I capelli di Valderrama e quelli dei giocatori della Svizzera

Dici Colombia - avversario della Svizzera negli ottavi di finale di Vancouver - e pensi a un giocatore. O, meglio, l’associazione immediata è a un tratto estetico divenuto iconico. Carlos Valderrama e i suoi folti riccioli biondi, certo. L’anarchica chioma del Pibe divenne leggenda anche grazie a USA ‘94. Alla vigilia del primo Mondiale americano, per dire, la rivista Newsweek lo candidò al ruolo di giocatore «più telegenico» della competizione. Al potere selvaggio e ispiratore di quei capelli, tuttavia, non credevano tutti. «Un marchio mi offrì 2 milioni di dollari per presentarmi alla Coppa del mondo con un nuovo look» ha svelato negli scorsi mesi proprio Valderrama, fra i più forti centrocampisti offensivi partoriti dal Sudamerica e - appunto - oggetto di culto della nazionale colombiana. Il giocatore, va da sé, rifiutò la proposta indecente. «Non è mai stata una questione di soldi, ma di identità: decido io la mia vita. Sono sempre stato così. Rimango fedele alla mia storia. È la mia storia. I miei capelli sono diventati così perché li ho lasciati crescere, contro ogni previsione».
Il «Divin codino» e Alain Sutter
Per molti osservatori, il groviglio dorato di Valderrama rappresentava una metafora del suo calcio: denso, stravagante, non convenzionale. E però perfettamente sincronizzato con i movimenti leggiadri dispensati sul terreno di gioco. 111 apparizioni con la casacca dei Cafeteros, tra cui l’ininfluente 2-0 rifilato alla Svizzera nel terzo match della fase a gironi del Mondiale 1994, Valderrama divenne pure una delle prime stelle e il primo MVP della neonata MLS. Non solo, il 18 luglio 1996 si celebrò pure il Valderrama Day, con la sfida tra Tampa Bay Mutiny - sua squadra - e Kansas City Wizards contraddistinta dalle parrucche bionde indossate da compagni, allenatori e tifosi. Valderrama, suggerivamo, ha sempre rivendicato la naturalezza dei suoi capelli, riconoscendone però l’ascendente in termini estetici e di cultura popolare. The Kid, in questo senso, trovò un particolare alleato a USA ‘94: Roberto Baggio e il suo «Divin codino». Ma, a ben guardare, pure la nazionale svizzera fece la sua parte grazie ad Alain Sutter e i suoi indimenticabili capelli lunghi.
«Mi mandano Granit e Ricci»
La libertà e la ribellione di allora si sono trasformate nella cura maniacale di oggi. A sistemare il look dei rossocrociati prima dei sedicesimi di finale contro l’Algeria è stato Nelson Ievoli Araya. «Tra giocatori e staff, ho tagliato i capelli a 15 persone» ci racconta il parrucchiere attivo al Menstudio di Bülach. Il 21.enne, è giusto precisarlo, non fa parte della spedizione elvetica. «Sono arrivato a Vancouver il 30 giugno e sono ripartito il 3 luglio». Insomma, nemmeno 24 ore dopo il successo ottenuto al BC Place. E ad accompagnarlo, va da sé, c’erano tutti gli strumenti del mestiere: forbici, rasoio, macchinetta, regolabarba e prodotti per la cura dei capelli.
Ma come ci è arrivato Nelson Ievoli Araya in Nazionale? «L’anno scorso – spiega – ho avuto l’occasione di occuparmi per la prima volta dell’acconciatura di Ricardo Rodriguez e Granit Xhaka». Insomma, i due elementi più esperti del gruppo e fra i più influenti nello spogliatoio. Non sorprende dunque che il passaparola abbia contagiato praticamente l’intera rosa. Buona parte della squadra, dicevamo, si è affidata alle mani talentuose di Nelson, affinate negli scorsi mesi all’Aspire Academy di Londra. «Sono stati tutti fantastici e non è servito prestare più o meno attenzione a uno o all’altro giocatore. Dopo tutto è il mio lavoro».

Ritualità e scaramanzia
Già. È invece lecito chiedersi che cosa, letteralmente, passi per la testa dei calciatori che a ridosso di una delle partite più importanti della propria carriera ritengono cruciale rivedere il look. Oddio, ego e narcisismo – sovente – vanno a braccetto. E quindi non c’è nulla di sconvolgente. Interpellato sul tema, Ruben Vargas non fatica ad ammetterlo: «Sappiamo di avere le telecamere di mezzo mondo puntate addosso. Ed è inevitabile volersi mostrare all’altezza anche da un punto di vista estetico e di stile. Personalmente taglio i capelli una volta a settimana e, dunque, ben venga poter fare capo a un buon parrucchiere durante il torneo». «Credo sia anche una questione di freschezza e di sensazioni: i giocatori vogliono sentirsi in ordine prima di un match» evidenzia da parte sua Nelson Ievoli. Per poi aggiungere: «Non saprei dire quando il tutto si sia trasformato in tendenza. Ritualità e scaramanzia? Sì, penso che ci sia anche un po’ di questo».
Qualora la Svizzera dovesse superare la Colombia e regalarsi i quarti di finale a Kansas City, ritrovare Nelson Ievoli Araya nell’hotel dei rossocrociati non sarebbe dunque sorprendente. «Vedremo, io sono pronto». Per la carriera in rampa di lancio del giovane parrucchiere di Bülach, d’altronde, l’opportunità è a dir poco ghiotta. Sul proprio profilo social, non a caso, Nelson non ha perso l’occasione di documentare l’esperienza al Mondiale 2026, con foto e video insieme alle star svizzere e ai rispettivi tagli. «Sono un parrucchiere appassionato, che punta a migliorarsi ogni giorno. Vediamo che cosa accadrà ora, ma riconosco la potenzialità di una simile collaborazione». Ah, tra l’altro chi paga? «Questo lo tengo per me, poiché – alla fine – provo un’enorme gratitudine per l’opportunità che mi è stata concessa: tagliare i capelli ai giocatori della Nazionale». Carlos Valderrama, citiamo, non avrebbe detto sì «nemmeno per 5 milioni».

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