L'intervista

Daube: «L’Euro è stato una svolta su cui costruire il futuro»

Chiacchierata a tutto tondo con la direttrice del calcio femminile svizzero, a quasi sette mesi dalla conclusione dell'entusiasmante torneo casalingo
Marion Daube, classe 1976, è direttrice del calcio femminile svizzero dal 1. novembre 2023. © Keystone/Anthony Anex
Maddalena Buila
16.02.2026 22:14

A quasi sette mesi dalla conclusione dell’entusiasmante europeo femminile ospitato dalla Svizzera, abbiamo chiesto alla direttrice del calcio femminile rossocrociato che tipo di eredità ha lasciato la manifestazione nel nostro Paese e in tutto il mondo del pallone elvetico.

Marion, innanzitutto come sta?

«Molto bene grazie».

A distanza di alcuni mesi dall’Europeo di grande successo in Svizzera, come sta oggi il calcio femminile rossocrociato?

«Il torneo ha rappresentato una vera pietra miliare, sia dal punto di vista organizzativo sia emotivo. È stato un momento di svolta. Ci ha dato grande visibilità e ha creato una base solida su cui costruire il futuro. La cosa più importante, però, non è solo la crescita immediata, ma la sua sostenibilità a lungo termine. Vogliamo che lo sviluppo continui ben oltre il 2027 (anno fissato per la fine del progetto Euro2025, ndr)».

Come?

«Abbiamo lavorato per creare una piattaforma condivisa con federazioni regionali, club, media e investitori. E i numeri dimostrano che qualcosa si sta muovendo. Nella Women’s Super League, ad esempio, dopo le prime nove giornate gli spettatori erano aumentati del 62% rispetto allo scorso anno. Anche il numero di ragazze che praticano il calcio è in crescita, seppur con ritmi diversi a seconda delle regioni. L’obiettivo è rafforzare le strutture, non solo le infrastrutture, e rendere questo sviluppo stabile nel tempo. Al contempo abbiamo avviato numerosi progetti: dalla promozione e la professionalizzazione della lega, fino a iniziative specifiche come le giornate dedicate alle portiere. Non tutto è immediatamente visibile, ma il lavoro è intenso e costante».

Dopo Euro2025 ha notato un aumento dell’attenzione mediatica verso il calcio femminile?

«Durante il torneo l’attenzione è stata enorme, come è naturale che sia quando si ospita una manifestazione di questo livello. La sfida ora è mantenere viva quella visibilità. È impossibile avere la stessa copertura mediatica di un grande evento internazionale, ma notiamo segnali positivi: maggiore interesse, più spazio nei giornali e nelle televisioni e più dialogo con i media. Anche la Champions League femminile e le giocatrici svizzere all’estero ricevono oggi più attenzione. Ci sono recap settimanali e approfondimenti che prima non esistevano. Questa intervista è la prova di tutto questo (sorride, ndr)».

Nelle prime nove giornate della Womens' Super League, il pubblico è aumentato del 62% rispetto allo scorso anno
Marion Daube

Quali sono invece le principali sfide in Svizzera rispetto ad altri paesi europei?

«Il punto di partenza è diverso. La Svizzera è una nazione piccola, e lo sviluppo storico del calcio femminile non è paragonabile a quello di nazioni come per esempio l’Inghilterra. Per questo non possiamo semplicemente copiare il modello del calcio maschile. È lo stesso sport, ma il contesto, le esigenze e il prodotto sono differenti. Ecco perché è stato fondamentale creare una storia autonoma per il calcio femminile all’interno della federazione. Questo sport deve avere una voce forte e un’identità specifica, anche a livello politico e istituzionale. Oggi, anche grazie all’europeo casalingo, abbiamo un’opportunità: costruire un prodotto con una propria base di tifosi e un linguaggio diverso, capace di attrarre nuove persone. Ma per farlo bisogna investire e credere nel progetto».

Restiamo ancora un attimo su Euro2025. A livello personale, qual è stata la sfida più grande durante la manifestazione?

«Il tempo a disposizione per prepararla. Tra la pianificazione della candidatura, l’organizzazione del torneo e la gestione della Nazionale non è stato semplice. La pressione inoltre era altissima. Per le giocatrici, per lo staff e per la Federazione. Durante il torneo si vive in una sorta di bolla, non ci si rende conto fino in fondo di ciò che si sta costruendo. Solo dopo, rivedendo le immagini delle fan walk a Berna e l’entusiasmo generale, abbiamo capito davvero la portata dell’evento. È stato qualcosa di straordinario, che dobbiamo ricordare come dimostrazione del fatto che anche la Svizzera può sognare in grande. Tra i momenti più emozionanti ricordo il salmo svizzero risuonato alla partita inaugurale, con le giocatrici visibilmente orgogliose, e l’atmosfera unica creata tra pubblico e squadre».

Una figura chiave dell’europeo dell’estate scorsa è stata sicuramente anche Pia Sundhage. L’allenatrice che ha fatto sognare il popolo rossocrociato e da cui l’ASF ha deciso di separarsi lo scorso inizio di novembre. Come mai avete fatto questa scelta?

«Pia era stata ingaggiata con l’obiettivo di guidare la Svizzera all’Europeo. Ha svolto un ottimo lavoro e le siamo grati per l’esperienza e la serenità che ha portato al gruppo. Dopo il torneo abbiamo però riflettuto sulla nostra strategia a lungo termine. L’obiettivo è sviluppare le giovani giocatrici e costruire continuità nel tempo. Non è stata una decisione contro la persona, ma una scelta strategica per iniziare un nuovo ciclo. Dopo un evento così carico di emozioni era importante fermarsi, riflettere con lucidità e pensare al futuro. Non volevamo fare una scelta sull’onda dell’entusiasmo».

A cosa punta ora la Nazionale?

«La qualificazione al Mondiale sarà una sfida complicata. Ci sono pochi posti disponibili e bisogna vincere quasi tutte le partite. Ma oltre al risultato immediato, per noi conta la crescita costante in vista dei prossimi europei e delle competizioni internazionali».

Prima del torneo ci aveva confidato la delusione per il fatto che il Ticino non fosse tappa dell’evento. Beh, il 5 giugno la Nazionale inaugurerà la nuova AIL Arena nelle qualificazioni al Mondiale contro Malta. Per il Ticino sarà un evento molto importante. E per voi?

«Anche per noi è un grande onore. Dimostra la crescita e il valore del calcio femminile in Svizzera. Speriamo che sia un impulso importante per lo sviluppo del movimento nel Cantone, offrendo visibilità e nuove opportunità ai club. E poi ci sarà sicuramente anche un po’ di pressione, soprattutto per la squadra e l’allenatore. Ma prevale l’entusiasmo. Ci auguriamo una grande affluenza di pubblico (sorride, ndr)».

Intuiamo dalla sua risposta che il Ticino sembrerebbe attardato rispetto ad altre regioni nella crescita del calcio femminile…

«Non parlerei di ritardo. Ogni regione ha una storia e un contesto diverso. In Ticino la vicinanza al confine italiano e la struttura dei club rendono lo sviluppo più complesso, ma questo non significa mancanza di impegno. Alcune regioni, come Zurigo o Berna, hanno più club e una base più ampia Il nostro compito come federazione è creare le condizioni per uno sviluppo sano, ma ogni territorio deve trovare la propria strada».