Maracanaço: 65 anni fa la disfatta brasiliana

Il 16 luglio del 1950 avvenne la storica "débâcle" della Seleçao nella finale dei Mondiali contro l'Uruguay
Red. Online
16.07.2015 12:52

RIO DE JANEIRO - L'arbitro Reader fischia la fine dell'incontro, il verdetto è chiaro: il Brasile ha perso la partita e la Coppa del mondo, in casa. Dagli spalti all'intero paese scoppia la disperazione. Non è il vicino 8 luglio 2014, e non si sta giocando la semifinale Brasile-Germania finita per 7 a 1 in favore della "Mannschaft", partita che ancora tutti gli amanti del calcio hanno bene impressa nella mente, chi con un largo sorriso, chi con una lacrima. Per ricordare la prima memorabile e ancor più drammatica disfatta della Seleçao bisogna tornare molto più indietro, più precisamente al 16 luglio 1950, esattamente 65 anni fa.

L'organizzazione dei Mondiali di calcio del 1950 fu assegnata al Brasile, unico candidato a preparare la manifestazione calcistica per eccellenza, e nel paese sudamericano il calcio era già da diverso tempo lo sport più popolare in tutte le fasce della popolazione. I tifosi della nazionale vedevano quindi questa come l'occasione perfetta per aggiudicarsi la prima coppa del mondo. Infatti il Mondiale fino alla finale sarà un successo: la Seleçao spazza via gli affersari senza problemi e con risultati tennistici. Alla vigilia della finale le speranze erano quindi altissime e nessuno avrebbe puntato un centesimo sulla vittoria dell'Uruguay, che ha raggiunto le fasi finali con molta fortuna. Oltretutto al Brasile basta un pareggio.

Allo stadio Maracanà, a Rio de Janeiro, il 16 luglio 1950 ci sono 120'000 spettatori e aspettano tutti ansiosi di poter festeggiare la vittoria della compagine verdeoro. La partita si sblocca al 47esimo, rete di Friaça. "È fatta" gridano tutti. Si aspetta soltanto il fischio finale, ma dopo poco meno di 20 minuti Schiaffino mette la palla in rete e ristabilisce il risultato di parità. Poco male, al Brasile basta anche solo un pareggio. Non passa un quarto d'ora, e al 79esimo Ghiggia gela il Maracanà. 2 a 1 e l'Uruguay si chiude in difesa. Il risultato non cambia più e al triplice fischio nessuna esultanza, bensì un silenzio tombale: l'Uruguay è campione del mondo e il Brasile ha perso la finale in casa.

Il bilancio del dopo-partita sarà tragico per un paese che vive della cultura del calcio: decine di persone vennero colpite da infarto, e si parlò senza fonti sicure di almeno dieci morti nello stadio. Jules Rimet, presidente FIFA all'epoca, descrisse così quei tragici momenti: "Era tutto previsto, tranne il trionfo dell'Uruguay. Al termine della partita, avrei dovuto consegnare la coppa al capitano della squadra campione. Preparai il mio discorso e mi recai presso gli spogliatoi pochi minuti prima della fine della partita, ma mentre attraversavo i corridoi il tifo infernale si interruppe. All'uscita del tunnel, un silenzio desolante dominava lo stadio. Né guardia d'onore, né inno nazionale (la banda non era in possesso della partitura per l'inno uruguaiano, ndr.), né discorso, né premiazione solenne. Mi ritrovai solo, con la coppa in mano e senza sapere cosa fare. Nel tumulto finii per scoprire il capitano uruguaiano, Obdulio Varela, e quasi di nascosto gli consegnai la statuetta d'oro, stringendogli la mano, e me ne andai, senza riuscire a dirgli una sola parola di congratulazioni per la sua squadra».

Fu così che quel giorno di lutto nazionale venne ribattezzato "Maracanaço", e lasciò una macchia indelebile nella memoria della nazione storicamente più forte al mondo nel gioco del calcio.

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