Calcio

Il ct dell'Iran Ghalenoei: «Siamo la squadra più oppressa del Mondiale»

Al termine dell'esordio contro la Nuova Zelanda, il selezionatore del Team Melli si sfoga: «Dovremmo recuperare e invece ci viene imposto di lasciare subito gli Stati Uniti»
Il commissario tecnico iraniano Amir Ghalenoei. ©AP
Massimo Solari
16.06.2026 12:30

Non solo le gesta in campo, per altro nel quadro di un match aperto e frizzante, e i comportamenti sulle tribune. Nel ventre, enorme, del SoFi Stadium, c’era attesa pure per le reazioni dei protagonisti a fronte di un match a suo modo storico. E, appunto, delicatissimo. «Come concordato, vi chiedo di porre domande relative solo alla partita» avverte in apertura l’addetto stampa della FIFA. Peccato che a non rispettare gli accordi sia proprio il commissario tecnico dell’Iran Ali Ghalenoei. Interpellato sulla fragilità difensiva della sua squadra, il selezionatore ritiene doverosa «una premessa». Una premessa che si trasforma in una ferma presa di posizione.

«Fatemi dapprima sottolineare un aspetto. Su questo match e l’atmosfera che lo ha avvolto. Sulle tribune c’erano tantissimi iraniani. Molti di loro possiedono visioni politiche differenti. Tutti, però, hanno sostenuto con forza ed entusiasmo i miei giocatori. Lo reputo un successo enorme per il calcio iraniano. Una pietra miliare su cui costruire il nostro Mondiale».

Ghalenoei non si ferma. Anzi, parte all’attacco. «Le condizioni a cui siamo sottoposti meritano delle osservazioni. Abbiamo appena dato tutto sul terreno di gioco, e però non ci daranno il tempo di recuperare. Siamo obbligati a lasciare subito il territorio americano, quando invece le regole recitano che dovrebbe accadere dopo aver trascorso qui la notte. E invece no. Ci impongono di tornare subito in Messico. È sconvolgente».

L’allenatore nato a Teheran è indignato. «Sembra proprio che altri facciano i piani per noi. Ci viene imposto sia di raggiungere Los Angeles a ridosso della partita, sia di lasciarla con effetto immediato. Siamo la squadra più oppressa della Coppa del Mondo. I nostri giornalisti non sono qui. I membri della Federazione non sono qui, e pure diversi collaboratori del mio staff».

Ghalenoei si ammorbidisce solo alla domanda di un collega, riferita alla presenza e al supporto di tanti messicani in California. «I messicani, la gente di Tijuana e il Governo ci hanno fatto sentire a casa. Davvero. Ci hanno dato tanta energia per affrontare le ostilità legate al debutto».

L’amministrazione Trump, in effetti, ha fatto di tutto per complicare la vita e la partecipazione al Mondiale del Team Melli. «Un altro errore della FIFA» evidenzia da parte sua l'attivista di origine iraniana Roozbeh Farahanipour. «USA e Iran rimangono pur sempre due Paesi in guerra tra loro. La FIFA, a mio avviso, avrebbe dovuto spostare tutte le partite della selezione della Repubblica islamica in Messico. Penso anche ai giocatori, chiamati a esibirsi nel Paese con cui si è in piena guerra. Queste persone subiscono e subiranno una pressione anche sul campo. Il Governo americano, per contro, ha agito nell’interesse della sicurezza nazionale. Ma è stata la FIFA a spingere gli USA a un provvedimento che non sembra dettato dal buon senso, e cioè costringere la squadra ad allenarsi a Tijuana e a rimanere sul territorio americano per il minor tempo possibile». 

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