La Svizzera, gli ottavi e «quella volta dell’Albania»

E Baku. E Roma. E Baku. E Roma. E il gruppo A con l’Italia. A osservarlo oggi, il sorteggio andato in scena a Nyon nel novembre del 2019 assomiglia tanto a un trappolone. Da un lato i lunghi viaggi da e per l’Azerbaigian, un po’ all’improvviso sbandierati da Vladimir Petkovic quale concausa dei mali rossocrociati. Dall’altro la precedenza nella competizione, più che un diritto – appunto – uno sgambetto. Sì, per capire se ci siamo meritati gli ottavi di finale a Euro 2020 bisogna ancora aspettare. In serata potrebbe già arrivare la schiarita tanto attesa: nel gruppo C serve che Ucraina e Austria non pareggino, mentre nel B il Belgio deve battere la Finlandia e/o la Danimarca la Russia. Per ora, ad ogni modo, la Svizzera rimane prigioniera di un limbo itinerante. Pronta a riprendersi la Città eterna – si fa per dire, considerato il tutto fuorché centrale hotel Sheraton Parco de’ Medici –, la Nazionale ha in ogni caso salutato per l’ultima volta la capitale azera. Anche sognando in grande, per Xhaka e compagni il tabellone delle sfide a eliminazione diretta non contempla un ritorno a Baku per i quarti. Baku dove dal luglio del 2020 è attivo Gianni De Biasi, commissario tecnico dell’Azerbaigian con un passato sulla panchina dell’Albania. Proprio lui, e la sua selezione, nel 2016 vissero in prima persona l’attuale dramma elvetico. Vincere all’ultima curva della fase a gironi e poi aspettare. Soffrire. Sperare.
Traditi dall’Italia
«Disputare le prime giornate di ogni turno è bruttissimo» afferma non a caso De Biasi. In Francia, cinque anni fa, fu la Svizzera a dare subito un dispiacere agli albanesi. Era l’11 giugno e Petkovic esordiva alla guida della Nazionale in un grande torneo. Nove giorni più tardi, incassata nel frattempo la seconda sconfitta dell’Europeo contro i padroni di casa, l’Albania ebbe un sussulto. Rifilando due reti alla Romania e issandosi al terzo posto del gruppo A. La differenza reti? -2. Ahia. Comunque non una condanna. Non prima di conoscere il risultato degli altri campi. «È brutto da dire, ma chi è inserito nei gironi successivi può permettersi di fare calcoli. Valutando qual è il risultato più conveniente». Già, De Biasi è ancora amareggiato per l’epilogo di quel torneo. Archiviate tutte le partite della prima fase, arrivò infatti la sentenza più severa. Niente ottavi di finale, nonostante altre tre squadre con il medesimo bottino. Fatale, va da sé, fu lo scarto fra gol fatti e gol subiti. «Che tra gli altri premiò il Portogallo, poi laureatosi campione» ricorda De Biasi. Il fatidico verdetto, per l’Albania, giunse mercoledì 22 giugno. Tre giorni dopo l’ultima partita giocata insomma. «Invero – evidenzia il nostro interlocutore – non fu tanto il Portogallo a decretare la nostra eliminazione. No, pagammo a caro prezzo la sconfitta – per certi versi clamorosa – dell’Italia contro l’Irlanda. Uno smacco, davvero».
Momenti carichi di tensione
Gestire 23 o 26 giocatori, in momenti simili, è complicato. Invece della dinamite, si maneggiano emozioni, paure, tensioni. Pure loro potenzialmente esplosive. «Rammento la grande trepidazione di quei giorni» ci dice De Biasi. «Provammo ad allenarci come sempre, ma tutto risultava più difficile. Come ct, cercavo di tenere i ragazzi sul pezzo. Di fornire loro degli appigli in un contesto fragilissimo». Sin qui le buone intenzioni. La teoria. «Poi, però, alla sera finivamo per guardare le partite alla tv. E di fronte ai risultati non sperati o a certe dinamiche – otto riserve in campo, per esempio – la voglia di spaccare gli schermi prendeva il sopravvento».
Dopo lo spavento, la progressione?
La selezione allora condotta da De Biasi, dicevamo, sbagliò in entrata contro i rossocrociati. «Ma a Lens non disputammo una brutta partita, anzi. La Svizzera andò subito in rete e a complicarci la vita fu l’espulsione di Cana prima della pausa. Delle successive occasioni create dalla mia squadra e, soprattutto, dell’incredibile errore di Gashi a tu per tu con Sommer credo che si ricordino ancora in molti». Sono trascorsi cinque anni. E una settimana fa, allo stadio olimpico di Baku, De Biasi è tornato a osservare da vicino la squadra di Vladimir Petkovic. «Ero allo stadio, sì, e contro il Galles è mancata una certa spinta nel secondo tempo. Soprattutto dopo la sostituzione tra Shaqiri e Zakaria. Nella sfida successiva con gli Azzurri, la differenza in termini di qualità e condizione fisica è invece stata abbastanza importante». Per il ct dell’Azerbaigian comunque «la Svizzera rimane una formazione interessante. Tutti i giocatori, o quasi, militano nei maggiori campionati europei. E alcune individualità sono degne di nota». Detto ciò, per il tecnico i rossocrociati «non possono ambire ai primi quattro posti di Euro 2020. Anche se superare un brutto spavento da migliore terza, potrebbe favorire una progressione dagli ottavi in poi». Sul taccuino dell’allenatore italiano, alla voce «favorite», rimangono «Belgio, Francia, Inghilterra e Italia. Con le prime due leggermente avanti. La sensazione, però, è che alla fine i transalpini rimarranno vittime del personale e innato narcisismo». Non ci resta che attendere.
