Il soffitto di cristallo del «modello» Qatar

La Svizzera è pronta a riabbracciare il Qatar, crocevia di figuracce - ricordate il 2018 e l’1-0 subito in amichevole a Cornaredo? - e opportunità mancate: a Doha, in occasione dell’ultimo Mondiale. Al netto di fantasmi e rimpianti, il primo avversario dei rossocrociati non fa alcuna paura. Allenata dal basco Julen Lopetegui, subentrato in corsa a maggio 2025, la selezione araba è sì campione d’Asia, ma nel quadro dell’edizione casalinga di quattro anni fa non raccolse un solo punto. E la sensazione, suggerivamo, è che il trend non sarà invertito dal torneo americano.
«Il Qatar - e in modo meno accentuato l’Arabia Saudita - è vittima delle competizioni in cui si misurano i suoi giocatori. Mi riferisco al campionato nazionale e alla Champions League asiatica. In questo contesto, fatto di pochi club di qualità e dove non ci si confronta con l’élite del calcio europeo, adagiarsi è quasi inevitabile. È il limite del sistema che, poi, in una Coppa del Mondo, si tramuta in un soffitto di cristallo quasi infrangibile».
Guai a oscurare l’Emiro
Ad analizzare lo stato di salute della selezione qatariota è Raphaël Le Magoariec, ricercatore all’Università di Tours e fra i massimi esperti di geopolitica dello sport nei Paesi del Golfo arabo. «Rispetto al 2022, la nazionale ha in ogni caso conosciuto un’evoluzione» spiega al CdT lo specialista: «Quello di Doha era stato presentato come il “Mondiale degli arabi”, e di conseguenza la squadra venne strutturata attorno a un’identità fortemente araba». Il fallimento nel girone completato da Paesi Bassi, Senegal ed Ecuador ha favorito un ritorno al passato. «Si è proceduto a reinserire calciatori naturalizzati, in particolare brasiliani, come l’ala Edmilson Junior» indica Le Magoariec. «Una struttura straordinaria come l’Aspire Academy non è in grado di compensare i limiti demografici del Paese. Occorre favorire una certa complementarità puntando su giocatori di origine straniera». Lo staff tecnico, invece, è rimasto spagnolo. «E il motivo - sottolinea Le Magoariec - è semplice: evitare che ex stelle del calcio qatariota si trasformino in allenatori così popolari da oscurare l’Emiro. Meglio puntare su profili esteri, esonerabili senza il minimo scrupolo».
Lo Stadium 974 è sempre lì
Restiamo a Doha. E all’eredità dell’ultimo, controverso Mondiale. Sentite l’esperto: «Per quanto concerne gli incentivi rivolti ai giovani, affinché intraprendano una carriera sportiva, non è cambiato nulla. In assenza di una visione a lungo termine, parlerei di uno status quo permanente. Il modello di società in Qatar è persino controproducente. Detto ciò, la Coppa del Mondo ha alimentato la fierezza del Paese, permettendogli di guadagnare prestigio su scala internazionale». E il famoso stadio smontabile, il 974, teatro anche di alcuni match della Svizzera? «È sempre al suo posto, insieme agli altri, parte di un arsenale a disposizione dei reali in caso di nuovi eventi sportivi da ospitare» precisa Le Magoariec. «Lo scenario dello smantellamento del 974 ha solo contribuito allo storytelling degli organizzatori per accattivarsi i favori del pubblico».
I fragili equilibri mediorientali
E a proposito di narrazioni e messaggi da veicolare. Come si situano Qatar e Arabia Saudita nell’ambito di un Mondiale particolarmente delicato per gli equilibri del Medio Oriente? «Parliamo di selezioni che non intendono spostare la competizione sul terreno politico, se non quello di sviluppare un certo orgoglio nazionale attorno alla famiglia reale» evidenzia Le Magoariec: «L’unica nazionale che possiede un peso simbolico, va da sé, è l’Iran. Per il regime islamico, il Team Melli costituirà un emblema della resistenza e dovrà rappresentare una spina nel fianco per l’amministrazione Trump. Arabia Saudita e Qatar, invece, si muovono sulla stessa lunghezza d’onda della Giordania, sottolineando come quella in corso non sia la loro guerra. Questi Paesi necessitano un rapido ritorno alla normalità e la stabilizzazione del proprio modello economico, oggi indebolito dal conflitto».
Scelta, non senza polemiche e indignazione, per organizzare i Mondiali del 2034, l’Arabia Saudita potrebbe avvertire maggiore pressione. «Ma la legittimazione dei sauditi agli occhi della FIFA - indica Le Magoariec - è già blindata grazie alla mega-partnership con il gigante energetico Aramco. Da questo punto di vista non hanno nulla da dimostrare a Gianni Infantino, perché si tratta di una relazione di interessi di natura finanziaria. Mondiali compresi. L’edizione americana, piuttosto, fungerà da prova del nove per la credibilità del progetto sportivo della Saudi Pro League». Sono infatti trascorsi più di tre anni dall’offensiva, a suon di contratti extra-lusso, per scippare numerosi campioni al calcio europeo. Ed è interessante notare come, ai Mondiali 2026, i giocatori che militano in Arabia Saudita (47) siano numericamente superiori a quelli della MLS (44).
