Lavanchy: «Cento partite e una famiglia, a Lugano sono maturato»

Numa Lavanchy, partiamo dal traguardo che hai appena tagliato. Sapevi, prima di scendere in campo contro lo Young Boys, che quella sarebbe stata la tua centesima partita in bianconero?
«A dire la verità sì. Normalmente non faccio caso a queste ricorrenze, ma per pura coincidenza l’argomento è emerso qualche giorno fa - prima della sfida di Basilea - parlando con Olivier Custodio. A quel punto ho dato una rapida occhiata alle statistiche e ho notato che il traguardo era imminente. Diciamo allora che me ne sono accorto giusto in tempo (ride, ndr.)! Che bello, poi, festeggiarlo così: in una serata storica, con una cornice di pubblico che - personalmente - non avevo mai visto prima a Cornaredo».
Avresti mai immaginato nel febbraio del 2019, quando hai lasciato il Grasshopper per accasarti al Lugano, di raggiungere quota cento presenze in meno di tre anni?
«Diciamo che lo speravo. Anche perché all’epoca a volermi a Cornaredo fu Fabio Celestini, con il quale mi ero già trovato bene a Losanna in passato. Le premesse erano dunque buone. Per me era giunto il momento di cambiare aria, siccome a Zurigo ero ormai escluso. Trovai nel club bianconero la soluzione ideale, tanto che l’operazione andò in porto in poco tempo. A fine stagione noi festeggiammo il terzo posto e la qualificazione all’Europa League, mentre il GC fu retrocesso. Al netto del dispiacere per le Cavallette, direi che la scelta fatta si rivelò dunque azzeccata fin da subito, confermandosi poi tale nel tempo».
In Ticino ti sei subito imposto diventando un titolare indiscusso di questa squadra, tanto che oggi è difficile immaginare un Lugano senza Lavanchy. A tal proposito, sai quante partite di campionato hai saltato dal tuo arrivo?
«So che il numero è molto basso, ma non saprei indicare una cifra precisa (altra risata, ndr.). Quante?».
Appena nove in tre anni, tra infortuni, squalifiche e turni di riposo. E solo otto volte, su novantuno incontri di Super League, non sei rimasto in campo dal primo all’ultimo minuto. Che significato hanno per te, queste statistiche?
«Hanno un grande valore, davvero. Non mi vergogno di dire che ne vado molto fiero. Soprattutto perché rappresentano il lavoro e l’impegno che quotidianamente ci metto sia per rimanere al massimo della forma, sia per curare il mio corpo così da evitare brutti infortuni. È altresì vero che giocando tanto è più facile mantenere un certo livello, mentre chi morde il freno in panchina poi fa più fatica ad esprimersi con continuità».
C’è chi si chiede se segui una dieta particolare o se, dopo gli allenamenti con la squadra, vai a correre qualche chilometro extra per essere così costante...
«Me lo dicono spesso, sì (ride, ndr.). La verità, però, è che non ci sono trucchi o metodi segreti da seguire. Tutto parte dalla testa, per me l’aspetto psicologico è molto importante. Ci sono partite dove entro correndo come un matto e già dopo un quarto d’ora, con quattro o cinque scatti nelle gambe, vado fuorigiri. In quei momenti, però, mi impongono di non arrendermi e anzi, di trovare la forza per dare ancora qualcosina in più. Sono molto resiliente».
Per riuscire a gestirsi così bene, ci vuole però anche maturità. A Lugano senti di essere cresciuto, da questo punto di vista?
«Penso proprio di sì. Ho varcato il Gottardo a 25 anni e adesso che ne ho tre in più, sento di essere all’apice della mia carriera. Ma c’è di più: in Ticino sono maturato anche come uomo. Io e la mia compagna Giulia, nel vostro cantone, abbiamo costruito la nostra famiglia. Un paio di anni fa abbiamo preso Havana, il nostro cane. E nove mesi fa siamo diventati genitori, con la nascita del nostro primogenito Emilio. La serenità derivante dalla vita privata si riflette sul campo, e viceversa».
Questa tua nuova dimensione ha spinto alcuni ad affermare che se tu giocassi per il Basilea o per lo Young Boys, saresti già nel giro della nazionale svizzera di Murat Yakin. Sei d’accordo?
«Non ne sarei così certo. È vero che quando militi in uno di quei due club, diventi un osservato speciale. Ma devi anche riuscire a replicare le stesse prestazioni in quel contesto, e questo non è affatto scontato. Inoltre ci sono altri elementi molto validi - anche in Svizzera - che giocano nel mio stesso ruolo e non vengono convocati in nazionale. La concorrenza è elevata. Ad ogni buon conto né i renani né i gialloneri si sono mai fatti avanti per acquistarmi, dunque vuol dire che qualcosa ancora mi manca».
A proposito di mercato, il tuo contratto con il Lugano scadrà al termine della stagione. Hai già parlato con la società?
«Sì, ne stiamo discutendo da circa un paio di mesi. Finché non c’è nulla di ufficiale, però, non mi voglio sbilanciare. Quel che posso dire è che a Lugano mi trovo molto bene e un rinnovo con il club bianconero mi renderebbe felice. È anche vero però che non ho mai giocato all’estero e a 28 anni le valutazioni che si fanno sono diverse rispetto a quando si è a inizio carriera. Voglio prendermi il tempo necessario per riflettere bene e fare la scelta giusta, anche per la mia famiglia».
Se dovessi restare continuerai ad essere allenato da Mattia Croci-Torti, che proprio come te da calciatore era un laterale destro. Un vantaggio perché anche lui era nei tuoi panni, oppure il contrario perché proprio per questo motivo ti «bacchetta» maggiormente?
«Avere il “Crus” al timone è un bene a prescindere, sotto ogni punto di vista. È un allenatore molto preparato, che studia meticolosamente gli avversari e conosce per filo e per segno ogni aspetto del gioco. È una risorsa per tutta la squadra, non solo per me».
Domani a Cornaredo arriva il Servette. Per voi, dopo l’exploit in Coppa Svizzera, sarà la prova della maturità...
«Vincere contro i granata - oltretutto davanti a uno stadio nuovamente gremito di tifosi - vorrebbe dire lanciare un segnale forte, dimostrando a tutti che facciamo sul serio. E poi per me, da buon vodese, affrontare i granata significa sempre disputare una sorta di derby. Le motivazioni, dunque, non mi mancheranno».
