L'intervista

Fabio Capello: «Non potevo immaginare di arrivare così lontano»

Il tecnico, che festeggia l'80. compleanno, tra passato e presente: «Ai Mondiali simpatizzo per la Svizzera»
Fabio Capello, luganese d'adozione. @archivio CdT
Alberto Cerruti
18.06.2026 06:00

Il giro del mondo in 80 anni. Potrebbe essere questo il titolo del film sulla vita di Fabio Capello che da quando è nato, il 18 giugno 1946 a Pieris in provincia di Gorizia, non ha mai smes-so di viaggiare. E di vincere, prima come giocatore, poi come allenatore, apprezzato anche oggi nel ruolo di commentatore autorevole.

Come festeggerà?
«Penso a un bel pranzo a casa, con mia moglie Laura, i figli Edoardo e Pierfilippo, i nipoti Federico, Francesco, Maria Laura e Martina, mia cognata Valeria e suo figlio Michele. Saremo in dieci, una squadra molto affiatata».

Lei è un grande appassionato d’arte: quale quadro potrebbe rappresentare la sua vita?
«Penso a un artista contemporaneo, per cui scelgo le “Combustioni” del mio amico Alberto Burri».

Da ragazzo sperava di vincere così tanto, o è andato al di là dei suoi sogni?
«Sono cresciuto in un piccolo paese e non potevo immaginare di arrivare così lontano, anche se non ho mai dimenticato quella parola di mio papà Guerrino: «provaci». Ecco, io di volta in volta ci ho sempre provato e così sono passato dall’Italia alla Spagna, dall’Inghilterra alla Russia, fino alla Cina».

Meglio il Capello centrocampista o allenatore?
«Come giocatore sono arrivato in Nazionale e ho quello splendido ricordo del gol a Wembley nel 1973, che ha regalato all’Italia il primo successo in Inghilterra, ma sono stato sfortunato perché mi sono rotto due menischi che hanno condizionato la mia carriera azzurra. Come allenatore, dopo l’inizio al settore giovanile del Milan, sono rimasto fermo quattro anni durante i quali, su proposta di Berlusconi, ho diretto la polisportiva Mediolanum. Poi, grazie a lui, sono tornato in panchina e mi sono tolto più soddisfazioni che da giocatore, a cominciare dal 4-0 nella finale di Champions del 1994 contro il Barcellona, subito dopo aver vinto il terzo scudetto consecutivo con il Milan».

Le è rimasto qualche rimpianto?
«Un paio, legati alla Nazionale. Il primo per il Mondiale del 1974 quando avevamo una bella squadra, ma siamo usciti subito; il secondo quattro anni dopo, quando stavo bene ma non sono stato convocato per l’Argentina».

Nessun rimpianto, invece, per non essere diventato c.t. dell’Italia, visto che ha guidato l’Inghilterra e la Russia?
«No, perché quando il presidente Tavecchio me lo propose nel 2016, in occasione della partita Italia-Spagna a Udine, fui io a rifiutare. Avevo altre idee, per cui non mi sono mai pentito».

Qual è stato il compagno più forte con cui ha giocato?
«Rivera. Era a fine carriera ma disegnava ancora calcio e con lui, nel 1979, abbiamo vinto lo scudetto della stella».

E il giocatore più forte che ha allenato?
«Ronaldo il fenomeno. Ho ancora negli occhi lo spettacolo che diede in un’amichevole per beneficenza».

Quale allenatore ricorda con più piacere?
«Helenio Herrera che ho avuto alla Roma, ma non posso dimenticare G.B. Fabbri che mi ha lanciato nella Spal e il grandissimo Liedholm con cui ho chiuso la carriera».

Come mai, dopo aver girato il mondo, ha deciso di vivere in Ticino?
«Un giorno, prima di Pasqua, il mio amico Gianni Caverzasio ci invitò a Lugano e ci fece vedere dove intendeva costruire nuovi appartamenti. Gli dissi subito: «Appena finisci, compro qui». Nel 2004 io e mia moglie ci siamo trasferiti da Torino e da ventidue anni Lugano è casa nostra. Ogni mattina, quando apro la finestra e guardo quel meraviglioso lago, mi dico che non c’è niente di meglio per incominciare la giornata».

Da cittadino italo-svizzero, che cosa apprezza di questo Paese?
«La sicurezza, la pulizia, l’ordine, tutte cose che in Italia mancano anche se è così vicina. E poi ci sono posti splendidi, come l’Engadina, bella d’estate e d’inverno, con paesini da favola come Surlej, Silvaplana, Sils Maria».

A proposito di Svizzera, il giorno del suo compleanno al Mondiale si sarebbe potuta disputare Svizzera-Italia…
«E sarebbe stato un bel regalo. Meglio non pensarci, perché la mancata qualificazione dell’Italia è un trauma che non riesco a superare. Preferisco parlare della Svizzera e mandare i miei complimenti a tutti, perché la Svizzera non è più una sorpresa ma una realtà e farà bene in questo Mondiale, anche se non ha vinto all’esordio contro il Qatar».

Senza l’Italia, per chi tifa ai Mondiali?
«A parte la simpatia per la Svizzera che seguo con un occhio particolare, tifo per i pochi italiani presenti: Montella c.t. della Turchia, Cannavaro c.t. dell’Uzbekistan e naturalmente Carletto Ancelotti, anche se il suo Brasile avrà vita dura, come si è visto contro il Marocco. Spagna e Francia hanno qualcosa in più, in attesa di capire il reale valore di Argentina e Inghilterra».

Chi vorrebbe come c.t. dell’Italia?
«Non penso a uno straniero, Mancini ha mollato la barca a metà strada e quindi dico Conte, che ha il vantaggio di conoscere già quel ruolo».

E nel Milan, lei che ha vinto più scudetti di tutti (4) in panchina, chi vorrebbe come allenatore?
«Mi limito a dire che la situazione del Milan è oltre ogni immaginazione. Visto che i dirigenti sono tutti stranieri, mi chiedo se compreranno i giocatori per corrispondenza».

Per chiudere, a chi si sente di dire “grazie” per aver raggiunto questo traguardo?
«In primo luogo a Laura, conosciuta 62 anni fa e mia moglie da 57. A livello professionale dico grazie a Berlusconi, che ha creduto in me, e a tutte le persone che hanno lavorato nel mio staff. Senza far torto agli altri cito Italo Galbiati, al mio fianco per quasi trent’anni, che mi manca tantissimo e sarebbe l’undicesimo ideale per completare la mia squadra in famiglia».

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