Mondiali 2014, Argentina-Svizzera: l'impresa a un palo dalla storia

Sì, fa ancora male. A distanza di anni, il ricordo di Argentina-Svizzera, ottavo di finale dei Mondiali 2014, disturba e tormenta. È un esercizio difficile, sportivamente parlando. Doloroso, anche. E però necessario, considerando l’attualità. Per la cronaca, all’Arena Corinthians finì nel peggiore dei modi: uno a zero firmato Di Maria, a un amen dai calci di rigore, o se preferite a un passo dalla storia, con l’appendice, crudele, di quel palo, anzi di quel maledettissimo palo centrato da Dzemaili a mezzo metro dalla porta all’ultimo respiro. Per tacere del rimpallo successivo. Sarebbe stato il gol dell’uno a uno. Già, sarebbe stato.
Quel pomeriggio, a San Paolo, la Svizzera sfiorò l’impresa. Al fischio finale, solo in mezzo alla folla, anima in pena all’interno di uno stadio che, in larga parte, stava festeggiando il passaggio del turno dell’Albiceleste, cercai e trovai rifugio in un bagno. Avevo un disperato bisogno di piangere, prima di ributtarmi nel lavoro e di preparare gli articoli che mi erano stati assegnati. In realtà, avevo il volto rigato di lacrime anche negli istanti finali della partita. In tribuna stampa. Qualcuno, vedendomi, forse avrà pensato al solito giornalista tifoso. Il collega Hansjörg Schifferli, uomo tutto d’un pezzo del Landbote, ottimo compagno di grigliate di pesce a Porto Seguro, non fece caso a me. Forse per pudore. Forse perché, intimamente, comprese il mio momento di smarrimento. Marzio Mellini della Regione, per tutti Marzio Santos a quel Mondiale, invece provò a rincuorarmi. Fu quasi felice della mia reazione. Con gli occhi, sembrava volesse suggerirmi che io, un cosiddetto secondo, avevo pieno diritto a soffrire per la Svizzera. Proprio come tutti gli altri svizzeri.
Quella sera, in un qualche modo, io e gli altri giornalisti ticinesi ci sforzammo di uscire. Destinazione Vila Madalena, il quartiere bohémien della metropoli paulista. Il mio Mondiale sarebbe continuato, fra mille peripezie e alberghi non confermati, a Rio de Janeiro e Belo Horizonte. Wow. Ma, appunto, quella sera c’era spazio solo per tanta, tantissima tristezza. E per un drink condiviso in un bar alla moda. Forse più di uno, invero. È che, lì per lì, prevaleva la netta sensazione di aver sfiorato qualcosa di grande. Di immenso, perfino. E di aver sprecato una possibilità forse unica per andare lontano, molto lontano, addirittura oltre i quarti.
Prima di quell’ottavo, nel congedarmi dal mio albergo di Porto Seguro, sede del ritiro rossocrociato per la fase a gironi, un membro dello staff, quasi in ginocchio, mi implorò: «La prego, senhor, dica alla Svizzera di eliminare l’Argentina». L’incubo che l’amato-odiato cugino potesse vincere la Coppa del Mondo nel giardino di casa spinse l’intero Brasile, il 1. luglio del 2014, a tifare Svizzera. La gufata collettiva non funzionò, anzi: l’Albiceleste arrivò fino in fondo e avrebbe pure vinto se solo avesse sfruttato meglio le chance avute all’ultimo atto.
Il giorno dopo la partita, in un albergo nel cuore di San Paolo, prima del volo di rientro per giocatori e staff tecnico, l’allora commissario tecnico Ottmar Hitzfeld tenne la sua ultima conferenza stampa da allenatore. Della Svizzera, ma non solo. Fu composto, misurato nelle parole, incredibilmente professionale considerando che, in quelle ore, un grave lutto aveva colpito la sua famiglia. Con serenità, disse che quella squadra avrebbe avuto un futuro radioso. Aveva ragione, se pensiamo ai quarti raggiunti a Euro 2021 e 2024, con alcuni giocatori – Xhaka su tutti – a fare da trait d’union fra l’exploit soltanto accarezzato in Brasile e il presente.
Di tanto in tanto, con la mente ripesco alcuni momenti di quel Mondiale. Da buon viaggiatore, una parte di me è rimasta in Brasile, un Paese dai mille contrasti ma che ti entra dentro fin nelle viscere da quanto è bello e tentacolare. A questo giro, mi sono sforzato di riguardare le immagini della partita. Di quella partita. Come per Milan contro Liverpool, finale di Champions League del 2005, non lo avevo ancora fatto. Non è stato liberatorio, anzi. Ma che onore e che privilegio, al di là del risultato, poter dire «io c’ero». Grazie, Svizzera.
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