Como me gusta la Serie A

Fabregas al Bar Milton quando il re è nudo

La teoria del Panzeta sulla capacità del Como di smascherare le debolezze del «vecchio calcio» anche alla luce della strepitosa vittoria giovedì in Champions League
©ANTONIO SAIA
12.09.2026 17:28

Il sabato mattina, il Bar Milton non sembra mai il solito Bar Milton. Si trasforma in un altro tipo di bar, con le pensionate che si fermano a bere un cappuccino di ritorno dal mercato e i turisti che, evidentemente, disorientati dal viavai collettivo, sbagliano destinazione. Se ne accorgono quando, dopo aver chiesto una spremuta d’arance, si ritrovano a bere un’aranciata San Pellegrino («Abbiamo solo questa», è la frase cult della Robertina). I clienti abituali lo sanno che il sabato va così e, sotto sotto, apprezzano, anche perché gli occasionali non rappresentano una reale concorrenza nella corsa alla sola copia della Gazzetta dello Sport presente nel bar.

Il Fusi l’agguanta. «Vuole leggere del Como, eh», gli dice una sciura sugli ottant’anni seduta al tavolo vicino. «Eh sì, ha visto la partita giovedì?», le risponde lui sornione. «Certo che l’ho vista. A me quel Fabregas lì piace da matti. Mi ricorda il mio povero Edoardo». «Era un bell’uomo?». E lei: «Ma va. Era brutto che non se lo può nemmeno immaginare. Ma anche lui l’US Itala me la faceva giocare con quattro uomini davanti e con quell’intensità lì. Era tutto un movimento. E le altre squadre non ci capivano mai niente». Il Fusi sorride, non si aspettava una risposta così. Lei prosegue: «Ma lo sa Lei come lo aveva chiamato una volta il Corriere di Como? Il castigamatt di Lurate Caccivio. In panchina si trasformava. A casa era tutto lui e il suo divano e il suo Forum alla tv. Ma in panchina…». «Si trasformava». «Eh già. Io mi innamorai di lui in occasione di un derby contro il Bulgaro. Ero capitata lì per caso, accompagnando mia sorella. Lei mi ci aveva costretta: si era presa una cotta per un arbitro, che quel giorno tra l’altro, a fine partita, venne rincorso dai tifosi di Bulgaro Grasso fino a casa, a Villa Guardia. Lei, tutta preoccupata, non lo ha più cercato. Anche perché ad arbitrare era proprio un disastro. Io notai subito quell’uomo così vigoroso sulla panchina dell’Itala. Brutto né, ma vigoroso. Siamo stati sposati per cinquant’anni».

«Sciura, chi le è piaciuto di più giovedì?», le fa il Panzeta appena uscito dal bagno, non senza una certa arroganza. Lei: «A me mi piace quel centrattacco. Il Doukivas». «Douvikas? Bella bestia. Ma Diao è ancora di più una bella bestia. Quando sta bene è devastante», risponde lui. Che poi si gira dando le spalle alla signora e ci fa: «Simpatica vecchietta. Ma devo proprio dirvi una cosa che ho capito giovedì sera. Ero in viaggio e non ho potuto passare prima. Mi scuso». «Ma eri in viaggio dove?», gli chiede il Conte Giuliani, scettico. «Lascia stare. Non posso dirtelo. Missione top secret per conto del club». Silenzio classico, studiatissimo. «O meglio, per conto degli indonesiani. Per questo non posso risponderti. Sappi, sappiate anzi, che stiamo lavorando a qualcosa di bello per voi». Il Conte mi guarda. Io guardo il Fusi, che a sua volta cerca con gli occhi il Dan, dietro al bancone. Lui alza le spalle: «Boh». «Ma lasciatemi dire. Ho capito una cosa. Un’epifania eh».

In quel momento, incredibilmente, nel Bar Milton entra Cesc Fabregas. Proprio lui. Io do un colpo di gomito al Fusi, che molla lì la Gazzetta e, a sua volta, fa un cenno con il capo al Conte. L’unico che non si accorge di nulla è il Panzeta, che dà le spalle all’entrata. E prosegue: «Il re è nudo!». Noi ci guardiamo. Lui fa un’altra pausa tattica, di quelle che oggi gli arbitri a un certo punto

fischierebbero e sventolerebbero il giallo. «A chi ti riferisci?», gli chiede il Fusi. Lui resta in silenzio, riflette. Sembra Claudio Bisio quando finge di essere un attore serio di teatro. Una roba così. Sembra macerarsi, nella sua riflessione. «Sì, il re è nudo. Vi starete chiedendo a chi io mi riferisca. Ebbene…». «Al Re Carlo?», gli chiede l’anziana di prima. Lui, senza girarsi, impassibile: «Vi starete chiedendo chi sia il re. Ve lo dico subito: non c’è un re, non un solo re. Ce ne sono diversi. C’è un sistema di re. E il sistema è nudo». Fabregas intanto si siede al bancone. La Robertina non crede ai suoi occhi e allontana il Dan, come a dire «ci penso io». Lui ordina un succo di pesca. Lei gli dà un succo di pera. «Abbiamo solo questo», gli dice. Lui si siede e, sorseggiando il succo di pera, sembra ascoltare il discorso del Panzeta.

«Il Como ha preso il re e gli ha detto: re, guarda un po’ qua come si fanno le cose. Si fanno studiando, studiando e inventando. Si fanno studiando, inventando e lavorando. Non c’è nulla di acquisito. Il sistema dava tutto per scontato. Un calcio fatto di idee vecchie, trite e ritrite, una compravendita di figurine. Io ti do questa figurina, tu mi dai quelle due lì. Senza una coerenza, senza avere un reale progetto, una strategia, una tattica. Non parlo di campo, non soltanto. Ma il Como sta dimostrando come si fa il calcio oggi. E non fraintendetemi, lo fa anche in campo. Ma lo fa soprattutto fuori. Ma perché nessun altro ha pensato di acquistare Ramon? Ma qualcuno conosceva Milla prima che lo prendesse il Como per una manciata di milioni appena? E avete visto Da Cunha? Lasciate stare il gol sbagliato, ma lo avete visto? Pensate che qualcuno, in Italia, lo conoscesse Da Cunha? Lo stesso Douvikas. Ma che giocatore è diventato Douvikas? Signora, Douvikas, sì».

Fabregas si alza, si avvicina al Fusi, gli chiede con un un gesto veloce la Gazzetta. Lui gli va incontro e gliela porge con un gran sorriso. Il Panzeta beve un sorso del suo cappuccino, dà un morso al cornetto. E riparte: «C'è una diffusa mancanza di comprensione in questo sport di ciò che realmente conta. Questo porta le persone a capo delle squadre della Serie A a valutare male i giocatori e a gestire male la squadra. Nel calcio italiano, ma non solo, esiste un modo di pensare medievale in cui tutti pongono domande sbagliate». Il Conte Giuliani, che è un fan del baseball e conosce tutti i film sul baseball a memoria, non ce la fa più. «Panzeta, questo è Moneyball». Lui finge di non essere stato scoperto: «Bravo, è tutta una questione di soldi, che entrano ed escono e ognuno si fa i propri affari privati alla faccia dei tifosi». «No ma dico, era una citazione di Moneyball la tua, dai», insiste il Conte. Il Panzeta ci guarda come a interrogarci: «Ma voi lo capite? Comunque dicevo: la mancanza di comprensione ormai è diffusissima. Le società del vecchio calcio non si sono ancora rese conto di essere rimaste nude. E questo grazie al Como, a quello che fa, a come studia e a come lavora. Qualcuno imparerà la sua lezione? O si continueranno a ripetere certi errori?».

Mister Fabregas intanto chiude la Gazzetta, lascia cinque euro sul bancone e saluta la Robertina. Prima di uscire dalla tenda a perline, butta lì uno sguardo a noi vecchie glorie del bar e ci sorride complice. E se ne va. Il Fusi a quel punto salta su: «Ma vi rendete conto? Fabregas al Bar Milton!». La Robertina ancora non si è ripresa e sventola l’asciugamani vicino al viso, come a volersi ridestare. Il Conte, sempre attento all’etichetta: «Hai notato con quanta grazia ti ha chiesto la Gazzetta? Che signore!». Il Panzeta si aspettava che commentassimo le sue riflessioni, ma si ritrova di colpo superato dai fatti. Lui non ha visto Fabregas, non si è accorto di nulla. «Dov’era Cesc? In che senso ti ha chiesto la Gazzetta? Cesc? Quando?». Il Fusi gli spiega tutta la situazione, e poi ne approfitta, perfido: «È strano non ti abbia salutato. Non eravate mica stati compagni di corso a Coverciano?». Il Panzeta alza le spalle: «Sì, ma il mio voto di diploma è stato più alto.

Probabilmente se l’è legata al dito. Ma io lo stimo sempre moltissimo. È anche grazie a lui se oggi sappiamo che il re è nudo».

La pensionata si alza dalla sua sedia e, lasciando il tavolo, sottolinea: «È proprio come il mio povero Edoardo. Ma bello». Ed esce dal bar.

Nota: i personaggi e i fatti di questi racconti sono frutto di fantasia, anche quando i personaggi sono reali