Calcio

Perrier e un cuore fragile: «Non aveva senso giocare con il fuoco»

Il 32.enne dello Stade Losanna, vittima di un arresto cardiaco in maggio e di tre giorni di coma, ha deciso di mettere fine alla sua carriera: «È dura da accettare, ma è la scelta più saggia»
Michael Perrier, 32 anni, ha chiuso la carriera allo Stade Losanna. © Keystone/Robert Hradil
Massimo Solari
15.12.2021 13:24

Aria. La primogenita di Michael si chiama così. È nata il 1. settembre, dal matrimonio con Nadia. Di origini persiane, proprio come il nome della piccola. Aria vitale. In tutti i sensi. Il 18 maggio scorso, Perrier ne è rimasto sprovvisto per quasi 25 minuti. Sì, venticinque minuti senza ossigeno. Colpa di un malore, dovuto a una miocardite, che ha sorpreso il giocatore dello Stade Losanna mentre sfrecciava su un go-kart, durante un’uscita di squadra. «Però io non ho ricordi di quanto accaduto» ci racconta il 32.enne, ex Sion, Lugano, Chiasso e Bellinzona. «Il mio vuoto di memoria va dai due giorni prima dell’incidente a due settimane dopo». Conoscere la morte, lasciarsi tentare dal suo abbraccio, ma non rammentarsene. «Il terrore, quello vero, lo hanno provato la mia famiglia e i miei compagni» osserva Michael al proposito. Momenti spaventosi. Che Perrier, come detto, ripercorre grazie alla narrazione di altri. Lui al buio, loro disperati. Non arrendevoli, quello no. «Il più lucido, così perlomeno mi è stato raccontato, è stato Vincent Rüfli. Ha reagito bene, mettendomi in posizione laterale di sicurezza. Forse ha iniziato anche il massaggio cardiaco. Poi, dopo 5-10 minuti, è arrivata l’ambulanza. Sono rinvenuto dopo ben cinque scariche di defibrillatore. Di norma, alla terza andata a vuoto non si persevera». Si è perseverato. Grazie a Dio. «Anche se ci sono comunque voluti tre giorni di coma artificiale» prosegue il Perro: «Per chi mi stava attorno, non c’erano certezze mediche. Non era sicuro che mi sarei risvegliato. Qualora fosse successo, non erano inoltre da escludere danni permanenti. Si è proceduto a un primo tentativo di rianimazione dopo uno o due giorni. La febbre era troppo alta. Sono quindi stato riposto in coma. Fortunatamente, il terzo giorno è stato quello buono».

Non ricordo nulla. Il vuoto di memoria va dai due giorni prima dell’incidente a due settimane dopo

Due valutazioni, un monito: «Smetti»

Le parole di Perrier, è inevitabile, provocano brividi. Chi le pronuncia, tuttavia, appare molto sereno. Felice, anche. Proprio nelle scorse ore, e alla luce del decorso degli ultimi mesi, ha annunciato il proprio ritiro dal calcio. «È stato un processo lungo. Per certi versi difficile d’accettare. Perché, sì, ci ho creduto. Ho creduto di poter tornare a essere un calciatore professionista. Sino a due settimane fa e per almeno una o due stagioni.». L’avviso degli esperti ai quali si è rivolto Michael è stato diverso. «Ho voluto ricevere due pareri. La prima consultazione, svolta a fine novembre, ha confermato quanto già emerso a tre mesi dall’arresto cardiaco. Nel dettaglio, un’infiammazione a livello del pericardio, conseguente al defibrillatore che mi era stato impiantato a seguito dell’incidente. I cardiologi mi hanno vivamente sconsigliato di riprendere l’attività sportiva a pieno regime. Ho quindi chiesto una seconda valutazione a uno specialista in medicina alternativa. Ero convinto che avrebbe potuto ridarmi fiducia e speranza. Al contrario, ha accertato il quadro sfavorevole, rilevando pure una leggera aritmia. Insomma, i rischi di una recidiva non potevano essere esclusi». Una diagnosi chiara. Oltre che un monito. «È stata la svolta» ammette Perrier: «Mi sono detto che giocare con il fuoco non aveva più senso. Non con una figlia appena nata e in considerazione di concrete prospettive professionali. Tra tre mesi, al termine della pratica finale, otterrò il diploma di fisioterapista. Con lo Stade Losanna stiamo già discutendo un futuro assieme in questo ruolo: da un lato mi permetterebbe di restare con un piede nell’ambiente, dall’altro avrei modo di sdebitarmi in parte per il grande sostegno ricevuto in questi mesi. In ogni caso avrò la possibilità di compiere un passo importante in termini professionali. Sinonimo di stabilità finanziaria. E fine di un percorso calcistico che, tutto sommato, sarebbe potuto proseguire per al massimo un paio d’anni».

Michael Perrier e i festeggiamenti - nel giugno del 2015 - per la vittoria della Coppa Svizzera con il Sion. © Keystone/Dominic Steinmann
Michael Perrier e i festeggiamenti - nel giugno del 2015 - per la vittoria della Coppa Svizzera con il Sion. © Keystone/Dominic Steinmann

«Nessuno choc per Eriksen»

Il «Perro», in campo, è stato un giocatore esemplare. Mai sopra le righe, per nulla spettacolare, ma prezioso. Quasi indispensabile. Di certo non l’ultimo scelto dai compagni al momento della partitella. D’altronde, ha sempre dato tutto. Con il suo fisico asciutto e un serbatoio mai in riserva. «Forse anche per questa ragione, per la mia perseveranza innata, ho provato a non mollare un’altra volta» afferma l’oramai ex calciatore. Eppure, facciamo notare, il tremendo choc del 18 maggio avrebbe potuto scatenare pure un rigetto subitaneo. Comprensibile, per ovvi motivi. Medici e non. Perrier spiega perché non è andata così: «Il blackout che avvolge il mio incidente ha costituito una sorta di protezione a livello psicologico. Di fatto è come se non avessi vissuto alcun choc». E a proposito di traumi. Il destino, beffardo, ha voluto che il ritorno alla coscienza di Michael venisse accompagnato da un evento altrettanto sconvolgente. L’arresto cardiaco di Christian Eriksen, già. Il 12 giugno, a Copenaghen. «Un timing fuori di testa, effettivamente» conferma Perrier. «Non ho visto quelle scene in diretta. Ma quando è successo, e mi ripeto, non sono subentrate sensazioni quali la paura o un tipo di avversione negativa. A prevalere, semmai, era l’incredulità». Il centrocampista della Danimarca è tornato ad allenarsi con il pallone a inizio dicembre, nel centro sportivo dell’Odense. Improbabile, se non impossibile, rivederlo ad alti livelli. Non all’Inter, quantomeno. «Io ho ripreso a corricchiare, evitando l’alta intensità, a poco più di tre mesi dall’incidente» rileva Perrier: «Dopo cinque mesi ho quindi ripreso ad allenarmi in gruppo, per due, massimo tre volte a settimana. Ho fatto fatica, non lo nego. Dopo tutto, ero stato fermo quattro mesi. E, sì, forse anche il cuore non era più performante come prima. Detto ciò, avvertivo continui progressi. Di qui la mia propensione alla speranza».

Ora sono sereno, ma è stato difficile accettare il parere degli esperti. Credevo di potercela fare

Una Coppa Svizzera in bacheca

Le analisi approfondite dei cardiologi, tuttavia, hanno suggerito prudenza e realismo. E Michael, a sua volta, se ne è infine convinto: «È la scelta più saggia, seppur in qualche modo forzata da un elemento indesiderato». Nadia, ci fa capire il 32.enne cresciuto a Nendaz, non aspettava altro. Non solo. Il punto fissato chiude un racconto tutto fuorché banale e avaro di emozioni: 42 partite in Super League, 316 in Challenge e - ciliegina sulla torta - una Coppa Svizzera vinta nel 2015 con il club di casa, il Sion. «Naturalmente il successo con i vallesani è stato qualcosa di speciale. Di unico. Ma ricordo con grande piacere anche la promozione in Challenge League con lo Stade Losanna, come pure quelle mancate con il Lugano. E poi il Chiasso, dove ho incontrato un allenatore come Raimondo Ponte, che ha dato un’altra dimensione alla mia carriera, sia a Bellinzona, sia a Sion. Se sono maturato come giocatore, è però altresì grazie a compagni come Mattia Croci-Torti, Marco Lodigiani e Massimo Immersi: mi hanno preso sotto la loro ala, permettendomi di crescere». Dalla voce di Michael Perrier non traspare alcun tipo di turbamento. Anzi. «Sono fiero del cammino percorso. Tenuto conto delle mie qualità, credo che non avrei potuto dare e ottenere di più. Io la definisco una carriera discreta, quasi buona. Aver potuto vivere grazie al calcio, uno sport che ho amato con tutto me stesso, è comunque stato bellissimo. Per questo, non ho rimpianti». Ma una nuova vita, da affrontare con il sorriso, cercando la vittoria in altro modo. Respirando a pieni polmoni. Aria.

Michael Perrier, ai tempi del Lugano: con i bianconeri ha contabilizzato 97 presenze. ©Keystone/Peter Schneider
Michael Perrier, ai tempi del Lugano: con i bianconeri ha contabilizzato 97 presenze. ©Keystone/Peter Schneider