Franco Baresi, l'immensità che diventa regola

Franco Baresi si è spento oggi, venerdì 31 luglio 2026, all'età di 66 anni. Per ricordarlo, vi proponiamo l'intervista che il "Piscinin" concesse al Corriere del Ticino il 27 maggio del 2010, ospite dell'American School a Montagnola.
Sei scudetti, quattro Supercoppe italiane, tre Coppe Campioni, tre Supercoppe europee, due Coppe Intercontinentali e – nonostante in Spagna nel 1982 non giocò nemmeno un minuto – anche un Mondiale. Di fronte a un simile palmarès, il giornalista e tifoso rossonero Carlo Pellegatti sentenziò: Franco Baresi è l'immensità che diventa regola. Un predestinato, il «Piscinin» esordì in prima squadra a soli 17 anni, il 23 aprile del 1978. Tempi cupi per l'Italia, attraversata dalle violenze di piazza, dalla lotta armata e dal terrorismo di matrice politica. Tempi cupi – con i dovuti paragoni, s'intende – anche per i rossoneri, a secco di vittorie in campionato da quasi un decennio.
Milanista nel sangue, Baresi non lasciò mai il club di Via Turati. Neppure quando la giustizia sportiva prima e la legge del campo poi costrinsero la squadra a disputare due stagioni in Serie B. Un attaccamento alla maglia ripagato da mille e passa successi. Personali e di squadra. Un cammino che «Kaiser Franz» ha voluto ripercorrere nella splendida cornice dell'American School di Montagnola, sede della conferenza stampa di presentazione del Milan Junior Summer Camp. «Ho molti ricordi, quasi tutti belli» esordisce Baresi, 50 anni appena compiuti e una forma fisica invidiabile. «Se devo sceglierne uno dico la prima Coppa Campioni che ho vinto. Il Milan non saliva sul tetto d'Europa da vent'anni, per me fu una gioia immensa riportarlo lì».
Fra le cadute lei spesso ricorda la finale persa contro il Marsiglia. Quasi mai il Mondiale perso dagli undici metri contro il Brasile. Come mai?
«Tutte le finali che ho perso sono momenti amarissimi. Ma fanno parte della carriera di un calciatore, ci stanno. Il Milan è la mia seconda famiglia da 36 anni. Ho dato tanto a questa società ma ho anche preso il meglio».
Il segreto del vostro gruppo qual era?
«La dirigenza in primis, poi i giocatori e l'organizzazione. Senza dimenticare gli allenatori. La differenza rispetto alle altre squadre consisteva negli obiettivi. I nostri erano diversi. Inoltre avevamo tutti un fortissimo senso di appartenenza. C'era l'ambiente giusto per vincere ma soprattutto per ripetersi».
Gli avversari al suo cospetto scomparivano. Eppure ne ricorderà qualcuno di particolarmente ostico, no?
«In realtà ho incontrato tantissimi fuoriclasse, ho giocato in un'epoca di grandi personaggi. Penso a Maradona, Platini, Baggio e Mancini, solo per citarne alcuni».
Torniamo indietro di qualche domanda: sicuro di non avere rimpianti? Nemmeno per quel maledetto rigore sotto il sole della California?
«Sinceramente di rimpianti non ne ho. Gli errori si fanno, preferisco tenermi i momenti belli. Sono più le volte che ho gioito di quelle che ho sofferto. Eppoi se ripenso a quella finale, rigore a parte posso dire di aver disputato la mia miglior partita in Nazionale».
Chi è, sempre che ce ne sia uno, l'erede di Franco Baresi?
«I paragoni sono sempre difficili. Sia con me sia con Paolo Maldini. Credo che in Italia ci siano ancora ottimi difensori, la scuola non è peggiorata come sostengono alcuni esperti».
Ma il calcio di oggi le piace?
«Ci sono interessi economici maggiori, per cui uno club deve sapersi adattare e spendere bene. Lo spettacolo non manca: penso a giocatori come Messi o Cristiano Ronaldo».
E questo Milan, non le sembra un po' in ribasso rispetto alla grandeur del passato?
«Sono convinto che il Milan tornerà ad essere competitivo. La società si muoverà bene e farà gli investimenti giusti».
La Champions League dei cugini brucia però, vero?
«Io dico di no. Dobbiamo rispettare la vittoria dell'Inter. È giusto che anche l'altra metà di Milano viva le nostre stesse gioie. Negli ultimi vent'anni c'eravamo solo noi in Europa, ora sanno cosa vuol dire alzare quella Coppa. Da parte mia non posso che complimentarmi».
Lei sembra quasi di parte. Non sarà per via di suo fratello Beppe, il vice di José Mourinho...
«Con mio fratello in campo c'è sempre stata una sana rivalità sportiva. Io ero capitano del Milan, lui dell'Inter. Sicuramente questa Champions League Beppe l'ha vissuta diversamente, anche perché da giocatore non l'ha mai vinta».
Cambiamo discorso: fra poche settimane scatteranno i Mondiali. Il pronostico di Franco Baresi?
«Vedo molto bene il Brasile, la Spagna, l'Inghilterra e l'Argentina. Tutte e quattro dispongono di un parco giocatori importante. L'Italia partirà con il ruolo di outsider. Siamo i campioni del mondo in carica, possiamo fare bene».
Gli azzurri tuttavia sembrano avere un problema di fondo non indifferente: il club più forte attualmente è quello che fa giocare meno italiani in assoluto. Alla lunga la Nazionale si indebolirà, no?
«È la legge del mercato. Attualmente si punta di più sullo straniero, ma va a periodi. A volte il giocatore italiano è più difficile da trovare, c'è meno scelta. Moratti ha intrapreso questa strada e i risultati gli stanno dando ragione, non è compito suo salvaguardare il patrimonio azzurro. Certo, personalmente preferirei che nell'Inter giocassero più italiani».
Un problema che in Svizzera non si pone. Come giudica il nostro calcio?
«In crescita, soprattutto in termini di Nazionale. La Svizzera è una squadra ostica, difficile da affrontare e soprattutto da battere. A livello di club siete meno attrezzati, ma la squadra che parteciperà ai Mondiali è ben organizzata e dispone di un grande allenatore come Ottmar Hitzfeld. Può fare una bella figura».
Sicuro?
«Certo. Mi ricordo che la Svizzera nel 1994 ci fece soffrire tantissimo nelle qualificazioni. Erano tutti tosti, concentrati sull'obiettivo».
In conclusione, torniamo al Milan: per il dopo Leonardo nessuno ha fatto il nome di Franco Baresi. A lei un giorno piacerebbe allenare il Diavolo?
«Mai dire mai nella vita».
