Messi e un addio devastante

È tutto vero. Mettetevi, mettiamoci il cuore in pace. Lionel Messi non sarà più un giocatore del Barcellona. Il presidente del club Joan Laporta lo ha affermato più e più volte: «Inutile vendere false speranze, è finita». Niente miracoli, insomma. Non fuori dal campo, dove il rosso in bilancio – superiore al miliardo di euro e destinato persino ad aggravarsi – non ammette dribbling. Nemmeno al calciatore più forte della storia moderna e alla società che ne ha favorito la genesi. Messi era arrivato a Barcellona all’età di 12 anni. Un ragazzino, affetto da un disturbo della crescita. Ai blaugrana sono bastati un paio di allenamenti per prenderselo a cuore. E garantire a lui e alla sua famiglia la necessaria assistenza sanitaria. Nel dettaglio una terapia a base di ormoni, che ha permesso al piccolo Leo di raggiungere almeno i 169 centimetri. Due in più di Armando Maradona. «Tra le due stelle argentine c’è però una grande differenza. Spiegata molto bene da Jorge Valdano: Diego era un vulcano in continua eruzione. Messi, invece, parla solo con il pallone tra i piedi. Fuori dal campo non è nessuno». A ricordarlo è lo scrittore e giornalista Luca Caioli, autore di Messi. Il primo libro sul giocatore più forte del mondo (Dalai editore, 2011). Con lui abbiamo cercato di capire ciò che sembra incomprensibile. Un’osmosi interrotta bruscamente. Senza panacea. Già, perché fa così male? Perché milioni di appassionati sono sotto choc? «In sé la ragione è molto semplice: a separarsi dal club è il giocatore più forte del mondo. Forse della storia. Perciò questo addio è diverso da quello annunciato da altri grandi campioni». Tutto ebbe inizio il 1. maggio del 2005: «Quel giorno avviene un passaggio di consegne simbolico. A 17 anni, Messi sigla la sua prima rete nella Liga. E Ronaldinho, che era stato in grado di risollevare il Barcellona dopo anni di anonimato, esulta con Leo, prendendoselo sulle spalle. Quasi fosse suo figlio. Ecco: Messi ha poi saputo prendere dalle mani del brasiliano la bandiera del Barça e tenerla sino a questo momento». Un simbolo nasce anche così, da un gol realizzato al 91’ contro l’Albacete. «Ma - aggiunge Caioli - anche con la rete del 2007 contro il Getafe, paragonata a quella di Maradona contro l’Inghilterra ai Mondiali del 1986. O con l’imperiale stacco di testa nella finale di Champions del 2009, al cospetto dei giganti dello United Ferdinand e Vidic».
Crocevia e rapporti di forza
Messi e il Barcellona. Barcellona e Messi. Un tutt’uno. Invero, riuscito a elevarsi a livelli celesti con l’aiuto di altri fattori. Sentite Caioli: «L’argentino è diventato l’emblema di un certo tipo di calcio grazie all’avvento di Pep Guardiola sulla panchina blaugrana. Allo stesso tempo, con l’arrivo di Cristiano Ronaldo al Real Madrid - nel 2009 - si è prodotto uno dei più grandi duelli di sempre. Quello, per intenderci, che è venuto meno tra Pelè e Maradona». E a proposito di confronti e rapporti di forza. Lungo 17 stagioni mano nella mano, in che momento la riconoscenza cambia padrone? Quando, cioè, non è più il giocatore a essere grato al club che lo ha allevato, ma il club a rendere grazie al proprio Dio terreno? Appostato, al crocevia della carriera in blaugrana, c’è sempre lui: Pep Guardiola. «In molti non lo rammentano, ma nel 2008 il tecnico spagnolo fu decisivo per la partecipazione di Messi alle Olimpiadi di Pechino» osserva Caioli. «Impegnato nei preliminari di Champions, il club non voleva saperne di accontentare l’Argentina. Pep, alla fine, riuscì però a convincere la dirigenza. Messi vinse i Giochi e dalla Cina tornò con un’altra motivazione. Non a caso, da lì in avanti il Barcellona di Guardiola vinse tutto. E, automaticamente, i rapporti di forza tra Messi e la società cambiarono completamente». Da més que un club a més que un jugador.
Debiti e salari: crolla tutto
Con il passare degli anni, non a caso, il fenomeno argentino deve essere pregato per rinnovare il proprio contratto. Cosa che avviene puntualmente, rialzo dopo rialzo. E nonostante la condanna per frode fiscale - datata 2017 - generi le prime crepe tra le parti. Il paradosso? A questo giro vertici societari, giocatore e suo entourage erano allineati. E pienamente convinti di rinsaldare un legame all’apparenza indistruttibile. Eccolo l’altro grande tema. Il bubbone, che la separazione tra Messi e il Barça ha fatto deflagrare in modo definitivo. Devastante. «Siamo arrivati al punto che una società come il Barcellona non può permettersi la sua star». E una delle sue principali fonti d’entrata, aggiungiamo noi. Grazie al giocatore, il Barcellona ha infatti visto crescere il fatturato da 140 a 800 milioni di euro. «Siamo dunque di fronte alla fine di un’epoca e di un modalità di fare calcio oramai insostenibile» evidenzia Caioli. «Eccetto Manchester City e PSG, potenze geopolitiche più che club, e forse il Chelsea, nessun’altra squadra può fare ancora follie. Prendete lo stesso Real Madrid, che si è privato della bandiera Sergio Ramos. È bastato un tetto salariale a far crollare tutto». Il fair-play finanziario, già, che dopo anni di inefficienze ha trovato in Javier Tebas un alleato risoluto. «Ma i contenziosi con il presidente della Liga si trascinano da tempo» puntualizza Caioli: «Non dimentichiamoci il progetto Superlega, ancora fumante». Eppure, al netto del contratto monstre (40 anni) con il fondo CVC per parte dei diritti di immagine del campionato, a rischiare grosso è proprio la Liga. Orfana, oramai, delle sue attrazioni più potenti. «Sembra di assistere al crollo di un castello. Dal giocatore, al club, passando per il suo antagonista storico e il torneo di riferimento. Tutto si sta sgretolando. Ma ripeto: forse stiamo assistendo a un cambio di paradigma nella gestione del calcio. Un calcio che, per l’appunto, ha avuto nel caso Messi l’effetto più nocivo. Non solo si è accesa la spia rossa. No, è la sirena della polizia a lampeggiare». E ad avvisarci che, sì, è tutto vero.
«Situazione abominevole, non abbiamo margini sugli stipendi»
Dove giocherà Lionel Messi nella stagione 2021-22? La stampa francese è praticamente certa: al PSG. Uno dei pochi club al mondo a potersi permettere, a oggi, il suo salario. Trattenere l’argentino al Barcellona avrebbe invece «comportato dei rischi» per la tenuta dei conti, rischi che la società «era comunque disposta a correre», ha spiegato ieri il presidente Joan Laporta. Un monte stipendi ripido come l’Everest, aggiunto al fair-play finanziario introdotto dalla Liga, lo hanno impedito. «Dopo un audit indipendente, abbiamo realizzato nel dettaglio l’abominevole situazione ereditata» ha aggiunto il numero uno dei blaugrana, riferendosi alla precedente gestione di Josep Maria Bartomeu. Le buste paga della rosa «assorbono il 110% delle entrate». E così Messi è diventato un lusso insostenibile. «Non abbiamo margine per gli stipendi - ha mestamente ammesso Laporta, rieletto in marzo anche grazie all’impegno di trattenere l’argentino -. Conoscevamo la situazione quando siamo arrivati, ma i numeri che abbiamo visto sono anche peggiori del previsto». Ovvero perdite per quasi mezzo miliardo di euro, esattamente 487 milioni, per la stagione 2020-21. Effetti collaterali della COVID-19 che, oltre ad aver azzerato le entrate dai biglietti, ha azzoppato merchandising e sponsorizzazioni. Di più: ora c’è l’ostacolo ulteriore del monte ingaggi, sul quale la Liga è inflessibile. A nulla è servita la disponibilità di Messi a dimezzare il proprio, spalmandolo su cinque anni. Le nuove regole impegnano il Barcellona a portare il tetto salariale a meno di 200 milioni in questa stagione. Impossibile, dunque, trovare spazio per continuare la trattativa, ha spiegato ancora Laporta: «Abbiamo fatto tutto il possibile finché, giovedì, abbiamo capito che era finita. Il giocatore ha delle offerte e c’è un limite temporale perché La Liga inizia presto (venerdì 13). Messi ha bisogno di valutare altre opzioni». In primis quella del PSG.
