PSG-Bayern, uno spettacolo che fa godere e però riesce anche a indignare

Forse, tra lo sdegno di facciata, titoli sensazionalistici e riflessioni più pertinenti, ci si è scordati di un dato. E cioè il risultato dell’ultima finale di Champions League. Paris Saint-Germain 5, Inter 0. Già. Nella partita più importante dell’anno a livello di club, e contro l’esponente del campionato più ligio al rigore tattico e difensivo, i parigini imperversarono, firmando cinque reti. Inaudito. Ebbene, è successo anche martedì sera, nella seconda partita più importante dell’anno, sotto i riflettori del Parco dei principi. La differenza? Rispetto ai nerazzurri, il Bayern Monaco non si è limitato a subire, inerme e al contempo vittima della propria strategia, ma ha voluto rispondere colpo su colpo. Con la medesima audacia e un tasso di qualità altrettanto vertiginoso.
Nove gol in novanta minuti, dunque. E un vincitore. Tale o presunto, a sentire l’allenatore del PSG Luis Enrique: «Abbiamo meritato il successo. Ma avremmo meritato anche un pareggio. E avremmo persino meritato di perdere, perché questa partita è stata incredibile». Un ragionamento all’apparenza senza logica, come senza senso - sempre all’apparenza - è parsa l’andata della prima semifinale di Champions, edizione 2025-26. E a proposito di interpretazioni. Puntuali, a margine del triplice fischio finale decretato dallo svizzero Sandro Schärer, si sono formati gli schieramenti. Da un lato gli «esteti», che descritti così sembrano già portatori di colpe e superficialità. Dall’altro, appunto, gli indignati, decisi a denunciare una forma di calcio-spettacolo che violerebbe principi assoluti, quali la supremazia dell’ordine e l’eccezionalità della rete.
Una trama inevitabile
Come spesso accade, posizioni e giudizi estremi non sono in grado di fornire una fotografia nitida, o il più oggettiva possibile, di ciò che è stato PSG-Bayern. La sfida più appassionante dell’ultimo decennio in ambito internazionale? Sì, no, forse. Di certo, e lo suggerivamo poc’anzi, il match ha messo di fronte le compagini maggiormente intrise di coraggio e talento. Valori, questi, che il duello di Parigi ha oltretutto saputo moltiplicare in termini d’intensità.
«Credo sia stata la migliore partita che abbia mai vissuto da tecnico» ha osservato ancora Luis Enrique. Okay. E le difese? E la saggezza sul 5-2? Non sono state sacrificate sull’altare dello show e, di riflesso, del tifoso-telespettatore? No, nella misura in cui è lecito riconoscere che le pedine offensive delle due squadre hanno prevalso sulle buone intenzioni di quelle difensive. Il problema, semmai, è che a rientrare nella prima categoria - rimodellando il concetto di posizione in campo - erano almeno 14 giocatori su 22. Ma per credo, non alla luce del contesto. Ligue 1, Bundesliga, Europa, non fa differenza. La trama e l’esito della partita tra PSG e Bayern, banalmente, erano inevitabili. E osiamo sostenere che la rivincita in agenda mercoledì prossimo non smentirà questa tesi. A promettere il bis, d’altronde, sono stati gli stessi protagonisti.
La ricerca ossessiva dell’offesa
Il paradosso? Sta negli stessi numeri, o meglio nelle statistiche, che hanno contribuito ad accendere il dibattito del giorno dopo. I tanto vituperati expected goals - e cioè la probabilità che si verifichi una rete a fronte della qualità delle occasioni create - si sono fermati a quota 4,4, di cui 1,6 riconducibili ai rigori poi trasformati da Kane e Dembélé: il Bayern, meritevole di 2,49 gol, ne ha realizzati 4; il Paris ha invece fatto centro 5 volte, a dispetto delle 1,9 presumibili. Insomma, le clamorose qualità tecniche dei singoli si sono sublimate nell’arte della finalizzazione. E, suggerivamo, nella ricerca perenne, quasi ossessiva, del rischio combinato all’offesa. Ma è pure interessante notare come tale atteggiamento, condiviso, non declinato allo stesso modo, si sia tradotto in ben quattro reti su palla ferma sulle nove complessive. Nessuna delle quali, per altro, macchiata da un grave errore del portiere.
Il verdetto in una finale perfetta
«Io, però, chiederei agli estremi difensori se sono contenti del risultato» ha dichiarato Clarence Seedorf. L’ex centrocampista di Real, Inter e Milan non ha nascosto il proprio scetticismo in merito a quanto offerto da PSG-Bayern Monaco. «È solo calcio da TikTok» ha rincarato Thierry Henry. Due apprezzati opinionisti tv, due stroncature. Legittime. Seedorf, inoltre, ha invitato a non sottovalutare chi continua a tenersi a distanza di sicurezza dal sole. «In questi mesi, abbiamo visto squadre come l’Arsenal inanellare così tante partite senza subire gol e, in questo modo, fare la differenza. Se c’è un club che può portare a casa il titolo, dunque, potrebbe essere proprio quella inglese». Bene. Molto bene.
Ritenuta schiava dei potenti e sempre più antidemocratica, la Champions League garantirà al pubblico - e alle sue fazioni - il verdetto più sincero, opponendo, in quel di Budapest, due filosofie calcistiche agli antipodi. Su un fronte una tra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco. Sull’altro il citato Arsenal o l’Atletico Madrid del Cholo Simeone, che battendo il Barcellona di Lamine Yamal nei quarti di finale ha già lanciato un monito travestito da provocazione. Va da sé, come sempre trionferà la squadra capace di segnare una rete in più dell’avversario. Un anno fa, nel dubbio, il PSG ne rifilò cinque all’Inter senza incassarne alcuna.
