L’intervista

Pino Manfreda e quell’esordio in Nazionale mancato

Il doppio ex di Lugano e Sion si racconta fra passato e presente: «Uli Stielike mi voleva in rossocrociato, ma persi l’occasione»
Pino Manfreda, oggi 51 anni, in azione con la maglia del Lugano. © Keystone/Karl Mathis
Marcello Pelizzari
02.10.2020 06:00

Giuseppe Manfreda, per tutti Pino, oggi ha 51 anni, una famiglia e un lavoro come assicuratore. C’è stato un tempo, lontano ma nemmeno troppo, in cui la sua vita ruotava attorno al calcio. Al Lugano in particolare, ma anche al Sion con cui vinse un titolo, il primo per i vallesani, nel 1992.

Domanda secca per iniziare: il calcio, quel calcio, le manca o no?

«Mi manca, è chiaro. Non puoi dimenticare certe emozioni. Come non puoi dimenticare la vita di spogliatoio. Avendo una famiglia, però, le priorità sono cambiate. Inoltre sono impegnato con il mio lavoro. Oramai sono sedici anni che faccio l’assicuratore».

È stato difficile dire basta e, poi, cambiare vita?

«Certo. Giochi per vent’anni, o quasi, ma all’improvviso ti si apre un vuoto. Sul curriculum cosa scrivo? È stato difficile, duro. Quando ho trovato una strada per riqualificarmi, beh, ero felicissimo».

Rimanere nel calcio non era un’opzione?

«Avevo fatto il patentino per allenare, iniziai in Seconda ma parallelamente avevo iniziato a lavorare. E le priorità, come dicevo, erano altre. Detto ciò, va bene così».

Prima, magari, la fermavano per strada per complimentarsi dopo un gol. Adesso?

«Diciamo che adesso, anche se sono ingrassato di venti chili, non sono uno sconosciuto. Non del tutto. Qualcuno con i capelli un po’ grigi si ricorda ancora di me. Fa piacere».

Il Lugano di oggi lo segue?

«Lo seguo tramite televisione o giornali, però allo stadio non ci sono più andato a parte una volta. D’altronde, i weekend li passo in famiglia. Il sabato o la domenica posso essere più presente, visto che durante la settimana lavoro da mattina a sera e, spesso, anche dopo le sette o le otto. Mi dispiace per i bianconeri, meriterebbero di essere seguiti meglio».

Le piace la squadra di Maurizio Jacobacci? Se avesse vent’anni vorrebbe giocarci?

«È un bel Lugano, eccome. Ma i tempi sono cambiati, non è possibile fare confronti. Il mio calcio era differente. Io dico che ogni cosa ha il suo tempo. Se dovessi pensare, oggi, di giocare a questi ritmi penso mi verrebbe un infarto. Detto ciò, qualsiasi giocatore della mia epoca come tecnica potrebbe starci in una squadra così. La differenza, alla fine, la fanno e la facevano i piedi. Non tanto la capacità di correre».

Il Lugano cosa rappresenta per lei? La sua vittoria?

«In un certo senso sì, visto che io già da bambino avevo solo il calcio in testa. Sognavo, nei pulcini bianconeri, di fare il professionista un domani. Di arrivare in prima squadra. Ci riuscii a diciassette anni. E mi andò bene, perché segnai con regolarità da subito. Il calcio era il mio obiettivo e anche il mio destino».

Nato in Italia, emigrato con i suoi genitori, il pallone era anche una rivincita personale?

«Il calcio è anche una cosa di sangue, sì. Nella mia cultura di riferimento, quella italiana, il pallone è una religione. Tutti ambiscono al professionismo».

È ancora così?

«Forse io e i miei compagni di squadra avevamo più fame. Lo vedo con mio figlio anche. Lui è nato in Ticino, è tranquillo e appagato (ride, ndr)».

Andi Zeqiri, di origini kosovare, è finito al centro del dibattito: suo padre vorrebbe il Kosovo, lui ha ribadito di voler giocare per la Svizzera. Lei si sente più italiano o svizzero?

«La seconda. Sono un po’ come un figlio adottato. Per me, i genitori veri sono quelli che si prendono cura di te, che ti danno da mangiare e che vedi ogni giorno. Ed è giusto che sia così, senza nulla togliere alla mia terra d’origine, l’Italia, che sento comunque essere parte di me. È giusto riconoscere quello che la Svizzera ha fatto per me e tutti gli altri figli di stranieri. Viviamo in un Paese bello, benedetto dal Signore».

Lei esordì in prima squadra nel 1987 ma lasciò il Lugano nel 1991 per il Sion. Come mai?

«Ero giovane, segnavo, avevo offerte interessanti sul tavolo. Mi volevano cinque-sei squadre di Lega Nazionale A. Non avendo trovato un accordo con i bianconeri sul fronte economico, decisi che sarebbe stato meglio cambiare aria. Feci la cosa giusta, dal momento che a Sion vinsi il campionato. Il primo nella storia del club vallesano».

Che ricordi ha di quel titolo?

«Significò tanto per noi giocatori, proprio perché sapevamo di aver compiuto un’impresa storica. Che sarebbe durata, tant’è che il Vallese ci ricorda sempre con affetto. Io diedi il mio contributo con parecchi gol pesanti, decisivi».

Frequenta ancora qualcuno di quella rosa?

«No, li ho persi tutti di vista. Un po’ per il tempo e un po’ per le distanze».

A Sion rimase solo una stagione. Dopo aver festeggiato il titolo, se ne andò allo Xamax. Perché?

«Perché mi voleva Stielike. Che, fra l’altro, già mi voleva in Nazionale. Il Sion aspettò più e più volte per rinnovare il mio contratto, io avevo fretta. E presi la palla al balzo».

In rossocrociato non esordì mai.

«Quando Stielike era in sella, appunto, mi voleva con forza. Ma io all’epoca avevo solo la cittadinanza italiana. Feci il passaporto svizzero in fretta e furia, ma quando mi arrivò a casa il documento Stielike era stato sostituito da Hodgson. E così persi la mia occasione».

Fu difficile, così giovane, lasciare il Ticino per la Romandia?

«Per me che ero un mammone sì. Fu difficile recidere il cordone ombelicale, lo stacco fu duro. Era la prima volta che mi allontanavo da casa, dalla mia famiglia, dagli affetti. Dopo un po’ però mi adattai. Segnare, devo dire, mi aiutò parecchio. Un attaccante vive per il gol. Se segni tutti ti acclamano e tu ti senti importante».

Lei fece anche un’esperienza in Italia. Non era scontato per un giocatore della sua generazione.

«No, non lo era. Al mio arrivo, in Italia, mi dissero che della Svizzera conoscevano solo il formaggio e la cioccolata. Mi prendevano in giro, anche se mi rispettavano. Certo, non fu evidente. A quei tempi c’ero io, c’era Sesa, c’era Toni Esposito. Io feci la Serie B a Treviso e la C a Livorno. Vedo che il mondo oggi è cambiato, i giocatori vanno dappertutto».