPHE BOTT
Mattia Sacchi
12.06.2026 13:30

Nel giorno in cui la Svizzera fa il proprio esordio ai Mondiali contro il Qatar, il destino regala ad Ardon Jashari un curioso incrocio con il passato. Quattro anni fa era proprio l'emirato ad ospitare la sua prima Coppa del Mondo, vissuta da giovane emergente della nazionale. Oggi il centrocampista del Milan riparte dagli Stati Uniti con uno status diverso, quello di uno dei volti più promettenti del calcio svizzero e di un giocatore chiamato a ritagliarsi un ruolo importante nella crescita della selezione di Murat Yakin.

Lo abbiamo incontrato poco prima della partenza per il Nord America. Tra il bilancio della sua prima stagione in rossonero, l'orgoglio per le proprie radici e la voglia di lasciare il segno con la maglia rossocrociata, emerge il ritratto di un ragazzo che non ha alcuna intenzione di considerare questo Mondiale come un semplice punto d'arrivo.

«Quando ho letto il mio nome nella lista dei convocati è stata una sensazione fantastica», racconta al Corriere del Ticino. «Partecipare a una Coppa del Mondo e rappresentare la propria nazionale è qualcosa di speciale, il sogno di chiunque inizi a giocare a calcio. Già il Qatar era stata un'esperienza indimenticabile, ne sono ancora grato. Ora non vedo l'ora di dare il mio contributo in questa nuova avventura».

La responsabilità la sente eccome, ma la divide con il resto del gruppo. «Siamo in venticinque e ognuno di noi sente sia il privilegio sia la responsabilità di essere qui. Il calcio svizzero sta crescendo molto e tanti altri giocatori forti avrebbero potuto essere convocati. I tifosi si aspettano tanto da noi e io cercherò di dare il massimo in ogni allenamento e in ogni partita in cui avrò la possibilità di giocare».

Foto PETER KLAUNZER
Foto PETER KLAUNZER

Alle spalle c'è una stagione non semplice al Milan. Arrivato nell'estate del 2025 come uno dei principali investimenti del club rossonero, il centrocampista 24enne aveva iniziato il proprio percorso con entusiasmo prima che una frattura composta del perone destro, rimediata in allenamento a poche settimane dall'inizio del campionato, lo costringesse a fermarsi per oltre due mesi. Un contrattempo che ne ha inevitabilmente rallentato l'inserimento in una squadra nuova e in un campionato molto diverso da quelli conosciuti fino a quel momento.

«Non è stato facile. Sono arrivato ad agosto e poco dopo è arrivato quel problema al perone che mi ha tenuto fuori a lungo. Quando rientri da uno stop così importante hai bisogno di tempo per ritrovare la migliore condizione fisica e il ritmo partita. Nella parte finale della stagione, quando ho avuto più spazio, credo di aver disputato anche delle buone gare. Sono convinto che il mio vero valore si vedrà quando riuscirò a giocare con maggiore regolarità. Più minuti hai nelle gambe, più cresce la fiducia e più facile diventa trovare l'intesa con i compagni e con il sistema di gioco».

Non tutto però è stato da buttare: per Jashari è stata l’occasione di imparare a calarsi in una nuova realtà. «La Serie A è molto diversa dai campionati in cui avevo giocato prima. È un torneo molto tattico, con difese sempre ben organizzate e spazi ridotti al minimo. Per questo il gioco a volte è più lento e trovare le giocate in avanti non è mai semplice. È un campionato che ti obbliga a pensare rapidamente e a migliorare sotto tanti aspetti. Anche per questo è stato importante sentire la fiducia di Allegri e dello staff durante i mesi più complicati. Inoltre allenarmi ogni giorno accanto a un campione come Modric è stato un grande apprendistato. Guardi come si muove, come interpreta le situazioni, come si comporta dentro e fuori dal campo. Sono dettagli che aiutano a crescere. Mi sono sempre piaciuti giocatori come lui, Rodri, Pirlo, Iniesta: hanno una classe straordinaria, ma soprattutto pensano sempre alla squadra. Sono calciatori che fanno giocare meglio tutti quelli che hanno attorno».

La sua storia personale racconta invece un'identità composta da più culture. «Sono molto orgoglioso delle mie origini albanesi e macedoni, ma anche della Svizzera che mi ha dato la possibilità di crescere come uomo e come calciatore. Giocare per la nazionale svizzera è un sogno e ne sono profondamente fiero. Mi sento una combinazione di entrambe le cose, cinquanta e cinquanta. Non dimentico mai da dove vengo e chi rappresento oggi».

All'interno dello spogliatoio rossocrociato queste storie multiculturali diventano spesso occasione di confronto. «Ci capita di parlare delle nostre origini e dei percorsi che ci hanno portato fin qui. Io sono più giovane e ho vissuto l'integrazione in modo diverso rispetto ad altri compagni, ma conoscere le loro storie ti aiuta a capire meglio le persone e a essere ancora più uniti come squadra. Guardare giocatori come Granit Xhaka e vedere quanta voglia abbiano ancora di rappresentare la Svizzera è un esempio e un’ispirazione per tutti».

Fuori dal campo, Jashari è diventato anche testimonial del marchio di gioielli Giberg. Una collaborazione nata ben prima dell'approdo ai grandi palcoscenici internazionali. «Mi seguono praticamente dall'inizio della mia carriera. È un brand che ho sempre apprezzato perché unisce attenzione ai dettagli, bellezza e concretezza, caratteristiche nelle quali mi riconosco. Dal primo incontro con il CEO ho capito che erano persone con cui mi sarei trovato bene».

«Quando fai questo mestiere devi prestare attenzione anche a quello che fai fuori dal campo, perché c'è sempre molta attenzione attorno a noi e l’immagine pubblica inevitabilmente richiama sponsor importanti. Mi interessano la moda e il design, mi piace apprezzare le cose belle e curate nei dettagli, ma il calcio resta la mia priorità assoluta. Tutto il resto è un bellissimo svago ma viene dopo. La mia testa è dedicata al cento per cento a migliorare come giocatore e ad aiutare la mia squadra».

E allora, con il Mondiale alle porte, come descriverebbe questa Svizzera in tre parole? «Potenza, unione e fiducia. Credo che siano le caratteristiche che rappresentano meglio questo gruppo. Sappiamo di avere qualità, esperienza e tanti giocatori che stanno vivendo momenti importanti nelle rispettive carriere. Non vogliamo nasconderci dietro false modestie: sappiamo che ci aspetta una competizione difficilissima, ma crediamo di poter fare un buon Mondiale. La cosa che mi rende più fiducioso è vedere quanto stiamo bene insieme. C'è grande unione, ognuno è pronto a sacrificarsi per l'altro e quando hai uno spogliatoio così puoi affrontare qualsiasi avversario».

Sul piano personale, invece, l'obiettivo è chiaro. «Voglio essere pronto quando la squadra avrà bisogno di me. Che siano cinque minuti o novanta, il mio compito è farmi trovare pronto e dare il massimo. Voglio portare energia positiva, aiutare il gruppo e mettere le mie qualità al servizio della squadra. Non parto per vivere un'esperienza o per aggiungere una presenza al mio curriculum. Parto con l'obiettivo di contribuire ai risultati della Svizzera e di dare tutto quello che ho ogni volta che avrò l'opportunità di scendere in campo».