L’infermiera che strappò Maradona agli argentini

Il popolo argentino sta vivendo e rivivendo giorni indimenticabili. Passato e presente si fondono in un prodigio bicefalo: Diego Armando Maradona e Lionel Messi. Dalla mano de Dios e il gol del secolo, a Messico ’86, al record di reti firmate nella storia dei Mondiali. In mezzo gli Stati Uniti e il trauma che segnò e non ha mai smesso di segnare i tifosi dell’Albiceleste.
Sono trascorsi esattamente 32 anni da quel giorno. Il giorno in cui el Pibe de Oro venne strappato alla sua gente e, a ben guardare, al mondo intero. Messi aveva appena compiuto 7 anni e l’Argentina, grazie a un altro miracolo, aveva recuperato in extremis il suo primo Messia. La sospensione di 15 mesi per positività alla cocaina, pronunciata nel marzo del 1991, si era tradotta in una disperata corsa contro il tempo. Diego aveva bisogno di USA ’94 e USA ’94 – con la FIFA di Havelange e Blatter in prima fila – aveva tremendamente bisogno di Maradona. Sarebbe stata la terza Coppa del Mondo del Diez, dopo le edizioni del 1986 e 1990. Sarebbe stata anche l’ultima.
«Lo aspettava la crocifissione»
La promessa rimase incompiuta. A separare un nuovo eden terrestre dall’abisso – sul fragile palcoscenico del Foxboro Stadium di Boston – furono quattro giorni. Da un lato il 4-0 rifilato alla Grecia, esordio del torneo, con l’urlo furioso di Maradona contro le telecamere – dopo aver siglato il tre a zero – destinato a riecheggiare per l’eternità. Dall’altro il secondo match del gruppo D, l’ultimo tango di Diego con la maglia dell’Argentina. Era il 25 giugno, appunto, e al triplice fischio finale una donna ancora senza nome e i suoi gesti passarono alla storia. La storia dell’infermiera col camice bianco e del presunto complotto ordito ai danni del più grande e controverso di sempre.
«La vittima – scambiata per qualcun altro – divenne l’icona dell’ultima messa di Maradona, la vittoria per 2-1 dell’Argentina sulla Nigeria, celebrata come un nuovo giubileo per Maradona, decisivo come ai tempi d’oro dell’Azteca. Diego aveva 33 anni e ad attenderlo era la crocifissione». Il dipinto di parole è di Andrés Burgo, giornalista e scrittore argentino, autore – insieme ad Alejandro Wall – de El último Maradona. Cuando a Diego le cortaron las piernas. «Il giorno più triste e devastante per il calcio argentino» spiega Burgo, raggiunto dal CdT.
«Vai da lui, finirai sui giornali»
«Mi hanno tagliato le gambe» fu la celebre frase pronunciata da Maradona dopo essere risultato positivo all’efedrina. Quanto basta, suggerivamo, per gridare alla cospirazione e fiondarsi alla ricerca del colpevole. E lei, l’infermiera che in mondovisione aveva condotto Diego ai test antidoping era il bersaglio perfetto. Il capro espiatorio necessario. «A maggior ragione poiché donna, in un contesto da sempre misogino» evidenzia Burgo. Sue Ellen Carpenter, ecco l’identità – svelata solo due anni più tardi, ai Giochi di Atlanta 1996 – dell’addetta FIFA che prese per mano Diego, sorridente e ignaro dell’imminente sentenza di condanna. Il Clarín, poco più di un anno fa, si è messo sulle sue tracce. Attiva in seno a una clinica per la fertilità di Atlanta, con tanto di riconoscimenti e conferenze sul tema, la signora Carpenter si è sottratta a qualsivoglia intervista. «Se si tratta di Maradona, la dottoressa Sue Ellen Carpenter non è la persona che state cercando. Ci dispiace non potervi aiutare. Buon pomeriggio» la risposta fornita al quotidiano argentino. Solo una volta, nell’ambito di un documentario, accennò a quanto accadde il 25 giugno 1994. Poi ha cercato in tutti i modi di rimuovere il fastidioso stigma.
«La verità è che questa persona non ha nulla a che vedere con la squalifica di Diego Armando Maradona» sottolinea Andrés Burgo, che come altri ha ricostruito la genesi dello strappo forse più doloroso presente negli annali del pallone. «Uno dei medici della nazionale argentina, Roberto Peidro, aveva estratto a sorte il nome di Maradona e del difensore Sergio Vázquez per il prelievo delle urine. Fu lui a rivolgersi all’infermiera Carpenter, allora 33.enne: “Vieni con me e poi vai a cercare Maradona, così finirai sulla prima pagina di tutti i giornali del mondo”».
Le pillole di Daniel Cerrini
I capelli biondi e il rossetto rosso di Sue Ellen, uniti a una scarsa discrezione, rimasero e rimangono in effetti scolpiti nella memoria. Si narra che una volta giunti all’antidoping, sopraffatta dall’entusiasmo, la donna gridò: «Viva Maradona, viva l’Argentina!». «Quando arrivarono nella stanza, ad ogni modo, si separarono e non si incontrarono mai più. Nell’immaginario collettivo, Carpenter sarebbe però rimasta una spia al soldo dei potenti» rammenta Burgo. In Argentina, invero, c’è ancora chi crede a questa versione, sovrapponendola alle evidenti frizioni tra la visione e le simpatie politiche di Diego – Fidel Castro in primis – e le posizioni dei vari Henry Kissinger (governo ombra del comitato organizzatore di USA ’94) e Alan Rothenberg (all’epoca presidente della Federcalcio statunitense).
Che cosa accadde, per contro, è risaputo. «Maradona commise un errore imperdonabile, fidandosi di Daniel Cerrini, un nutrizionista e culturista a cui il capitano dell’Albiceleste aveva affidato la sua dieta per giungere in una forma accettabile al Mondiale. E, da una prima impressione, non si poteva certo sostenere che non avesse funzionato: Diego aveva perso peso come per magia. Il problema? Cerrini si era formato in palestra, non in uno studio medico, e aveva preparato Maradona come un culturista, non come un calciatore. Una delle differenze risiedeva nelle sostanze consentite e, di riflesso, negli obiettivi dei controlli antidoping. E tra le decine di pillole che Cerrini aveva dato a Maradona, purtroppo, ve n’erano alcune contenenti efedrina». Quelle del medicinale Ripped Fuel.
Dallas si è ripresa il Diez
Diego Armando Maradona non poté dunque scendere in campo al Cotton Bowl di Dallas, per la terza sfida del girone contro la Bulgaria. Ma a venti miglia di distanza, nel colossale AT&T Stadium di Arlington, dove l’Argentina ha superato l’Austria e affronterà pure la Giordania, la reincarnazione del Pibe sta riuscendo a lenire la ferita del popolo argentino. «È incredibile, Maradona e Messi senza soluzione di continuità, e per di più in una città americana in grado di unire i destini di uno e dell’altro» esclama Andrés Burgo. Per poi schierarsi: «Messi non possiede il fascino drammatico che aveva Maradona. A Qatar 2022 abbiamo ammirato qualcosa di simile, ma ora è già diverso. Maradona era più un Dio in carne e ossa. Messi sembra sovrumano». Beati gli argentini.
