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Il Bar Milton in festa: Nico Paz rimane a Como

Nuovo capitolo estivo della saga, con i soliti personaggi nel solito locale, a parlare di calcio – In questo caso, si discute del colpo dell’anno: sessanta milioni verso Madrid per il nazionale argentino
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26.06.2026 18:15

Al Bar Milton c’è Dan che boccheggia, lì sull’uscio. Da una parte la tenda fatta a perline, come si usava nelle bettole di qualche decennio fa (e ancora si usa, evidentemente, perlomeno qua), agganciata alla maniglia della porta spalancata. Dall’altra lui, appoggiato, sfatto, sudaticcio. «Caldo eh», mi esce. E lui: «Ehhh». I dialoghi vanno così, in questi tempi balordi e bollenti, in cui si passa da un record di temperature all’altro. La Robertina è dietro al bancone, si sta facendo una spuma alla spina, tutta ghiaccio. Sorride e intanto legge sul cellulare. E scrolla. «Ancora non ci credo!». «Roba da celebrare con una ciocca da zuccheri. Sai che mi prendo anche io una spuma. Me ne fai una?», le chiedo. Dall’angolo più buio del bar, mi sorprende il Fusi. «Pazzesco!», urla. E poi lo ribadisce, scandendo meglio le sillabe: «Paz-zesco!». Neanche fosse stato il titolista del Guerin Sportivo degli anni Ottanta. Sorrido. Fa troppo caldo per i calembour, ma anche per mortificare gli amici. «Pazzesco, sì». Poi lui esagera: «Paz-zesco!». «Eh già».

Sessanta milioni, da Como a Madrid, per uno dei giovani calciatori più forti al mondo. Non sembra neppure vero. «Pensate di raccontare questa storia a uno venuto direttamente dagli anni Ottanta. A Marty, coso, di Ritorno al Futuro, per dire. Uno viene buttato avanti di quarant’anni, si ritrova in questa estate matta italiana, con i titoli dei giornali che dicono che il Como ne ha comprato uno per sessanta milioni, uno del Real, uno della nazionale argentina impegnata ai Mondiali, soffiandolo all’Inter. Altro che Ronald Reagan presidente degli Stati Uniti!». Come avrete intuito, nel bar è entrato il Panzeta. È gasato. «Ma che ci fai qua, non eri mica a Panarea?», gli chiede il Fusi. «Sono rientrato non appena ho saputo da Mirwan la notizia. Ho pensato avessero bisogno di me». Nessuno crede alla telefonata di Suwarso. Lui lo sa. Ma è il solito gioco della sospensione dell’incredulità. «Ho preso il primo volo ed eccomi qua». Nessuno gli chiede che bisogno ci fosse. E nemmeno se davvero fosse a Panarea. Anche il Fusi tiene a bada la perfidia. Gli chiede solo: «Hai visto Alessia Merz a Panarea?». Ma il Panzeta non abbocca. E rilancia: «Panarea è molto cambiata, in realtà, dai tempi del film di Pipolo». E chiude le discussioni con un fumosissimo: «Oggi presenta varie anime». Impossibile rispondere a una roba così, su Panarea.

È metà pomeriggio di un venerdì di fine giugno. Fanno quaranta gradi, percepiti cinquanta. Ma chissà come, ci ritroviamo tutti al Bar Milton. Potere del calcio. E della fine dell’anno scolastico, che ha spinto mogli e figli – per chi ce li ha – al mare. Noi ce ne stiamo da soli in città, vedovi di paglia. E non ci resta che chiacchierare di calcio. Di Nico Paz. La Robertina fa: «Questa mattina, quando ho visto la prima pagina dello Stadio, mi ha preso un colpo». L’ho vista anche io, diceva così: «Paz, vendita libera: l’Inter in pole». Un brutto colpo, sì. Poi, nel pomeriggio, il ribaltone. E il Como che ha messo sul piatto tutti quei milioni, a rate, d’accordo, ma quello è, quella cifra resta. «Vi vedo belli allegri, nonostante il caldo, o’ grulli», irrompe l’Antognoni di Olgiate. «Suvvia, che se resta al Como non sarà poi questo fenomeno». Il Fusi, provocato, si alza in piedi di slancio, spostando il tavolino e le sedie davanti a lui, prima con impeto, poi – resosi conto dell’impeto eccessivo – con maggior ordine. Fatica a tenere a bada la voce, però. Poi prende la Gazzetta, ruba il pennarellone rosso della tombola da dietro il bancone e inizia: «Ventuno anni». E scrive «21». «Dodici gol». E scrive «12». «Sei assist». E scrive «6». «Precisione dei passaggi 83%». E scrive «83%». «Vado avanti?», chiede aggressivo. «Non mi impressioni, Fusi. Non sono che numeri! Il calcio è un’altra cosa. E se uno come il Mourinho lo lascia andare è perché non se ne faceva nulla. Non dirmelo se hai da dirmi che sbaglio, perché non sbaglio mica».

Dan, rientrato dall’uscio, appostatosi accanto al ventilatore, scuote la testa. Solitamente non ama intromettersi nelle discussioni dei clienti. Una volta sola lo sentii infervorarsi, se non ricordo male perché qualcuno aveva detto qualcosa di volgare su una concorrente comasca di un reality show, e lui la conosceva e garantiva che fosse una gran brava ragazza. Lì perse la testa e buttò fuori il colpevole dal bar. Ma per il calcio non si è mai scomposto. La sua massima: «Mio padre mi ha sempre detto che se hai un’attività non devi intrometterti nelle discussioni dei clienti, men che meno se di mezzo ci sono politica, religione e sport». Ma oggi sembra voler dire la sua. Appoggia rumorosamente il bicchiere sul bancone. Si rivolge alla Robertina: «Fammi una spuma, ma allungamela con il Fernet. E mettici tanto ghiaccio». Poi alza l’indice della mano destra, come a volersi prendere la scena. Si rende conto però di essere stato brusco con la Robertina, si gira e le fa: «Grazie». Poi riprende, rialza l’indice e si avvicina all’Antognoni. «Tu…». Il Panzeta sorride. Sembra una di quelle scene da saloon nei film western. «Tu…». Io stesso sorrido, nervoso. «Tu non hai mai capito nulla di calcio». Quell’altro ride sotto i baffi, ma si intuisce che per una volta ha paura, sul serio. «O’ Dan, suvvia…». «Suvvia un par di ball». E se ne torna dietro al bancone, prendendosi il suo bicchiere di Fernandito, o giù di lì, roba da argentini, da uomini veri. Con la spuma poi!

Il silenzio cala sul Bar Milton. Ognuno resta fermo nella propria posizione. Il Panzeta non ha ancora smesso di sorridere. Io osservo il flipper e mi maledico per non essermi piazzato lì, in modo da avere una distrazione tutta mia. La Robertina finge di pulire il bancone. Il Fusi è al solito spiazzato, con quella sua faccia che ha, e che nessuno gli cambierà più. E l’Antognoni, be’, per una volta è rimasto di ghiaccio. Un toscano con nulla da dire, un ossimoro. Sullo sfondo parte una canzone. I will survive di Gloria Gaynor. A quel punto entra nel bar il Conte Giuliani, e con perfetto tempismo canta a squarciagola: «At first I was afraid, I was petrified. Thinking…». Si avvicina al Dan e gli dà un finto pugnetto sul mento. «Ragazzi, un altro anno di Nico Paz! Godo!». E tutto torna come prima, tra fiumi di spuma e una gioia da calciomercato matto come non si vedeva dagli anni Ottanta. E come mai si era vista prima, a Como.

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