La storia

Fulvio Sulmoni e il coraggio di togliere la maschera

L’ex difensore del Lugano si racconta in un libro di fresca pubblicazione: «Soffrire in questo mondo è visto come un segno di debolezza, ma non è così» afferma il diretto interessato
Fulvio Sulmoni, 34 anni, in posa con il suo libro.
Marcello Pelizzari
23.09.2020 06:00

«Ho avuto una carriera mediocre». Inizia così Piacere di averti conosciuto, libro di (e con, verrebbe da dire) Fulvio Sulmoni edito da Vignalunga. Pagine e pagine in cui l’ex calciatore si mette a nudo. Elencando problemi, sofferenze, ansie e paure. E tirando le orecchie ad un mondo, quello del calcio, spesso falso e mediocre.

Fulvio ci accoglie nel cuore di Canobbio, in una sala del Municipio. Sorride, ringrazia con educazione i presenti. Quindi, chiede loro di ascoltare una canzone. Alla mia età, di Tiziano Ferro. «La ascoltavo anche quando giocavo» racconta. «Mi rappresenta al 100% e, credo, rappresenta benissimo la vita di un calciatore. Fatta di tante maschere, indossate per nascondere la sofferenza. Perché soffrire, in questo mondo, è ancora visto come un segno di debolezza. Ma non è così».

Già, non è così e Fulvio, fresco di ritiro dal professionismo dopo quindici stagioni fra Ticino e Svizzera interna, ha voluto dirlo e sottolinearlo attraverso un libro. Dedicato agli amori della sua vita, la moglie Paola e la figlia Aurora. E rivolto a chi, oggi ragazzino, sogna un giorno di fare del pallone un mestiere. «È stata proprio mia moglie a spingermi verso la scrittura» afferma Sulmoni. «Mi ha permesso di buttar fuori quello che avevo dentro». Di riflettere «sul mio percorso». Anche sulla malattia, che lo aveva colpito un paio di anni fa salvo poi ripresentarsi negli ultimi mesi. «Ma Fulvio sta lottando con successo» rassicura il giornalista Giancarlo Dionisio, moderatore della presentazione. Parole al miele anche da parte del collega Stefano Ferrando («È sempre stato uno con cui andare oltre») e dello psicologo Giona Morinini («Questo è un libro prezioso»), compagni di viaggio di Sulmoni in questa iniziativa. «Se il mio messaggio arrivasse ad un solo ragazzo, mi riterrei già soddisfatto» precisa Fulvio.

«Le emozioni contano»

Piccola premessa: il volume non è una mera operazione commerciale. Anzi, il ricavato delle vendite verrà devoluto all’associazione EmoVere. «Non volevo scrivere i soliti pettegolezzi e non volevo neppure togliermi un sassolino dalla scarpa» aggiunge Fulvio, trentaquattro anni e una lunga esperienza alle spalle. «Ho riportato episodi vissuti in prima persona, chi magari è più addentro può risalire a nomi e quant’altro. Ma non è il dove a contare. A contare sono proprio le sensazioni provate. Il mio obiettivo è quello di sensibilizzare ragazzi e genitori. Il che, badate, non significa che uno non debba provare a fare il calciatore. Deve, semplicemente, prepararsi un piano B. Studiare, imparare un mestiere. Perché il calcio ti mastica e ti sputa, lasciandoti da solo sul marciapiede della vita».

Fulvio, in un certo senso, è uscito allo scoperto. Lo ha fatto dopo stagioni complicate. Stagioni per noi, all’esterno, edulcorate o comunque felici. Perché, ingenuamente, uno è portato a credere che giocare a pallone sia la cosa più bella del mondo. «Non l’ho fatto prima – rileva Sulmoni – perché può essere perfino pericoloso a livello di carriera. Ma non è scontato parlarne nemmeno dopo, una volta appese le scarpe al chiodo, perché a tanti magari piace mantenere lo status di invincibile».

«La paura di smettere»

Difensore elegante, mai banale negli interventi, costantemente in anticipo rispetto a gioco e avversari, Sulmoni si ritiene una persona timida. Lo era, sicuramente, da ragazzo. «Non volevo rispondere alla chiamata della Nazionale Under 15 perché, all’epoca, non mi andava di allenarmi con ragazzi che non fossero della mia squadra. I lati negativi del calcio, tuttavia, li ho scoperti più tardi. Con il professionismo». Eppure, Fulvio ha resistito. Giocando ad altissimi livelli, togliendosi tante soddisfazioni ad immagine dei 19 gettoni in Europa League. Parallelamente, mascherando quella sofferenza di fondo. «Io non mi ci trovavo, in quel mondo» dice, la voce rotta dall’emozione e lo sguardo di chi, davvero, ne ha passate di cotte e di crude. «D’altro canto, il calcio è lo sport che ho praticato sin da bambino sebbene i miei genitori spingessero per l’hockey: mio fratello amava pattini e bastone, mamma e papà speravano di portarci entrambi in un posto solo». E ancora: «In me, forse, c’era un po’ di paura. Quella di lasciare qualcosa che conoscevo bene per poi dirmi: e adesso? Paradossalmente, avrei voluto giocare ancora per un anno». E invece, Sulmoni ha trovato un lavoro presso BancaStato forte dei suoi studi universitari in economia.

«Ma io amo il calcio»

Sulmoni e il calcio. Il calcio e Sulmoni. Un rapporto forte, ancorché complicato. Ricco di sfumature ricordi. Alcuni felici, altri meno. «Da bambino passavo ore e ore al campetto, non mi perdevo una puntata di Holly e Benji. Io ho amato il calcio, eccome. Non i suoi lati problematici, di sicuro non il professionismo fra obiettivi, risultati da ottenere ad ogni costo, procuratori e via discorrendo. Adesso, penso anche alle prese di posizione legate al movimento Black Lives Matter, gli sportivi hanno più coraggio. Non hanno paura di mettere nero su bianco le loro emozioni. Emozioni che, ribadisco, non sono debolezze ma aspetti positivi».

Dei suoi anni in Challenge e Super League Fulvio conserva l’affetto dei tifosi («La loro passione è un esempio»). E poi? «Spero che i miei ex colleghi abbiano capito le intenzioni del mio libro» chiosa Sulmoni. «Ho ricevuto tante testimonianze da loro, sincere. Anche legate alla malattia. Non ero l’unico a soffrire e spero che, in futuro, tante maschere cadranno». Ex colleghi. Suona strano, soprattutto pensando alla narrazione felice che vorrebbe i calciatori tutti amici fra loro. «Di amici veri, nel calcio, non ne ho. Ho costruito degli ottimi rapporti con i miei compagni, questo sì». Quanto ad un suo ritorno, con altre mansioni, «Sulmo» precisa: «È troppo presto, al momento non riesco ancora a guardare una partita. Ci vorranno anni per disintossicarmi».