Calcio

«Ho scelto Lugano per vincere e insidiare mio fratello Seydou»

Intervista a Ousmane Doumbia, il 30.enne centrocampista ivoriano ingaggiato dai bianconeri per le prossime quattro stagioni - L’ex Zurigo è chiamato a non far rimpiangere i partenti Lovric e Custodio
Il classe 1992 ha firmato un contratto quadriennale con il club sottocenerino. © Keystone / Pablo Gianinazzi
Nicola Martinetti
18.06.2022 06:00

Signor Doumbia, lei ha scelto di congedarsi dallo Zurigo fresco campione svizzero, del quale era titolare inamovibile, per accettare l’offerta quadriennale giunta daLugano. Banalmente, perché?

«È una scelta che si basa su un insieme di fattori. Il più importante è sicuramente il progetto sportivo, che la dirigenza bianconera mi ha esposto nel dettaglio durante le trattative. Quello sottocenerino è un club ambizioso. A parer mio continuando sul cammino fin qui intrapreso, soprattutto in sede di mercato, questa squadra potrebbe arrivare a lottare per il titolo già a partire dal prossimo anno. E io voglio far parte di questo percorso».

Insistiamo, a Zurigo la conquista del campionato non è ambizione, bensì realtà. Con tanto di lasciapassare per la Champions League. Il passaggio a Lugano, alla luce di tutto ciò, appare come un passo indietro...

«È una possibile interpretazione, ma le cose nel calcio possono cambiare in fretta. Rimanere a Zurigo era certamente un’opzione, così come firmare per altri club, anche all’estero. Ma su determinati aspetti, con nessuno di essi è stato possibile trovare un’intesa. Inoltre, fin da subito il Lugano mi ha fatto capire quanto tenesse al mio ingaggio. Sono perciò estremamente soddisfatto della decisione presa. Quella bianconera è una realtà molto rispettata in Svizzera. I match contro i sottocenerini sono tra i più “detestati” in tutto il campionato, perché sanno renderti la vita molto difficile (ride, ndr). A immagine e somiglianza, peraltro, di Mattia Croci-Torti. Un allenatore che sa trasmettere tantissimo ai suoi giocatori. Far parte di questa realtà è davvero molto stimolante, e i miei primi giorni in Ticino sono andati a meraviglia. Sono stato accolto benissimo sia dal gruppo sia dallo staff tecnico».

Sta pian piano iniziando a conoscere una nuova realtà. La piazza bianconera, invece, cosa deve sapere sul suo conto?

«È semplice: sono un lavoratore instancabile. Per me l’attitudine è tutto, quando sono in campo – sia in allenamento sia in partita – do sempre l’anima, senza risparmiarmi. A livello tattico, invece, nasco come “numero sei”, il classico centrocampista difensivo che pensa a recuperare palla e far ripartire la manovra. Alla Serey Dié, visto che in Svizzera conoscete molto bene il mio connazionale. Ma rispetto a lui, quando il gioco e le disposizioni del tecnico me lo concedono, non disdegno delle puntate in fase offensiva. A chi mi ispiro? Per molto tempo non ho avuto un idolo ben preciso, ma negli ultimi anni ho seguito con attenzione N’Golo Kanté. Amo guardarlo giocare e in campo cerco di imitarlo, anche se evidentemente non abbiamo lo stesso livello (altra risata, ndr)».

A Lugano sarà chiamato a non far rimpiangere alcuni partenti illustri, come Sandi Lovric e Olivier Custodio. Un compito difficile...

«Personalmente ho una visione differente in merito a questo aspetto. Io sono Ousmane Doumbia e il club bianconero ha deciso di puntare su di me per le mie qualità. Poi sarà il campo a dire se la mossa è stata azzeccata o meno».

Fin qui ci ha parlato del contributo che potrà offrire sul terreno da gioco. E nello spogliatoio? Vestirà i panni del leader?

«Intendo essere una presenza positiva. Solare. Mi piace molto contribuire all’armonia del gruppo, parlando spesso anche con i giovani, pur non conoscendo bene la lingua. Al proposito ho intenzione di seguire dei corsi di italiano, che sono certo sarà più semplice da apprendere rispetto al tedesco (sorride, ndr). Scherzi a parte, il calcio dev’essere innanzitutto gioia. E io intendo alimentarla il più possibile».

Negli ultimi anni ha giocato con una regolarità impressionante, saltando pochissime partite. Qual è il suo segreto?

«Innanzitutto, tocco ferro, perché non si sa mai cosa può succedere (ride, ndr). Secondariamente, credo che sia la conseguenza di più fattori. In primis, l’impegno che metto nella cura del mio corpo: fisicamente lavoro sodo, per ridurre i rischi e farmi trovare pronto. Altrimenti si pongono le basi per gli infortuni. E poi ringrazio Dio, che ascolta le mie preghiere e mi protegge. Si può lavorare tanto, ma senza un pizzico di buona sorte e di aiuto esterno, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo».

Se mi concede l’osservazione, lei ha raggiunto una dimensione totale, completa, in maniera forse «tardiva». Alla soglia dei 30 anni e dopo tanta gavetta. Come mai non è sbocciato prima?

«È una domanda che mi hanno posto spesso durante la mia carriera: “Cosa ci fai ancora in Challenge League, ormai hai il livello per giocare in Super!”. La verità è che purtroppo, per quasi otto anni, non mi è stata concessa un’occasione. Ma non ho rimpianti, perché in quel lasso di tempo mi sono forgiato, come giocatore e come persona. Fortunatamente nel 2020 lo Zurigo mi ha teso una mano offrendomi una chance, per la quale sarò sempre grato. Era tutto ciò che chiedevo. Sono stato in grado di coglierla, e oggi mi trovo a Lugano. E ci sono arrivato da campione svizzero».

Alla luce del suo percorso, che significato ha per lei il titolo conquistato poche settimane fa?

«Ha un valore enorme, è l’apice di un cammino lungo e tortuoso. Che mi ha ripagato per gli anni di sforzi e sacrifici profusi nella lega cadetta. Per questo motivo, negli ultimi mesi, ho cercato di godermi ogni istante. Un’occasione simile, del resto, potrebbe non ripresentarsi mai più».

E poi finalmente ha potuto aggiungere anche lei un trofeo alla bacheca di famiglia...

«Esatto (ride, ndr)! Ad Abidjan, in Costa d’Avorio, io e mio fratello Seydou condividiamo un locale dove custodiamo quanto vinto in carriera. Soltanto che lui, avendo giocato da attaccante in diversi club di spessore (YB, Basilea e Sion in Svizzera, Roma, CSKA Mosca, Newcastle e Sporting Lisbona all’estero, ndr), ha rammassato trofei con più regolarità e facilità! Scherzi a parte, ha meritato tutto quanto. E per me le statistiche non sono mai state un’ossessione. D’altronde, nel mio ruolo, è difficile che lo siano. Negli anni ho comunque provato a difendermi. La promozione in Challenge League con il Servette nel 2016 e la nomina nella squadra tipo della lega cadetta nel 2019 mi hanno permesso di sbloccare il mio palmarès. Vistosamente arricchito dalla medaglia conquistata con lo Zurigo poche settimane fa. Nei prossimi quattro anni intendo ampliare ulteriormente il bottino, aiutando il Lugano a conquistare altri trofei».

Ha citato suo fratello, Seydou Doumbia. Che rapporto avete?

«È una presenza fondamentale nella mia vita. So di poter sempre contare sul suo appoggio, sui suoi consigli. E lo stesso vale per lui, da parte mia. Nel 2013, quando ho lasciato la Costa d’Avorio, sarei potuto approdare in un altro Paese. Le offerte c’erano. Ma è stato lui a consigliarmi di venire in Svizzera, perché qui con i giovani si lavora bene e con serietà. Ci sentiamo dopo ogni mio match. Se vinciamo o pareggiamo lo chiamo io. Se perdiamo si fa vivo lui, sapendo già che la giornata è andata storta (altra risata, ndr)».