Calcio

Le due facce della pazienza

Questa sera Paris Saint-Germain e Arsenal si giocano la coppa dalle grandi orecchie nella finale di BudapestAd affrontarsi sono club diversi, ma con un percorso per certi versi simile, in particolare per quanto concerne i tecnici Luis Enrique e Arteta
©KEYSTONE/MOHAMMED BADRA
30.05.2026 06:00

Così diverse, ma forse, in fondo, con più elementi in comune di quelli che si potrebbe pensare. Per quanto declinate in maniera e contesti differenti, le storie recenti di Paris Saint-Germain e Arsenal, le due squadre che questa sera alle 18 si contendono la Champions League nella finale di Budapest, presentano intrecci che in un certo senso le vanno ad accomunare.

A partire dai due uomini seduti in panchina, Luis Enrique e Mikel Arteta, entrambi spagnoli, entrambi ex centrocampisti. E che a cavallo fra gli anni ‘90 e l’inizio del nuovo millennio hanno condiviso una parte della loro carriera da calciatori a Barcellona. Non nello stesso spogliatoio, in senso stretto, ma calcando gli stessi terreni e muovendosi negli stessi spazi attorno al Camp Nou: il primo era già giocatore affermato dei blaugrana, il secondo muoveva i primi passi nella «Masia», alla quale si era unito a sedici anni dopo avere lasciato i Paesi Baschi. I due non si sono mai incontrati sul campo, in prima squadra, anche perché Arteta non è mai riuscito a ritagliarsi un posto. A dare il via nel 2001 alla sua carriera da professionista, fu infatti la stagione passata in prestito, ironia della sorte, proprio a Parigi, con la maglia del PSG.

Filosofie opposte

Il basco nel calcio che conta ci è però entrato definitivamente più avanti, in quell’Inghilterra che lo ha adottato da vent’anni. Prima l’Everton, poi nel 2011 l’arrivo a Londra, sponda Arsenal. Lo stesso anno in cui Luis Enrique sbarcava in un’altra importante capitale europea, Roma, per la sua prima avventura da allenatore dei «grandi». Nei tre anni precedenti aveva infatti guidato il Barça B, succedendo a Pep Guardiola, a sua volta promosso a in prima squadra, e punto di riferimento di Lucho in quel triennio. Guardiola che nel 2016 non ha invece esitato a far entrare nel suo staff al Manchester City proprio Arteta, non appena quest’ultimo avesse appeso gli scarpini al chiodo.

Due destini intrecciati, appunto, ma le cui somiglianze, in questo caso, non si riflettono in campo, nel modo di giocare delle rispettive squadre. E infatti sul terreno della Puskas Arena scenderanno in campo due filosofie di gioco opposte. Lo si sa, e se ne è parlato tanto negli ultimi tempi: propositiva e - in alcuni casi fin troppo - spregiudicata quella del PSG di Luis Enrique; attendista, attenta e ordinata quella dei Gunners di Arteta, i quali fanno della compattezza difensiva il proprio punto di forza, e che in questa Champions League hanno subito appena sei reti.

Parigini favoriti

Ciò nonostante, per molti l’esito della finalissima appare delineato, e tende a favorire l’impressionante arsenale offensivo dei parigini. Sarà che nella mente di tanti è ancora vivido il ricordo della finale di dodici mesi fa, e del 5-0 con cui l’Inter è stata strapazzata all’Allianz Arena di Monaco. Un’Inter che proprio come l’Arsenal quest’anno, era giunta all’ultimo atto sull’onda lunga di una Champions League praticamente perfetta sin dalla fase campionato, chiusa al terzo posto con una sola rete subita. A dirla tutta, i Gunners hanno fatto addirittura meglio: otto vittorie su otto, primo posto nel maxi girone, e fase ad eliminazione diretta senza alcuna sconfitta. La squadra allora guidata da Simone Inzaghi arrivava però in Germania otto giorni dopo avere chiuso mestamente il proprio campionato alle spalle del Napoli e con il serio rischio - poi puntualmente diventato realtà - di terminare la stagione con zero titoli, dopo avere a lungo cullato il sogno addirittura di un secondo triplete. L’Arsenal si presenta invece a Budapest con il morale ben più in alto e con l’entusiasmo di un titolo in Premier League festeggiato con grande euforia, dopo averlo atteso con pazienza per ventidue anni.

Il cambio di paradigma

Torniamo così a un elemento comune. E all’arte della pazienza che ha caratterizzato i percorsi di PSG e Arsenal, seppur, anche in questo caso, sviluppata in maniera differente. Per lungo tempo a Parigi ne hanno avuta ben poca. Almeno nei primi tredici anni dei quattordici di presidenza Al-Khelaifi, in cui la fretta di volersi accaparrare tutto e tutti, aveva portato all’esborso di cifre folli, ma a pochi risultati che le giustificassero. L’attesa è poi finita lo scorso anno, nella citata finale di Monaco, in cui il club parigino è finalmente riuscito ad alzare al cielo la coppa dalle grandi orecchie. Guarda caso, è successo proprio nella stagione in cui si è deciso di cambiare il paradigma, per più di un decennio fatto di grandi nomi, e non finalizzato alla costruzione strutturata e pensata di una squadra. E, certo, a mostrare la via, predicando quella pazienza mancata per tanto, troppo tempo, è stato Luis Enrique.

Sapere aspettare

La stessa pazienza, l’Arsenal l’ha concessa al suo allenatore dopo che nei primi anni i risultati stentavano ad arrivare. Arteta ha ereditato la panchina dall’esonerato Emery nel 2019, l’anno seguente la fine della lunghissima era Wenger, e nelle prime tre stagioni sono arrivati solamente due ottavi e un quinto posto. Anche quando nei successivi tre anni i Gunners hanno concluso tre volte secondi, e il soprannome di «nearly men» - o eterni secondi - si faceva sempre più insistente, dai piani alti è sempre stata confermata la fiducia nel tecnico basco. Una scelta che ha infine pagato la sera del 19 maggio, quando il pareggio del City sul campo del Bournemouth ha fatto partire i festeggiamenti al centro sportivo di Colney, dove giocatori e staff si erano riuniti a seguire l’incontro. Ma al di là del risultato di questa sera, la fiducia data al tecnico ha dato i suoi frutti anche in campo europeo. E infatti dopo la semifinale raggiunta lo scorso anno, e persa proprio contro il PSG, per i Gunners è arrivata la seconda finale della sua storia, dopo quella del 2006 contro il Barcellona. Giocata dove? Proprio al Parco dei Principi. Quella volta il risultato non sorrise all’Arsenal. Tra qualche ora scopriremo se a Budapest andrà meglio, o se, ancora una volta, il club londinese dovrà appellarsi alla pazienza.