Primi a Vancouver, con sorpresa, come Défago

Il BC Place non è solo uno stadio di calcio. È anche culla dello spirito olimpico canadese. Gli spazi interni riservati ai giornalisti, solitamente, ospitano il museo che raccoglie i cimeli delle leggende che hanno scritto la storia a cinque cerchi. In bella vista, non a caso, sono conservati gli sci con cui Didier Défago vinse la discesa libera ai Giochi di Vancouver 2010. Il vallesano, lo ricordiamo, sorprese tutti, salendo sul gradino più alto del podio quando tutti si aspettavano l’oro dell’altro Didier: Cuche.
Beh, la qualificazione della Svizzera ai sedicesimi di finale dei Mondiali 2026 ha conosciuto una trama simile. La bandierina rossocrociata, alla fine, sventola sopra tutti. Missione compiuta, sì. Eppure, a dare forma al fondamentale successo contro il Canada - sinonimo di 1. posto nel gruppo B e sfida contro una terza di nuovo a Vancouver - sono state traiettorie inaspettate. Quelle riuscite a Défago sedici anni fa. Quelle tanto care a Murat Yakin.
Un altro piccolo prodigio
Già. Il ct elvetico ha lasciato di nuovo tutti a bocca aperta. Non tanto per l’attesa - ma non scontata - titolarizzazione di Johan Manzambi, quanto per la fiducia accordata a Djibril Sow e, soprattutto, Luca Jacquez. Di mestiere difensore centrale, il giocatore dello Stoccarda è stato chiamato a contenere l’ardore canadese sulla destra. E per 45 minuti non è andata benissimo. Anzi. Sia la Svizzera, sia i padroni di casa hanno pasticciato un po’. Il principio della ripresa, però, ha regalato alla Nazionale e ai suoi tifosi l’ennesimo piccolo, grande prodigio. Pronti via, intuizione verticale proprio di Jacquez, scatto felino di Manzambi e assist per la rete di Vargas, a sua volta preferito a Ndoye. Che dire? Yakin, a suo modo, ha dimostrato di nuovo di avere mano felice e un pizzico di fortuna.
Il gol dell’esterno del Siviglia ha spaccato il match, costringendo il Canada a metterci ulteriore spavalderia. E voilà, quasi subitaneo, e con Jacquez ad accendere la miccia, si è materializzato il raddoppio di Manzambi, meno formidabile rispetto al match con la Bosnia, ma comunque fattore determinate. Il paradosso? Un minuto prima del 2-0, una palla persa dal ginevrino aveva fatto infuriare capitan Xhaka, spingendolo a fare gesti vistosi verso la panchina. Della serie: «Lo cambiano o no?».
Una distrazione indolore
Yakin, fortunatamente, non ha avuto il tempo per rifletterci. A distrarsi, per contro, è stato Manuel Akanji, la cui sottovalutazione del pericolo si è tramutata nel sussulto del neoentrato Promise David. Una promessa che, ad ogni modo, è rimasta incompiuta nell’afa opprimente del BC Place. Il forcing finale della selezione della Foglia d’Acero ci ha fatto solo tanta paura. Grazie al traguardo dei sedicesimi di finale tagliato da primi della classe, la Svizzera si è dunque offerta una settimana di preparazione nell’oasi calma di San Diego e un altro biglietto aereo per Vancouver, culla di grandi imprese rossocrociate e dove nella notte di venerdì 3 luglio s’inizierà a fare sul serio.


