Little Italy senza l’Italia, ma Paolo Zampolli è sempre in agguato

«Less business for sure». Questa frase, che è altresì una piccola condanna, ci viene ripetuta ancora e ancora. Siamo a Little Italy, a San Diego Downtown, e il quesito posto in diversi locali è semplice: in un quartiere dove tutto parla di Italia, come si vive una Coppa del Mondo, l’ennesima Coppa del Mondo, senza la nazionale azzurra? «Less business for sure». Meno affari, già. Anche perché India Street è lastricata di bar e ristoranti che trasmettono il torneo sui propri schermi. A battezzare l’inizio di questa vivace porzione di città sono un arco e un’insegna, sotto le quali i passanti non smettono di scattarsi selfie. Qualche metro prima, invece, si trova il Caffè Italia di Steve Galasso, una somiglianza marcata con Kevin Bacon e, soprattutto, presidente dell’associazione che raggruppa i commercianti di Little Italy. «Sono originario di Avellino, terra da cui - negli anni Trenta - emigrarono i miei nonni e numerosi pescatori italiani in cerca di fortuna». A Steve, suggerivamo, piange il cuore a fronte del terzo Mondiale consecutivo orfano dell’Italia. «È tragico, davvero. La partecipazione degli azzurri avrebbe costituito un grande valore aggiunto per il quartiere. A maggior ragione in caso di avanzamento nella competizione, con 4-5 partite da cavalcare».
«Siamo rimasti al 2006»
Non sarà così. Niente derby. Al Sofi Stadium di Los Angeles, fra poche ore, affronteremo la Bosnia, giustiziera di Donnarumma e compagni. «Un peccato» ammette Galasso: «In molti - da qui - si sarebbero spostati per la sfida». Little Italy, invece, è ferma. Ferma a vent’anni fa, come suggerisce una targa affissa dall’altra parte della strada: «On July 9, 2006, over 12.000 fans filled with Forza Azzurri, pride and solidarity, flocked down Little Italy to watch the Italian National Soccer Team». Steve prende il telefono e ci mostra un video del quartiere traboccante di tifosi ed euforia per la finale vinta contro la Francia. «Il sindaco ci permise di sbarrare la via al traffico e, grazie a una colletta fra gli imprenditori della zona, affittammo un maxischermo da 10.000 dollari, piazzandolo proprio sotto l’insegna di Little Italy. Fu una serata straordinaria. Sì, anche per le nostre casse».
A un passo da... Donald Trump
Ora, dicevamo, ci si deve accontentare di seguire i match ai tavoli o al bancone. «Abbiamo organizzato e organizzeremo, nella piazza qui vicino, la visione pubblica di alcune partite» spiega Galasso: «La gente non manca. Ma se ci fosse stata l’Italia, beh, sarebbe stato diverso. Così come sarebbe stata diversa la spinta per i locali del posto. È un po' come quando i Padres vincono le partite importanti: la gente esce, è felice, spende più volentieri. Per un attimo ci si dimentica del prezzo della benzina». Alle abdicazioni mondiali degli azzurri, invece, si è oramai fatta l’abitudine. «Fanno semplicemente schifo» infierisce Joe Busalacchi, sangue siciliano e proprietario di diversi ristoranti a Little Italy. «A ogni partita che viene trasmessa mi piange il cuore» aggiunge un cameriere che cinque anni fa ha lasciato Salerno per abbracciare San Diego.

Lasciamo Little Italy, non la cucina italiana. E al ristorante Siamo Napoli, a North Park, l’intuizione di un collega non si traduce solo in un’ottima pizza, ma nella perfetta chiusura del cerchio. Già, perché chiacchierando con il gerente del locale, la cosiddetta teoria dei sei gradi di separazione ci conduce a un passo da… Donald Trump. «Sento Paolo Zampolli quasi tutti i giorni, è un amico» ci confida Giovanni. Sì, proprio quello Zampolli lì, il rappresentante speciale degli USA per le partnership globali che - facendo leva sulla guerra in Iran o l’ebola in Congo - si era speso in prima persona con il presidente affinché favorisse il ripescaggio dell’Italia. Non ha funzionato. Con buona pace per gli affari.
