Champions League

I miliardi del Golfo e i bilanci sotto accusa

Questa sera c’è City-PSG, due club che hanno fatto fortuna grazie ai soldi arabi - Dopo il verdetto sulle irregolarità finanziarie i citizens rischiano grosso, a Parigi invece sono per ora sereni
©Reuters/Adam Davy
14.10.2026 06:00

«Going down, going down». Domenica, mentre lo speaker di Anfield annunciava la formazione del Manchester City, i tifosi del Liverpool hanno accolto così gli uomini di Enzo Maresca. Era la prima partita dopo il verdetto che il 29 settembre ha riconosciuto il club colpevole di gravi illeciti finanziari. La retrocessione, evidentemente, è la pena che i Reds si augurano per i rivali, nell’attesa che venga stabilita la sanzione. Sul campo, intanto, il City continua a vincere come se nulla fosse, con il 3-0 rifilato al Liverpool che ha portato a sei i successi in altrettante partite di campionato. Bottino al quale si aggiunge il 2-0 conquistato a Oporto nell’esordio europeo. Stasera, all’Etihad, i Citizens attendono invece il Paris Saint-Germain, per il big match della seconda giornata di Champions League. Una sfida tra due squadre che, non senza controversie, hanno costruito i propri successi grazie ai miliardi arrivati dal Golfo.

I fondi e i grandi investimenti

Gli Al Nahyan di Abu Dhabi, famiglia alla quale appartiene Mansour, proprietario dei Citizens dal 2008, da una parte. Gli Al Thani, dinastia regnante del Qatar, che attraverso Qatar Sports Investments controlla il PSG dal 2011, dall’altra. Allora entrambe le squadre erano ancora lontane dall’élite europea, mentre oggi hanno tutte e due in bacheca almeno una Champions, oltre a decine di trofei nazionali. Conquiste arrivate dopo anni di spese colossali. I soldi, d’altronde, non sono mai stati un problema: dai 222 milioni investiti a Parigi per Neymar e i circa 180 per Mbappé, fino all’intera rosa costruita a Manchester per Pep Guardiola. Lo è stato però il modo in cui una parte di quel denaro è stata registrata nei bilanci. In particolare attraverso sponsorizzazioni firmate con aziende dei Paesi d’origine delle rispettive proprietà e fortemente legate alle famiglie reali. In particolare attraverso sponsorizzazioni firmate con aziende dei Paesi d’origine delle rispettive proprietà, fortemente legate alle famiglie reali. Già nel 2014 - e dunque ben prima dell’arrivo di Guardiola a Manchester e di Neymar e Mbappé sotto la Tour Eiffel - la UEFA aveva contestato a entrambi i club di aver infranto i paletti imposti dal fair play finanziario, sollevando al contempo dubbi sul valore di alcuni accordi di sponsorizzazione. In particolare quello con Etihad per il City e quello con l’ente del turismo qatariota per il PSG, che la UEFA aveva giudicato gonfiato. Le due squadre se l’erano cavata con multe milionarie e poco più.

L’inchiesta e il verdetto

Poi, nel 2018, le rivelazioni del whistleblower Rui Pinto hanno portato a galla una serie di email interne che documentavano i trucchi contabili utilizzati a Manchester per mascherare i finanziamenti provenienti da Abu Dhabi. E allora sì che, nel 2020, la UEFA arrivò a escludere il City dalle coppe europee per due stagioni, salvo poi vedersi annullare la condanna dal TAS di Losanna, che giudicò alcune violazioni prescritte e altre non sufficientemente provate. Rimase soltanto una multa da 10 milioni di euro per la mancata collaborazione del club con l’inchiesta. La Premier League ha invece portato avanti una propria indagine, sfociata nel verdetto pronunciato lo scorso 29 settembre da una commissione indipendente. Secondo i giudici sportivi, per nove stagioni, dal 2009 al 2018, alcuni sponsor del City hanno versato soltanto una parte delle somme dichiarate nei contratti e riportate nei bilanci. Il resto arrivava direttamente dalle casse della proprietà. I soldi dello sceicco, insomma, finivano nei bilanci come ricavi pubblicitari anziché come finanziamenti del proprietario, permettendo al club di aggirare i limiti di spesa. Non solo. Altri accordi consentivano di nascondere una parte dei costi legati ai compensi di giocatori e allenatori, come nel caso dell’allora tecnico Roberto Mancini. Il risultato, secondo la commissione, è un’alterazione dei conti superiore a 900 milioni di sterline, grazie alla quale il City ha potuto spendere ben oltre quanto consentito dalle regole

In Francia la storia è diversa

E mentre a Manchester, dove continuano a respingere ogni accusa e hanno già presentato ricorso, si fanno i conti con le possibili sanzioni, che potrebbero arrivare fino alla retrocessione, a Parigi la situazione è, almeno per il momento, decisamente più serena. Anche perché in Francia, a differenza dell’Inghilterra, per anni non sono esistiti limiti altrettanto rigidi alle perdite dei club e soprattutto riguardo all’origine dei ricavi: la DNCG, l’organismo incaricato di vigilare sui conti delle società francesi, si preoccupava soprattutto che queste disponessero delle risorse necessarie per sostenere le proprie spese e d evitare il fallimento. Una differenza non da poco. Restano, naturalmente, le regole della UEFA. Ma nel 2018 gli ispettori europei avevano chiuso un’indagine sui parigini ritenendo che, anche dopo aver ridimensionato il valore delle sponsorizzazioni legate al Qatar, i bilanci rientrassero nei limiti consentiti. Il successivo tentativo di riaprire il fascicolo fu bloccato dal TAS nel 2019, perché non erano stati rispettati i termini previsti. Nel 2022 arrivarono comunque una nuova multa e un piano di rientro, concluso lo scorso giugno.